.

  SAPODILLA [ SATIRA E RACCONTI BREVI di J G Sapodilla ]
EU
         

 

 

SAPODILLA - RACCONTI su Ipad e Android

 

         

 

ASCOLTA I RACCONTI DI SAPODILLA Gli Alberi di Arance e Limoni

 

Vi racconto la storia di Joe Smith, Joe era stato il miglior meccanico della Akme, la fabbrica per ricambi di trattori, fino a quando non era stato trasferito al reparto spedizione, per sostituire il tipo che se ne andava. Joe se stava solo tutto il giorno a riempire scatoloni di ogni tipo che caricava sul camioncino fino all’ufficio postale. A Joe non piaceva per niente il nuovo lavoro, ma poi si era reso conto che in ogni cosa esiste un lato positivo.

 

 

 

Ascolta i racconti di Sapodilla

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


9 aprile 2014

I Due Albanesi

 

I due albanesi

-Gianni.

La voce mi chiama, cammino lungo la strada al sole in ogni stagione, le colline la proteggono dai venti freddi del Nord e riflettono il sole alternandosi durante il giorno col mare del golfo.

-Gianni.

La voce mi chiama di nuovo. Mi fermo e intravedo un tipo coperto dal berretto.

-Gianni non mi riconosci?

Il tipo si leva il berretto, gli sorrido, faccio finta di riconoscerlo.

-Gianni ti ricordi? – Il tipo mi racconti di eventi ed episodi a conferma che ci conosciamo, comincia la solita invitabile conversazione sulla crisi economica e le tasse.

- Adesso non puoi più prendere un caffè al bar, che la guardia di finanza ti ferma sulla porta per vedere lo scontrino – dice lui.

- I ragazzi italiani non trovano lavoro, cosa ne sarà? Gli immigrati invece lavorano e non fanno solo lavori ingrati e duri, sono giardinieri, giornalai, aprono botteghe e negozi, comprano case e fondano piccole imprese – dico io.

-È vero, io ho una bottega di barbiere, tempo fa presi due aiutanti albanesi, che hanno lavorato bene e adesso girano in Mercedes – dice lui.

Ci lasciamo, pieni di pensieri inutili e contenti di essere al sole.

J G Sapodilla




permalink | inviato da SAPODILLA il 9/4/2014 alle 13:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



1 marzo 2014

Elisabetta e L'abate

Elisabetta e L'abate

 

Corri, Corri Elisabetta

M'apparecchia in tutta fretta.

Il beato Calimero

Mi chiamò dal Monastero

E del vescovo m'avvisa

Ispezion qui si divisa

Corri, corri Elisabetta

M'apparecchia in tutta fretta

Presto e ben qui si banchetta

Con rispetto caro Abate

Son finite le patate

E del pollo giù in dispensa

Non riman neppur l'essenza.

Ma mia cara Elisabetta

Prendi pur la bicicletta

Al Villaggio giù discendi

Compra scegli spandi e spendi.

Due baiocchi già dobbiamo

A Pasquale l'ortolano,

Vuol toccare il mio sedere

Ferdinando il pasticcere.

Più nessuno con licenza

Ci darà roba a credenza.

Pur Gennaro macellaro

Che credevo tanto caro

Si nasconde giù in cantina

Per non darmi una fettina.

M'ha gridato la Bistrocchi

Mentre impasta la farina

Per li gnocchi dai baiocchi

Oppure porta una gallina.

Il padron del panificio

Vuol l'estremo sacrificio.

Dunque caro e santo Abate

Date al vescovo insalate

Me ne vado in fede mia

A mangiare all'osteria

Qualche tenero avventore

Avrà un pure un po’ di cuore

Offrirò le mie violette

Per il sugo e le polpette

Benedetto san Cirillo

Dove ho messo i tacchi a spillo?

 

I racconti e le filastrocche di Sapodilla nei migliori  ebookstore




permalink | inviato da SAPODILLA il 1/3/2014 alle 15:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



20 gennaio 2014

Oltre il Ceppo Nero

Traduzione by Sapodilla

 

Oltre il Ceppo Nero

Ogni volta che sento l’espressione ‘ oltre il ceppo nero’ , mi viene subito in mente zio Dave, un vero uomo della boscaglia australiana. Zio Dave ci raccontava spesso storie di dingo e emu, koala e wombat, ma mai a quanto pare di canguri. Infatti dietro insistenze ammetteva che i canguri non gli piacevano: erano nella sua opinione creature ingrate, pronte a ripagare la gentilezza con una violenza improvvisa.

Tutto questo sembrava proprio interessante, e noi a tormentarlo e tormentarlo, fino a quando si arrendeva e ci raccontava la storia che segue.

A quanto pare lui aveva guidato il suo furgoncino attraverso i Flinders Rangers, quando un grosso canguro maschio rosso si mette a saltellare sulla strada davanti a lui. Zio Dave sapeva tutto sui canguri nelle strade: si mettevano a saltellare a un lato della strada, finché un’auto cercava di passare. A questo punto si suicidavano scartando all’improvviso di fronte al veicolo, in modo che l’urto fosse inevitabile.

Ma zio Dave era un tipo astuto. Accelera con se avesse intenzione di passare e poi frena proprio quando il canguro va di fronte al veicolo. L’animale, privato della sua scena di morte, saltella via e cerca di saltare una rete di filo di ferro.

Dovete sapere che i canguri hanno sempre una estrema fiducia sul fatto di poter superare qualsiasi cosa con un salto, così il nostro canguro prende decisamente velocità ed esegue un gran salto, che avrebbe superato una casa di due piani. Il salto non riesce. Le zampe posteriori prendono l’ultimo filo in alto della rete, e lui cade con la faccia in giù. Nella caduta i piedi delle zampe posteriori rimangono intrappolati nella seconda fila della rete, il che significa che rimane completamente prigioniero con la faccia a terra e la schiena all’aria.

Zio Dave  esce dal furgoncino e si rende conto della situazione. C’è un grosso animale con un odore del diavolo che, impigliato nella rete, lo guarda con un’aria assente da pecorella. Poiché a lui non pare probabile che possa sollevare l’animale, l’unica soluzione è usare un paio di cesoie sul filo in alto. Dopo il taglio della rete, le zampe, il didietro e la coda del canguro scivolano a terra. Ma invece di rimettersi in piedi e saltellare via allegramente, il canguro se ne rimane giù annusando e brontolando. Cosa non andava? Zio Dave scavalca la rete e gentilmente dà qualche colpetto sulle costole dell’animale. All’improvviso il canguro salta in piedi e si aggrappa a zio Dave con le zampe anteriori attorno al collo. Ora questo può sembrare a un osservatore occasionale un gesto d’affetto, ma zio Dave sapeva che il canguro si stava preparando a sollevare una delle zampe posteriori e a squarciargli lo stomaco. Egli aveva visto cose del genere capitare ai cani da caccia, che avevano messo un grande canguro rosso con la schiena contro un albero.

Che poteva fare? Grida, cerca di liberarsi, ma senza alcun risultato. Allora in un momento di vero genio getta le braccia intorno al collo del canguro e si avvolge con le gambe attorno al suo corpo. Il canguro grugnisce e fa un debole tentativo di portare le sue zampe posteriori in posizione da svincolarsi dall’abbraccio, ma con poche speranze.

Che situazione ridicola, un uomo di mezza età, piuttosto rotondo, con le braccia e le gambe avvolte al più grosso puzzolente vecchio canguro che si sia mai aggirato liberamente. Proprio mentre egli stava pensando alla prossima mossa da fare, il canguro decide di averne abbastanza. Il canguro se ne va, insieme a zio Dave  appeso, che gli è cara la vita, comincia a saltellare per il prato aperto.

Dopo quello che sembra un tempo infinito, il canguro all’improvviso si ferma e zio Dave si ritrova a sporgere su un burrone alto dieci metri. L’animale si era fermato perché non poteva andare avanti, a meno che evidentemente non decidesse di gettarsi nel vuoto.

Mentre sta considerando le alternative, zio Dave ha già deciso che dieci metri sono un salto troppo alto per lasciarsi andare in quel punto. Tuttavia egli nota che, pochi metri più a destra, in fondo al burrone c’è un fitto cespuglio di lantana, Se riesce a convincere il canguro a muoversi sul ciglio, potrebbe riuscire a lasciarsi cadere sulla pianta.

Adesso come riuscire a far muovere un canguro, mentre sei aggrappato stretto alla sua pancia e ti dondoli sull’orlo di un precipizio? Non ci sono precedenti e così zio Dave improvvisa. Egli morde il solo pezzo di anatomia vicino alla sua faccia: vale a dire l’orecchio sinistro del canguro. Con un grugnito di dolore il canguro fa un saltello nell’aria e muove miracolosamente verso destra. Zio Dave scioglie braccia e gambe da attorno al canguro, si dà una spinta e cade nella lantana.

Dieci minuti dopo emerge dal cespuglio pieno di lacerazioni, per vedere il canguro, da lui salvato da una morte miserabile, ritto sulle zampe impassibile sull’orlo del burrone, che si gira e saltella via. Zio Dave trova il suo furgoncino e senza guardarsi indietro si allontana il più rapidamente possibile.

Quella. dice, è stata l’ultima volta che vuol sentir parlare di canguri, specialmente quelli che vivono oltre il ceppo nero.

 

Beyond the Black Stump by Katherine Ardizzone

Whenever I hear the term, “beyond the black stump”, I am immediately reminded of Uncle Dave, a true Australian bushman. He often told us stories of dingos and emus, koalas and wombats but never, it seemed, of kangaroos. In fact when pressed he admitted that he disliked kangaroos – they were in his opinion ungrateful creatures, quite likely to repay kindness with sudden violence.

Now that sounded interesting, so we nagged and nagged until he finally gave in and recounted the following events.

Evidently he’d been driving his ute through the Flinders Ranges when a big red male kangaroo bounded onto the road ahead of him. Uncle Dave knew all about kangaroos on roads – they would bound along on one side until the car tried to pass. Then they would commit suicide by veering suddenly in front of the vehicle so that a crash was unavoidable.

But Uncle Dave was cunning. He sped up, as though he was going to pass and then he braked just as the ‘roo swerved in front of the car. The animal deprived of its death scene bounded off and tried to jump a wire fence. Now kangaroos are always supremely confident that they can jump over anything and so this one sped resolutely forward and executed a great bound that should have cleared a two storey building. It didn’t. The back legs caught the top strand of the wire fence and down he went flat on his face. As he fell, his back feet became entangled in the second rung of wire which meant that he was completely trapped with his face lying on the ground and his backside in the air.

Uncle Dave got out of the ute and assessed the situation.  Here was a huge evil smelling animal caught in the wire looking at him with a vacant sheepish expression. As it seemed unlikely that he could lift the animal the only solution was to use a pair of wire cutters on the top strand. With the wire cut, the kangaroo’s legs, rump and tail flopped to the ground.  But instead of picking itself up and bounding happily away, the roo lay there smelling and grunting. What was wrong? Uncle Dave climbed over the fence and gently prodded the animal in the ribs. All of a sudden the ‘roo leapt to its feet and grabbed Uncle Dave around the neck with its front legs.

Now this might seem to the casual observer a gesture of affection but Uncle Dave knew that the kangaroo was getting ready to bring up one of its hind legs and rip his stomach open. He had seen it happen to hunting dogs that had cornered big reds against a tree.

What could he do? He yelled, he tried to break free but it was absolutely no use. Then in a moment of sheer genius he flung his arms around the kangaroo’s neck and wrapped his legs around its body.

The ‘roo grunted and made a few feeble attempts to get its hind legs in position to disembowel its embracer but without much hope.

What a ludicrous situation – to be a middle aged, rather portly man with his arms and legs wrapped around the largest, smelliest old man kangaroo ever to roam the ranges. Just as he was deciding what his next move should be the ‘roo decided he had enough.  He was leaving, and so with Uncle Dave hanging on for dear life he started bounding across the open paddock.

After what seemed an age the kangaroo suddenly stopped and Uncle Dave found himself hanging over a cliff about 10 metres high.  The animal had stopped because it could go no further – unless of course it decided to fling itself into the void.

While it was considering the options, Uncle Dave had already decided that 10 metres was too large a drop for him if he was to let go at this point.  He noticed however that a few metres to the right there was at the bottom of the cliff a dense patch of lantana.  If he could make the kangaroo move along the cliff top he might be able to drop into the bush.

Now how could you make a kangaroo move when you are clinging to its belly while dangling over a cliff? There are no precedents so Uncle Dave improvised.

He bit the only piece of anatomy close to his face – i.e. the roo’s left ear!  The kangaroo gave a grunt of pain, bounded into the air and moved miraculously to the right. Uncle Dave unwrapped his arms and legs from around the kangaroo and pushing himself away fell into the lantana.

Ten minutes later he emerged from the bushes full of

lacerations and looked up to see the kangaroo he had saved from a miserable death standing expressionless on the edge of the cliff.  Then it turned and bounded away. Uncle Dave found his ute and without looking back he drove as quickly away as he could.

That, he said, was his last utterance on the subject of kangaroos especially those that lived beyond the black stump. 

 

 

 




permalink | inviato da SAPODILLA il 20/1/2014 alle 7:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



1 novembre 2012

LA SCUOLA DELLE VEDOVE ARABE

La donna araba che rimane vedova è come una valigia caduta dal tettuccio della diligenza durante il percorso. Non se ne può stare da sola, ha bisogno di qualcuno che passi, la raccolga e se la porti a casa.
L’Islam consente di avere più di una moglie e questa legge offre alla vedova maggiori possibilità, se non altro all’interno della famiglia stessa, dove un cugino o un cognato potranno accoglierla e mettersela in casa anche se hanno una moglie.
Un problema particolare si verifica quando la vedova araba è cittadina dello stato di Israele. Israele ammette una sola sposa per lo sposo. Quindi occorre trovare una soluzione diversa per la vedova araba infelice. Israele si fa un punto d’onore nell’aiutare i propri cittadini in ogni circostanza. Nessuno viene lasciato solo. Limitatamente a questo aspetto, Israele si può definire uno stato socialista, laburista se preferite.
Torniamo al punto. Cosa offre l’assistenza sociale alle sue vedove arabe sole e desolate? Un corso. Un bel corso per imparare a fare i cartoncini di auguri per l’anno nuovo ebraico, con materiale riciclato. Un gruppo di vedove, se lo desidera, è riunito in una scuola ove pigolano, forse pettegolano, forse pregano, di sicuro fanno cartoncini d’auguri, con calma. Almeno così fanno ad Hadera, ad Haifa non so, che ne posso sapere.

 J G Sapodilla

               




permalink | inviato da SAPODILLA il 1/11/2012 alle 19:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



28 ottobre 2012

I QUATTRO STUDENTI

 

 DISOCCUPAZIONE IN ISRAELE
 
Anno 2010. In Israele, come dappertutto, esistono conflitti sociali, ma fortunatamente non ci sono le enormi differenze di ricchezza che si incontrano altrove, e questa gradevole circostanza rende blandi i contrasti sociali. Nella scena che segue siamo in una scuola, dove adulti disoccupati seguono corsi pagati dall’assistenza pubblica, il Bituaj Lechumi, con la buona intenzione che servano a qualcosa di pratico. Di sicuro servono a tenere occupati  assistenti, docenti e allievi, come dappertutto. Ma si apra dunque il sipario e entrino in scena gli attori, sono tre uomini e una donna. I tre uomini sono nati in Israele e rimproverano alla donna, immigrata da alcuni anni, di godere di privilegi ingiusti. 
 
                                              I QUATTRO STUDENTI  
La donna mi chiama e mi racconta.
-- Sta a sentire cosa mi capita stamattina a scuola, all’ora di matematica sto risolvendo un problema con una funzione, quando un tipo stupido, che si presenta una volta ogni due settimane, e ogni volta che l’insegnante comincia a spiegare si alza e va a prendersi un caffè,   comincia a inveire contro il Bituaj Lechumi e in lingua ebraica di bassa qualità parla delle mamme di tutte le persone che sono in classe.
Fino a quel momento mi importava poco, ma quando ha cominciato a gridare più forte, sempre più forte, per almeno dieci minuti, e io non mi potevo concentrare, mi sono girata e gli ho detto di smetterla per favore per qualche minuto, dopo tutto siamo nel mezzo della lezione. All’ora il tipo mi chiede se prendevo soldi dal Bituaj Lechumi, di sicuro prendevo soldi da loro se stavo a difenderli.
Allora io gli ho detto:
-- Ascolta ragazzo, se prendo soldi o no dal Bituaj Elumi non sono affari tuoi, lo stesso per me se tu ne prendi o no, ma noi siamo nel mezzo della lezione e l’insegnante ti ha ripetuto di smetterla.  
A questo punto salta fuori un altro tipo, quello che stava sulla spiaggia, ti ricordi?, Amin il campione di surf.
Amin se ne viene fuori a dire:
-- Questo tipo ha ragione, proprio così.  
E comincia a chiedermi
--Tu hai una casa tua?  
E io gli dico:
-- No, sto in affitto.
E lui:
-- Ma prima avevi una casa tua?
-- Avevo una casa prima, e allora?-- gli rispondo.
Ma lui riattacca
-- Lo vedi? E come hai fatto a comparti la casa?-- E come questo e come quello.
E io gli dico:
-- Ci siamo fatti il culo, io e il mio ex--marito, lavorando e risparmiando. Perché?
-- E quando tempo vi ci è voluto a voialtri due prima di poter comprarvi la casa?
-- Cinque anni .
-- Ahh, lo vedi?-- dice lui. -- Io sto qui da tutta la mia vita e non ho ancora i soldi per comprarmi una casa, come invece potete fare voialtri immigrati. Tu ti sei comprata quella casa, perché il governo ti ha dato i soldi per comprartela.
A questo punto divento furiosa e gli dico
-- Sta a sentire, ignorante, non abbiamo ricevuto soldi dal governo. Abbiamo ottenuto un mutuo con l’ipoteca da una banca, come tutti.
-- E come avete fatto a pagare le rate alla banca?-- mi dice.
-- Non ci siamo comprati quelle belle scarpette che porti, non ci siamo fatti una bella auto come la tua., non abbiamo speso 7.000 sheckels per compraci una bella tavola da surf come la tua. Abbiamo rinunciato a un sacco di cose come quelle che tu ti permetti. Invece di buttare via i soldi, come fai tu, abbiamo risparmiato e con i soldi risparmiati abbiamo ripagato la banca.  
Allora tutti e due si mettono a dire che non è possibile, che sono una bugiarda.
Ma se mi conosci appena un poco dovresti sapere come ho reagito, quando i due tipi mi hanno chiamata bugiarda.
A questo punto un terzo tipo si mette a gridare che loro hanno servito nell’esercito. E io gli dico che diavolo ha a che vedere questo con l’acquisto di una casa.
Il primo tipo adesso si alza in piedi e mette la faccia contro la mia. Così ti puoi immaginare il quadro aggressivo. Tre tipi che mi affrontano e mi chiamano bugiarda, uno mi minaccia da vicino e gli altri due che parlano tra loro e sparlano di me con gli altri intorno.
Io gli stavo a rompere il naso a uno di quelli, quando l’assistente sociale mi chiama nel suo ufficio per farsi spiegare cosa succede. Io la porto in classe e penso che adesso i tre tipi dovranno gettare la maschera e chiudere le loro sporche bocche davanti a tutti. Invece il primo tipo ha il cinismo di chiedere agli altri di sottoscrivere un documento dove si doveva scrivere che lui non poteva seguire la lezione, perché io gli impedivo di concentrarsi. Ti immagini una cosa del genere?
A questo punto io gli dico:
-- Scrivi e dammelo. Lo firmo anche io. Ma per favore mettici pure che ti fai vedere solo di tanto in tanto, che ti metti a insultare e dare scandalo ogni volta che l’insegnante comincia a spiegare. E che ti alzi e vai a prenderti un caffè ogni quindici minuti.
Te lo immagini? Gente fottuta. E io ero fuori di me perché quelli continuavano a insultare e a dire cretinate sugli immigrati. Io sono una immigrata.




permalink | inviato da SAPODILLA il 28/10/2012 alle 5:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



11 settembre 2012

Cocaina e Pomodori

 

Cocaina e Pomodori
Copyright J G Sapodilla 2011
 
Mussah lavora come aiutante in un negozio di frutta e verdura.
- Ehi, oggi sono passato a comprare cetriolini e pomodori, ma Mussah non si è visto.
-  Infatti non lavora più in quel negozio di frutta e verdura.
-  Mi spiace, se ha perso il posto di lavoro. Mussah ha un talento unico nel saper scegliere il cocomero giusto nel mucchio, non ne trovi in giro tipi che lo sanno fare. E’ stato mandato via per qualche motivo?
- Piuttosto si è dovuto licenziare.
-  Forse il proprietario del negozio non gli vuole riconoscere un aumento di salario? Problemi del genere?
-  Ma no, il fatto è che il proprietario sniffa la droga e voleva che Mussah gli tenesse compagnia
-  Ma dimmi, Mussah è un nome arabo?
-  Si, giusto.
-  E il proprietario del negozio è arabo?
-  Ebreo.
-  Un ebreo che vuole sniffare cocaina con un arabo?
-  Non ti va? Dopotutto la ragazza di Mussah è una giovane ebrea convertita all'Islam per motivi personali, a Primavera si sposano al villaggio arabo di Mussah.
-  Il rabbino che dice di tutta questa storia?
-  Il rabbino mica può stare dietro a tutti.
In conclusione sarei dovuto andare al villaggio arabo, alla festa degli sposi Mussah e Yael, la ragazza ebrea che si converte per amore. Ma ho perso la mia occasione, quando Yael ha cominciato a dire che Mussah è un fannullone e un ubriacone, come fanno di solito le donne.
Mussah ha preso male tutta la storia, ma poi ha trovato un lavoro in un supermercato.




permalink | inviato da SAPODILLA il 11/9/2012 alle 14:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



4 agosto 2012

OLDSMOBILE

 

Oldsmobile
Qualcuno mi ha rubato l’automobile.
Humberto ha fatto di corsa la strada fino al posto di Polizia e tiene appoggiate le mani sul bancone del sergente per riprendere fiato. Il sergente si alza in piedi, posa il giornale e guarda Humberto.
− Per dio, mi hanno rubato l’automobileeee.
− E’ un affare serio, devo avvisare il colonnello Garcia – dice il sergente. Si sentono scricchiolare le sue scarpe sui gradini che portano al piano superiore.
− Colonnello, il signor Humberto dice che gli hanno rubato l’automobile.
− Fallo arrestare, mettilo in prigione − ordina il colonnello senza smettere di osservare Conchita a passeggio dall’altro lato della strada. La gente deve smettere di farsi rubare l’automobile e poi venire qui a romperci l’anima e riempire moduli.
Il sergente rimane immobile in mezzo alla stanza.
− E’ il signor Humberto Velarde, colonnello.
− Ah, Humberto, certamente. Vedi il mio cappello, sergente?
Il colonnello scende amabile i gradini. Humberto è un amico di famiglia, si dimentica sempre dove ha lasciato la sua Oldsmobile.
− Mi hanno rubato l’automobile.
Il colonello si esibisce nella sua parte preferita, l’umorismo surreale
− Sei venuto qui con la tua automobile? Prova a vedere se non è parcheggiata fuori.
Humberto si gira e se va, può contare ancora sull’aiuto della famiglia.
Il colonnello si torce un baffetto
− Ahi, Humberto. Forse hai lasciato la Oldsmobile al teatro di fronte all’uscita delle ballerine.
Di mio nonno, che io chiamavo Papapa, tutto si può dire ma non che non fosse distratto. Papapa era molto orgoglioso di questa distrazione, sapeva che sarebbe diventato uno scienziato o un inventore, se le circostanze fossero state diverse, e la distrazione era la prova. Tutti i grandi scienziati e inventori sono molto distratti, caramba.
 
Gli capitava sempre qualcosa. Un giorno esce con la sua Oldsmobile verde per comprare il pane. Quando viene fuori dal fornaio, va a comprare il giornale. Era domenica, una domenica di sole, Papapa se ne torna a casa inebriato dal profumo dei fiori e dai cinguetti degli uccellini di primavera. E così, dopo un piacevole mattinata a leggere notizie, mangiare pane e tamales con caffè, Papapa viene a pranzo con tutti noi. Quando ci alziamo da tavola, Papapa decide che non sarebbe una cattiva idea andarcene in automobile a prendere un gelato o un milkshake in quella famosa gelateria che era rimasta la stessa dagli anni Cinquanta. Ma quando siamo fuori l’automobile non c’è. Papapa si mette le mani sopra la testa
− Qualcuno mi ha rubato l’automobileee.
Ma nessuno di noi si agita e Papa, suo figlio, gli chiede in che posti è stato la mattina. E dopo qualche giro intorno al fornaio, ritroviamo la Oldsmobile dimenticata la mattina.


 




permalink | inviato da SAPODILLA il 4/8/2012 alle 20:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



22 luglio 2012

Sigaro Avana

 

Sigaro Avana
Mi ero fermato solo per accendere il sigaro nel modo giusto, ma la ragazza non lo poteva sapere, aveva pensato che l’avessi vista nascosta dietro la siepe e mi era venuta incontro. La sua valigia sfondata e rattoppata aveva trascinato la ragazza e il suo vestitino corto color giallo canarino fino allo sportello della mia limousine scoperta.
− Portami dove ti pare aveva detto.
Mentre saliva le avevo guardato i fianchi. Lei aveva sorriso contenta.
− Mi chiamo Maria.
Una pioggia improvvisa mi aveva trasformato in un pesce bollito. Il caldo faceva evaporare le gocce che rimbalzavano sulla strada. Le moto si erano fermate sotto i ponti. La ragazza aveva cominciato a cantare una storia di banane fritte nello sciroppo di zucchero.
− Siamo arrivati al distributore di benzina. Puoi fare quello che ti pare per dieci minuti. − Le avevo aperto lo sportello senza scendere.
− Devi spegnere il sigaro. − Mi rispose. E prese con sé la valigia, perché voleva cambiarsi. Mi ero messo il sigaro spento nel taschino della camicia, con cura, prima di scendere davanti alla pompa. Dopo il pieno di benzina, avevo riacceso il sigaro e mi avviavo verso il bar in cerca della ragazza, quando la vidi uscire. Ma non era sola, due tipi uscivano con lei, il primo le teneva un braccio, l’altro portava la valigia. Entrai nel bar per bere qualcosa col ghiaccio.
Il barista raccontava a tutti di nuovo la storia: i due tipi della centrale di polizia si fermavano sempre a mangiare qualcosa a quest’ora, il loro piatto preferito erano le salsicce arrosto con patate e birra fredda inglese. Uno dei due aveva visto il rigagnolo denso rosso scuro che usciva dalla valigia. Lei molto gentile aveva spiegato che era suo marito fatto a pezzi. Aveva detto che era scesa alla fermata dell’autobus nella strada per seppellire la valigia nei campi, ma faceva caldo e prima voleva rinfrescarsi.
Poi il barista mi aveva osservato con sospetto.
− Ehi, signore, deve spegnere il sigaro, qui dentro non si può fumare.
 
J g sapodilla***




permalink | inviato da SAPODILLA il 22/7/2012 alle 18:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



28 novembre 2011

LE DUE SORELLE SIEMENS

La societá Siemens fu fondata nel 1847 in Germania. Passa il tempo e nasce in Italia una sua sorella povera, alla quale la Siemens germanica passa man mano i suoi vestiti usati, vale a dire la sua tecnologia e i suoi brevetti.
Alla vigilia della seconda guerra mondiale il legame tra le due sorelle é molto forte. La guerra  distrugge la Siemens in Germania, la sorella minore prende le  distanze e cambia nome, si chiama Ausonia. In breve tempo la Siemens germanica risorge e la sorella italiana pensa di tornare in famiglia col nome di SIt Siemens. Passa altro tempo, la Siemens di Monaco diventa sempre piú grande ricca e bella. La sorella povera non combina niente di buono, cambia ancora nome e si chiama Italtel prima di sparire.
   




permalink | inviato da SAPODILLA il 28/11/2011 alle 6:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



18 novembre 2011

Non con le tasse ma con le idee si riduce il debito

Certi tipi a a Berlino hanno scoperto che con una telecamera collegata al PC`si possono prendere in modo perfetto le misure per farsi confezionare un vestito da una sartoria. Una scoperta che ognuno puó sviluppare come vuole. Evitare di andare dal sarto per le misure e le prove. Ordinare un vestito a Marrakesh via Internet. Convincere i ricchi cinesi a ordinare on line i vestiti ai famosi sarti italiani.  




permalink | inviato da SAPODILLA il 18/11/2011 alle 10:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



4 ottobre 2011

UNA RISORSA CHIAMATA LAVORO

 Atac, azienda bus e tram di Roma, per molti anni significa conti spensierati, autobus rumorosi e assunzioni di dipendenti senza freni.

Tutto passa, in questi giorni il Messaggero pubblica la lettera di un autista assunto da Atac assieme ad altri per una emergenza che ha causato una richiesta di punta di autisti. Finita questa emergenza, i nostri autisti si ritrovano a casa senza lavoro.

Abbiamo una risorsa costituita da autisti esperti e affidabili, ma non utilizzata. Da un altro canto Roma sopporta costi e danni notevoli a causa del traffico delle auto private, ma il servizio pubblico Atac non è flessibile e i taxi sono solo per i ricchi. Una compagnia di trasporto passeggeri flessibile e a basso costo, con una flotta di veicoli di varie dimensioni e autisti che operano a turno anche di notte e nelle feste, potrebbe indurre molti cittadini a non usare la propria auto. La rete internet e i telefonini possono raccogliere tutte le richieste, i computers della compagnia possono ottimizzare il servizio. Il mercato dovrebbe far incontrare le offerte con le domande. Il servizio dovrebbe coprire tutte le esigenze del cliente come per esempio

Ti porto in ufficio tutti i giorni assieme ad altre tre persone

Ti accompagno dalla zia ogni domenica alle cinque

Accompagno i ragazzi a scuola quando piove

Ti porto in centro a fare acquisti con un giorno di preavviso

Ti vengo a prendere alla Stazione

Ogni altro sofisticato servizio vi venga in mente.


La compagnia potrebbe riservarsi il diritto di raccogliere lungo il percorso i clienti con la stessa destinazione. Ogni tipo di servizio potrebbe essere offerto a un costo non legato solo ai km e ai tempi di percorrenza.

Il sindaco potrebbe fornire tutte le licenze, i permessi e i papelli necessari, senza attese penose.

Una banca potrebbe valutare il ritorno degli investimenti, invece di chiedere le case degli autisti come garanzia.




permalink | inviato da SAPODILLA il 4/10/2011 alle 20:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



29 settembre 2011

Il controllore Talleyrand

 

Ai viaggiatori che muovono dalla stazione Termini alla volta di Fiumicino con la navetta express di trenitalia, che li conduce all’interno aeroporto, capita talora una grande fortuna, incontrare il fantasma del principe di Talleyrand, travestito da controllore.

Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, detto anche semplicemente Talleyrand, 2 febbraio 1754 – Parigi, 17 maggio 1838, appartenente all'illustre Casato dei Talleyrand-Périgord, fu principe, vescovo e politico. Servì la monarchia di Luigi XVI, poi la Rivoluzione francese nelle sue varie fasi, l'impero di Napoleone Bonaparte e poi di nuovo la monarchia, questa volta quella di Luigi XVIII, fratello e successore del primo monarca servito.

Inappuntabile nella divisa stirata, gli occhialini cerchiati in oro pendono sul panciotto, il principe controllore ritira i biglietti ai viaggiatori e constata, scotendo il capo senza rancore, che in massima parte non sono stati obliterati nella apposita macchinetta obliteratrice collocata negli appositi spazi. Incorrono nel peccatuccio soprattutto i viaggiatori stranieri. Famoso per la frase con cui congedava i suoi gendarmi ‘soprattutto non metteteci troppo zelo’ Talleyrand non applica la prevista multa di euro tanti e quanti, ma ritira il biglietto colpevole, se lo ficca in saccoccia e tira avanti, indi sparisce.

Che cosa ne fa Talleyrand di questi biglietti, ancora buoni per essere rivenduti a un altro passeggero? Pare ne faccia grazioso omaggio alla regina Maria Antonietta, per la sua collezione di biglietti del treno e ricette di brioche.

J G Sapodilla




permalink | inviato da SAPODILLA il 29/9/2011 alle 15:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



21 settembre 2011

QUESTO SPIEGA MOLTE COSE

 Tempo addietro, e non poco, Achille Cislaghi , gentiluomo napoletano e abile commerciante di cristallerie e ceramiche, fu fatto diventare imprenditore industriale per forza col pubblico denaro da non so che Cassa o Ente di Sviluppo e Salvataggio.

Achille e soci rilevarono a Salerno uno stabilimento dismesso per l’imbottigliamento della Coca Cola e ne fecero una fabbrica di tazzine, tazze e piatti, in materiale ceramico o qualcosa del genere. L'argilla materia prima veniva importata dalla Germania e forse serviva anche a convertire qualche capitaluccio da lire in marchi.

Imbroglio chiama imbroglio, la linea aerea di trasporto delle bottigliette di Coca Cola fu mantenuta, e spacciata per linea di trasporto dei pezzi in ceramica, ma era inattiva e occorreva fare attenzione a non sbatterci la testa contro. L’argilla importata dalla Germania dava luogo a pezzi di elegante disegno, una volta formata e cotta in forno. Spiccava la linea chiamata con fantasia Fondo di Bosco, ma tutta la produzione aveva qualcosa in comune, i pezzi si sbeccavano subito con l’uso. La fabbrica era obsoleta negli impianti e nel macchinario, aveva eccesso di manodopera e difetto di tecnologia rispetto ai concorrenti, suppongo che questo venisse chiamato Creazione di Posti di Lavoro.
Nessuno mostrava segni di ansia, non i finti azionisti, non i sindacati, non i dipendenti a parte i pochi buoni, men che mai le banche e il consiglio comunale.

La Ceramica Casate di Salerno, così si chiamava, presto scivolò, tutti i dipendenti finirono in Cassa Integrazione e infine in qualche modo gli si diede una pensione.




permalink | inviato da SAPODILLA il 21/9/2011 alle 22:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



19 settembre 2011

Lo schiaffo del soldato

 

Capita di sentire un uomo ricco di nascita, o di famiglia importante, che parla con invidia dei bambini e ragazzi poveri o di famiglia qualsiasi. Il nostro uomo vive i rimpianti di un adulto, gli era proibito severamente di scendere in strada a giocare con bambini poveri e i ragazzacci.

Il piccolo ricco con il nasino incollato alla finestra vedeva le bambine saltare da un quadrato segnato col gesso all’altro allegre. Regina Reginella quanti passi mi darai per arrivare al tuo castello?

I maschietti giocavano al calcio con una palletta di stracci o i tappi corona della birra. Ma anche allo schiaffo del soldato, chi stava sotto doveva indovinare chi gli aveva dato uno schiaffo sulla mano, nascosto dietro.

Le automobili hanno scacciato i ragazzi dalle strade.




permalink | inviato da SAPODILLA il 19/9/2011 alle 20:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



14 settembre 2011

LAVORO NERO DEI NERI PER I BIANCHI

 Sono indiani, bangladeshi, egiziani, raccolgono la frutta e la verdura nelle fertili pianure tra Roma e Salerno. Non credo che gli sia stato assegnato il codice fiscale, ma se lo avevano se lo saranno venduto.


RACCONTI di Sapodilla




permalink | inviato da SAPODILLA il 14/9/2011 alle 7:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



12 settembre 2011

Lavoro nero e salto nel buio

 Disperato e deciso parte da uno dei paesi balcani che fanno parte della unione europea, A Trieste passa in treno la frontiera che non esiste, Lavora in nero senza contratto per 10-12 ore al giorno in una impresina italiana edile, Dorme dove trova o dove lo mettono.
Quando il capomastro cerca gente per una commessa, suggerisce di far venire i fratelli e i cugini, che a lavoro finito torneranno a casa. Diventa capomastro. Mette su la sua impresina edile, diventa cittadino italiano dopo lunga attesa.


Il suo coetaneo italiano, figlio fannullone di una madre pigra e vanitosa, studia legge, oopps giurisprudenza, la famiglia sogna che diventi un grande avvocato di cause infinte, ma si contenterebbe di  un posto sicuro in un ente pubblico. Dopo la festa di laurea il salto nel buio. 




permalink | inviato da SAPODILLA il 12/9/2011 alle 21:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



9 settembre 2011

don nicolino contro Giuseppe Garibaldi

 

Don Nicolino Coscia è fedele a Franceschiello

I fatti e le persone provengono da un Diario originale.

1861.
Il clero spera di cavarsela ancora una volta, si sente padrone della terra e ha le chiavi del cielo, ma le gerarchie capiscono che questa volta è diverso e non trasmettono completa sicurezza al basso clero, come le volte precedenti. Il regno borbonico delle Due Sicilie sopravvive alla rivoluzione illuminista giacobina, alle truppe di Napoleone Bonaparte, ai moti Carbonari, ai tentativi mazziniani.

L’alleanza con i Borbone, tra trono e altare, esiste e resiste da molto tempo. Il clero possiede chiese, terre, conventi, monasteri, santuari, scuole, case, palazzi e oro. È il frutto nei secoli di acquisizioni, lasciti, concessioni e privilegi. Il prete è santo e guerriero, va a caccia e insegna. Il clero possiede le anime, specie quelle delle donne contadine. A Napoli regna il re, ma è attorniato da cardinali che governano spesso più dei ministri. In periferia i vescovi soccorrono il potere temporale e lo controllano in molte circostanze, senza troppo apparire. Il prete fa parte della classe sociale che domina e sfrutta i contadini, non a caso i preti hanno il Don davanti al nome come i notabili. Il titolo di Don è contrazione dal medioevale donno, il dominus, il padrone in latino.

“Tutto questo dovrebbe finire perché Giuseppe Garibaldi con mille banditi in camicia rossa è sbarcato in Sicilia?” Don Nicolino Coscia controrivoluzionario e filoborbonico si ripete di continuo questa frase.

Don Nicolino non è un pretino timido e pauroso, di quelli che passeggiano in campagna gli occhi bassi sul breviario, presi da tremito se qualche brutto ceffo sbuca fuori e lo attende in fondo alla strada. Si è fatto prete per avere e per comandare, non per cercare rifugio prima in seminario e poi in chiesa. Ha recitato la funzione con le formule in latino a voce alta, ma intanto pensava a tutt’altro. Con voce sibilante ha bestemmiato e minacciato il chierichetto che gioca troppo coi turiboli d’incenso la domenica mattina nella chiesa di San Nicola a Volturara Irpina.

- Mannaggia a quella grandissima zoccola di tua madre, ti vuoi stare fermo.

Ha rimproverato il Signore - Ma Padreterno mio, i Piemontesi scomunicati vengono qua, si prendono tutto e Tu che fai? Niente.

Si è ripassato la lista dei traditori dei Borbone. A ognuno di loro ha predetto quello che gli sarebbe toccato di condanna e le proprietà che gli avrebbe preso. Poi si è fatto l’elenco dei preti che stanno sia di qua che di là aspettando a vedere chi vince. Dovranno venire in ginocchio a baciargli la mano. Il re Franceschiello gli farà fare carriera, a lui, a Don Nicolino, lo dovranno chiamare monsignore e baciare la terra dove passa, questi gran figli di zoccola di preti che si arruffianano di nascosto gli scomunicati e dicono di stare coi Borbone. E infine ha pensato agli ufficiali della Guardia Nazionale: devono finire tutti impiccati in mezzo alla Piazza e gli manderà i chierichetti a sputare sulle tombe.

Don Nicolino ha un pano, o crede di averne uno, ha coinvolto nella congiura i due fratelli Solito. In verità uno dei due, Angelo Solito, vorrebbe ritirarsi, ma non sa come fare a scansare i sicuri aspri rimproveri e magari le minacce di Don Nicolino. E poi non gli piace fare il giuda. Ma i rimproveri di sua moglie a casa, quelli li dovrà affrontare, e gli pare non solo di risentirla, ma anche di vederla con gli occhi inferociti. La rappresentazione va in scena ormai tutti i giorni in casa. Alla signora Solito non piace la politica.

- Te la do io la congiura, a te e ai congiurati tuoi. Ma non lo sapete che Franceschiello se ne è scappato da Napoli e sta chiuso a Gaeta aspettando l’imbarco per Roma dal Papa? Il Re pensa a scappare e un povero disgraziato come te assieme a quattro fessi gli vuole salvare il Regno. – E continua come torrente in piena che non vuole ostacoli. - Ma non ci pensi ai figli tuoi, a queste povere creature? E che facciamo quando le Guardie Nazionali vengono a bussare alla nostra porta, chiamiamo Franceschiello a Gaeta? I Piemontesi ci si prenderanno tutto e noi dove andremo? Stammi bene a sentire, o ti tiri fuori subito o a me non mi conosci più. Ci siamo capiti signor congiurato?

Sembra che abbia finito, ma è solo l’intervallo prima del secondo atto. La signora Solito riprende a caricare come una bufala inferocita. È arrivato il momento di ricordare la storia della famiglia Rinaldi.

- Tu e quello scimunito di Don Nicolino il prete, che si crede il ragno al centro della tela, fate la fine dei Rinaldi, vi ritrovate ad aggiustare le scarpe rotte, uno taglia le suole e un altro incolla e mette i chiodi. Te li ricordi i Rinaldi? Erano importanti e rispettati, amministratori e preti, ma Nicola e Aniello Rinaldi, per seguire i Borboni contro i Francesi, formarono una banda e si unirono a Laurenziello di S. Stefano, divennero i briganti più terribili della zona. Fecero una male fine e da allora non si sono più ripresi. Adesso Giovanni Rinaldi fa il ciabattino.

Tentare di fermarla sarebbe come far straripare il torrente, meglio far scorrere le acque turbolente e lasciarla continuare.

- Ho buttato il sangue mio per tenere la casa, crescere le creature e zappare la nostra terra, adesso per colpa dello scimunito che sei verranno le Guardie Nazionali e i Piemontesi, e si pigliano la roba nostra.

Serra i pugni e stringe gli occhi, la premonizione delle Guardie Nazionali che si siedono in terra davanti alla sua porta e bevono il suo vino, mentre i Piemontesi si portano le zoccole in casa sul suo letto di sposa, la fa scoppiare. Il vulcano esplode, mentre suo marito Angelo rapido infila l’uscio di casa e respira all’aria libera, la porta in legno massiccio non basta a fermare le urla minacciose di sua moglie. – Ma io vi ammazzo a tutti e tre, a te a tuo fratello e a quel prete brigante. - Contro la porta tuonano piatti, sedie e zoccoli di vero legno.

L’alto clero, dove non mancano le menti politiche e diplomatiche raffinate, ha fatto le sue valutazioni. Si chiede come mai Garibaldi ha imbarcato mille volontari armati in qualche modo a Quarto di Genova e ha attraversato il Tirreno senza che nessuno gli desse fastidio. Si chiede come mai è sbarcato calmo a Marsala, che mancava solo dicesse al primo siciliano incontrato – Scusate, non sono di qui, un posto dove si mangia bene e si spende poco?

Poi il nostro Eroe ha traversato la Sicilia nella quasi indifferenza della maggior parte del popolo siciliano. L’alto clero del regno valuta che questa volta il re Borbone ha contro Garibaldi, l’esercito Piemontese e la flotta inglese, spinta da interessi e improvvisi liberali rimorsi. Alleati reazionari dei Borboni in Italia non ce ne sono ormai più, a parte lo stato pontificio imbelle. Le potenze europee a quanto pare hanno scarsa voglia di consumare risorse per Franceschiello. L’alto clero si rende conto che ormai anche nel Regno delle due Sicilie esiste una classe nuova liberale che ne ha le tasche piene del potere della Chiesa e delle scuole confessionali. L’alto clero questa volta se ne va con Franceschiello nella Fortezza di Gaeta e lascia al basso clero di allearsi coi briganti e chi capita per l’ultimo tentativo di restaurazione.

La Chiesa nel 1861 perderà tutto, se rimarrà presente è grazie al fatto che queste sono terre in cui i miti e il sopranaturale incombono da migliaia di anni. Dove Euclide e Pitagora considerarono i numeri sopranaturali. Dove molte rappresentazioni religiose attuali derivano da riti pagani. Dove si parla con Dio, mentre con i Santi ci si litiga, li si minaccia e li si prende in giro. Queste terre non possono fare a meno delle divinità. Per questo la chiesa sopravvivrà, non ci sarà la grande rivoluzione sociale, le caste sociali rimarranno e i preti serviranno a mantenere buoni i contadini.

A Volturara l’ultima cospirazione del clero a favore dei Borboni è affidata a Don Nicolino Coscia.

Don Nicolino, finito di celebrare la Messa nella cappella del Cimitero di Montemarano, sale sul terzo dei tre carretti che aspettavano fuori sulla strada. Si cala il cappello sulla fronte, si avvolge il mantello sulle spalle e nell’anonimato del suo aspetto assume il ruolo leggendario del cospiratore. I carretti si avviano lentamente verso le Tavernole, in un silenzio rotto dal rumore delle ruote sul selciato.

La nebbia del Dragone sale verso i carretti e li nasconde in una nuvola irreale. Nella mente del cospiratore un tumulto di sensazioni che non traspaiono, torna coi pensieri ai giorni precedenti fatti di preghiere e di fughe, di incontri e di persuasioni. Napoli sembra così lontana e non più il luogo rassicurante dove ci sono il Re, la Regina Sofia, il cardinale, il potere. La paura di essere preso dalle guardie piemontesi, più che per la sua persona è preoccupazione di non poter portare a termine il piano, di dover consegnare Napoli e il Regno a uno straniero amico dei notabili e dei potenti trasformisti, lontano dalle esigenze del popolo e della Chiesa. Don Nicolino cerca di riordinare le idee, di mettere a mente con chi deve o può parlare a Volturara, come a vincere eventuali malesseri o ripensamenti.

- Il dado è tratto - si dice, mentre spontanee sorgono sulle sue labbra preghiere alla Madonna e a San Giovanni, che gli facciano ritrovare serenità e calma.

Gli occhi del conducente il terzo carretto si posano sul furtivo passaggio di una lepre che scompare dietro a un cespuglio, un attimo, poi segue la curva della strada che appare indistinta nella nebbia, quei vecchi ruderi sulla destra gli fanno fare il segno della croce e si ricorda del passeggero dietro di lui. Come è diverso Don Nicolino da come lo conosceva, la lunga barba incolta, il cappello calato sugli occhi, lo fanno apparire uno dei tanti briganti della zona, forse lo è diventato davvero. Cosa è rimasto del Don Nicolino buon prete che conosceva? La bonarietà è diventata determinazione, lo spirito allegro ha fatto posto a silenzi interrotti solo da discorsi seri che lui non capiva. Qualcosa sta succedendo, e senza volere un brivido lo fa sobbalzare. Perché Don Nicolino è così pensoso? che ci va a fare a Volturara? Mah, in fondo che me ne importa, l’importante è ritornare a Montemarano per finire di potare il vigneto. Franceschiello e i Liberali si possono strafottere. Le prime case della Tavernole frenano i pensieri del conducente. Tira le briglie, e le esclamazioni degli altri due conducenti per fermare i cavalli fanno capire che fa troppo freddo. Il salto dal carretto serve a Don Nicolino per compiacersi che i quarantuno anni se li porta ancora bene. Saluta con la mano i cocchieri e si avvia verso il paese.

Angelo e Luigi Solito escono sulla strada nel momento in cui Don Nicolino appare dietro la curva, gli si fanno incontro. Si guardano intorno per vedere se sono spiati. Non vedono nessuno. Ma Nicola Raimo, spia per le Guardie Nazionali e per suo piacere, li sta osservando senza farsi vedere.’Stavolta li frego’, e se ne va verso Volturara. Con riverenza i fratelli salutano Don Nicolino e gli portano i saluti di Matteo Marino e Alessandro Picone che lo aspettano a Volturara. Chiedono della situazione e Don Nicolino li rassicura che tutto è pronto per il grande ritorno di Franceschiello.

-Figli miei, duecento persone sono pronte a Bagnoli, cento a Montemarano, cinquanta a Castelfranci. Domenica si parte. Volturara sta nel mio cuore e dovrà essere il centro della sommossa. I tanti amici personali che ho da voi vi daranno una mano senza comparire. Non vedo l’ora di incontrare Don Angelo, il parroco di Volturara, assieme a suo fratello, per avere le ultime notizie.

– State tranquillo Don Nicolì siamo pronti anche a morire contro questi traditori che sono passati con il Re Scomunicato del Piemonte.

Le parole di Angelo Solito sono più per rassicurare sé stesso che il sacerdote. Sa che la situazione è difficile per loro, se non disperata.

- Non si può consegnare il Regno agli stranieri ed essere ridotti in schiavitù - aggiunge. - Il Signore è con noi e ci aiuterà. - D’altronde, pensa, questo prete sta dicendo che a centinaia nei vari paesi si stanno muovendo e che il Re Franceschiello sta per tornare a casa vincitore.

I tre congiurati, Don Nicolino e i due Solito, si avviano di buon passo e apparente buon umore verso la Piazza. Le prime casa di Volturara sono ormai davanti a loro. La spia Nicola Raimo li osserva e la loro allegria gli mette rabbia e premura, si tiene una mano in tasca per proteggerla dal freddo, con l’altra mano cerca di tenere bene serrato il mantello al collo per non sentirsi il gelo sulla gola. Il mio destino sta nelle mie mani, pensa, la mano che sta in tasca si terrà i denari che mi faranno guadagnare i favori che mi aspetto, per aver fatto favori alla Guardia Nazionale, la mano che tengo al collo mi dovrà proteggere dalla corda che cercheranno di mettermi i filoborbonici se torna Franceschiello. Ma domani si vedrà, adesso c’è un problema immediato da risolvere. Trovare una persona fidata nella Guardia Nazionale e riferire quello che ha visto, la divisione tra amici e nemici di Franceschiello è ambigua, in una stessa famiglia ci può essere un liberale e un filoborbonico. Ci sono poi i vincoli di amicizia e interesse, il vicino si rifiuterà di dare rifugio al vicino con cui ha scambiato frutta e pomodori fino a ieri? Il figlioccio farà arrestare il compare che lo ha tenuto a battesimo? Nicola Raimo tutto questo lo sa bene, cerca di farsi notare poco, si confida solo con gente che tiene le orecchie aperte e la bocca chiusa. Non vuole fare la fine del topo che vede il formaggio ma non la trappola. Attraversa il Serrone e va in cerca di Don Ferdinando De Cristofano, Tenente della Guardia Nazionale, lo conosce bene e sa che il Tenente vuole mostrarsi il più duro, il più severo, gira sulla Spiezeria ed è fortunato, lo vede venirgli incontro.

– Don Ferdinà muovetevi, sta arrivando. Arrestatelo prima che combini guai grossi. Questo è pericoloso più di quanto immaginate. Voi capite di chi parlo..

I due insieme si avviano in Piazza, il Tenente adesso vede chi stanno cercando: Don Nicolino parlotta davanti al grande tiglio affianco al Campanile, dietro alla fontana. Una certa eccitazione si sta impadronendo di Don Nicolino, tutti la aspettavano con ansia, qualcuno con curiosità, mentre parla osserva gli astanti per carpire qualche sensazione. Vede Don Generoso Sarno salire al Campanaro e gli corre dietro. Sorpreso di vederlo Don Generoso, gli chiede il motivo del suo stare a Volturara e alle prime parole di risposta resta come interdetto, con una scusa lo saluta e riprende a salire verso casa.

Sempre lo stesso, pensa Don Nicolino, eccolo qua il solito vigliacco che non si compromette e aspetta chi vince. Ma queste tue scuse te le devo mettere nel cappello che terrai in mano, quando verrai a cercarmi aiuto. Si gira verso la Piazza e riprende il controllo di sé stesso. Sente passi leggeri dietro di sé, Don Ferdinando gli si è avvicinato e lo tira per il lembo del cappotto.

– Buongiorno Don Nicolino, sono il Tenente De Cristofano. Posso offrirvi un bicchiere di vino? Vorrei scambiare due chiacchiere.

Il prete resta sorpreso, ma accetta, rifiutare non si può e sarebbe un errore. Si avviano in silenzio al Posto di Guardia. Ma la Piazza ha occhi e orecchie a ogni pietra di lastricato. Qualcuno si stacca da un gruppetto che ha seguito quell’invito a bere che pare piuttosto una rispettosa cattura e ferma i due a mezzavia.

- Don Nicolino bello, che fai qui a Volturara?- Le parole di Don Salvatore De Cristofano, fratello del Tenente, spezzano l’aria tesa-. Non cambi mai, sempre in movimento. Chissà che stai combinando adesso -. Poi rivolto al fratello - Ferdinando, ti presento un caro amico di Montemarano. Abbiamo trascorso a Napoli tante belle giornate insieme.

Don Ferdinando lo guarda storto, vorrebbe malmenare il fratello, ma si mantiene.

- Va bene ho capito vi lascio soli, ci vediamo dopo.

Don Nicolino si riscuote ha fatto un brutto sogno, chiede a Salvatore degli amici, dell’altro suo fratello Achille De Cristofano, di Don Nicola De Feo e degli altri.

- Don Nicolì, mio fratello Achille è sicuramente in Farmacia, andiamo a trovarlo. Svoltano l’Orto della Chiesa, attraversano sulla destra la strettoia che va al Carmine, salgono sul ponte di legno posto sul vallone e si infilano nella Farmacia. Secondo le buone regole il Farmacista, in quanto rappresenta la Ragione e la Scienza, è in contrasto col Prete che rappresenta l’Irrazionale. Ma a Volturara le cose non funzionano a questo modo. Don Achille esce dal piccolo sgabuzzino laboratorio, attirato dal suono del campanello alla porta. Alla vista dei due i suoi occhi sopra gli occhiali sembrano brillare di gioia.

– Don Nicolino bello, finalmente, vieni mettiamoci dietro, ci facciamo un bel bicchiere di vino.

Salvatore improvvisamente sembra non sentirsi a suo agio, si avvia alla porta preso da una fretta improvvisa.

- Don Achì, io me ne vado che ho da fare - dice avviandosi alla porta. - Vi lascio soli -. E poi rivolto a Don Nicolino - Vienici a trovare qualche volta, resti a pranzo a casa mia. -

- Non lo pensare a mio fratello. E’ falso e contro di noi - fa Don Achille appena Salvatore chiude la porta.

- Ma come?- lo guarda stupito il suo ospite. - Appena due minuti fa mi ha sfilato dalle mani di Don Ferdinando, che mi stava portando al posto di guardia per offrirmi un bicchiere di vino intossicato.

Ma Don Achille scuote la testa. – Eppure ti dico che è così. Tengo questi due fratelli, Ferdinando e Salvatore, il primo si è messo l’uniforme da giuda e sta coi Piemontesi per fare carriera, il secondo cammina con una scarpa nuova e una antica. Piuttosto fammi sapere, sono ansioso di capire quando si parte, noi siamo pronti, gli amici ci aspettano.

- Donn’Achì, le cose vanno bene. - E sorseggiando il bicchiere - Buono questo vino, scommetto che è della vigna al Saracino.

La calma di Don Nicolino rincuora il farmacista, che si apre con determinazione.

- Li dobbiamo ammazzare tutti questi traditori cascettoni, si sono venduti per mantenere il potere, come sempre. Una pausa poi riprende - il popolo è con noi, è stato fatto un buon lavoro, gli amici si sono impegnati al massimo in questi mesi, soprattutto Matteo e Alessandro Picone.

Don Nicolino coglie la palla al balzo - Li mando a chiamare?

- No, forse è meglio che io non mi faccia vedere, sono più utile se resto riservato.Questi sospettano tutto e non vorrei che ci scoprano prima di cominciare.

Ma Don Nicolino è venuto a spingere.

- Achì, non c’è più tempo. Domenica si deve partire tutti insieme in tutti i paesi dove possiamo arrivare. Il Re è alle porte della Campania, la flotta è nelle acque di Manfredonia secondo le ultime notizie. Dobbiamo creare confusione per alcuni giorni, prendere in mano la situazione e aspettare in stato di massima all’erta per creare un governo provvisorio. Li spazzeremo come nel ’99.- Poi aggiunge - senti, adesso io vado a trovare gli altri. Tu sai quello che devi fare.

Si baciano, poi Don Nicolino ritorna in Piazza. La tensione che avvertiva all’arrivo sembra stemperarsi in questi incontri con amici, una specie di euforia gli pervade l’animo. È meglio di quanto credessi, pensa. Ho fatto bene a venire qui, se riesco a far crescere la tensione Volturara può diventare il fulcro della rivolta. Va a finire che Franceschiello lo devo portare a Volturara per ringraziarli di averlo salvato, un giorno speriamo non lontano.

È arrivato davanti alla fontana della Piazza, quando vede due suoi compaesani di Montemarano che di spalle passeggiano. Si avvicina e tira per l’orecchio Don Nicola Gallo, suo vecchio amico. Il fastidio dell’amico per il gesto ricevuto si trasforma in piacevole sorpresa appena si gira.

- Donnicolì e che ci fai qui? fatti guardare, lo sai che non ti riconoscevo più? Con questa barba sembri un brigante.

- Nicola Gallo è veramente sorpreso. Sa qualcosa, sa anche che il prete è ricercato per i fatti di Napoli del Novembre scorso.

- Niente, sono venuto a trovare i vecchi amici, ma tu, piuttosto, come ti trovi a lavorare a Volturara? Mi fa piacere vederti qui . L’ ho sempre detto che Volturara e Montemarano devono stare insieme, fare un unico paese, l’uno può aiutare l’altro.

Mentre parla, con la coda dell’occhio vede arrivare Don Nicola De Feo l’Arciprete. Lascia i due amici montemaranesi all’improvviso, senza nemmeno salutarli, corre incontro al suo grande amico.

- Don Nicola, come stai?- Si abbracciano, si baciano con affetto, in nome di un’amicizia da ragazzi al Seminario di Nusco, culla dei loro impegni scolastici.

- Non mi chiedere perché sto qui, adesso so solo che sono contentissimo di vederti.

- Nicolì, oggi resti ospite a casa mia, a pranzo, non dire di no, sennò mi arrabbio.

- Vabbene, vabbene hai vinto tu. Ho tanto da fare, ma a te non saprei dire di no.

- Oh, vedi però che adesso ho da fare. Sai, è morto Don Pasqualino Masucci, il dottore, e devo officiare il funerale, tu aspettami a casa mia che ti raggiungo subito.

Don Nicolino si fa il segno della croce.

- Madonna mia, Don Pasqualino è morto? povero amico mio così giovane, mi hai dato una tristissima notizia..Pregherò per lui. Il Signore lo abbia in gloria.

Il cielo è coperto e livido, risuonano in lontananza di cupi rumori di tuono e dietro la collina di San Michele improvvisi bagliori fanno presagire un tempo non proprio primaverile. I due sacerdoti si avviano al Campanaro. L’Arciprete fa strada ed è contento di annunciare la visita di un amico ritrovato dopo tempo.

- Maria, oggi abbiamo un gradito ospite, non farmi fare brutta figura, prepara qualcosa di buono, io torno tra poco.

La donna fa accomodare Don Nicolino nella stanza dove Don Michele, il padre dell’Arciprete, sta aggiustando una sedia. L’ospite montemaranese viene salutato cordialmente e invitato a prendersi un bicchiere di vino. Ma Don Nicolino è nervoso e avverte una strana sensazione di inquietudine dentro di sé, cercando di non apparire scortese chiede di potersi assentare. Non posso perdere tempo – pensa..- Qua se non mi muovo rischio di rovinare tutto il filato.

Scendendo attraversa la Piazza d’un fiato, dirigendosi verso il Freddano, gira sotto i Portoni verso la casa di Don Angelo, il parroco. Sa che troverà comprensione e aiuto, sa che Don Angelo gli indicherà la strada giusta. Al bussare il parroco si affaccia alla finestra e senza parlare scende ad aprire la porta. Solo dopo che Don Nicolino è entrato lo abbraccia con affetto. Si scambiano parole di circostanza e salgono al piano superiore. Matteo Marino il fratello del parroco è lì. Alto, robusto, con baffoni tendenti al grigio, sopracciglia forti e nere, sotto una capigliatura castana e corta, incute rispetto, ma nello stesso tempo offre disponibilità al dialogo e senso di sicurezza. Don Nicolino ne aveva sentito parlare, ma trovarselo di fronte così come se l’era immaginato gli mette allegria e lo fa aprire senza remore.

- Matteo, dobbiamo muoverci. Solo tu puoi concretizzare i nostri sforzi e i nostri ideali contro questi traditori venduti allo Scomunicato.

- Don Nicoli’, fatevi salutare, e state senza paura, Volturara è con noi. Lo straniero non passerà. Garibaldi e Vittorio Emanuele pagheranno la loro tracotanza. Piuttosto come va negli altri paesi? quando ci sarà l’ordine di accendere il fuoco?

- Il momento è vicino, sono qui per questo. Dopo domani comincerà in cento paesi una rivolta contro cui i pochi Piemontesi potranno fare nulla. A Volturara prenderai tu il comando delle operazioni e con i tuoi amici costituirai il nucleo che attenderà il ritorno del nostro Re Francesco.

- Ho già parlato con loro e sono pronti Comunque vogliono conoscerti. Abbiamo parlato tante volte di te che non vedono l’ora conoscerti. Non sanno ancora che sei qui a Volturara, ma se usciamo li troveremo senz’altro.

Don Nicolino non se lo lascia dire due volte e prendendo il cappotto dalla poltrona dice a Matteo di andare avanti, lui lo seguirà. Arrivano al fontanino del Freddano, mentre l’orologio della Piazza suona mezzogiorno e le campane ricordano a tutti che è ora di fermarsi a mangiare, prima di riprendere il lavoro nei campi, perché così vuole nostro Signore. I due si fanno il segno della croce senza neanche accorgersene, mentre si infilano nel sottano di Alessandro Picone, il punto di riferimento della congiura. Finalmente i capi della cospirazione sono a raccolta. Con Alessandro Picone ci sono suo fratello, Luigi e Angelo Solito. Matteo Marino fa le presentazioni e invita tutti a fare una passeggiata al Dragone. Si parlerà meglio, senza occhi e orecchie indiscrete. Nessuno si accorge che da dietro la finestra di fronte Pietro Candela li sta osservando con attenzione. Una sorta di euforia pervade l’animo dei congiurati. Matteo parla con Don Nicolino sugli appoggi che sono riusciti a ottenere tra i notabili. Fa il nome dei figli di Don Angelo Marra, i fratelli Mattia e Alfonso Marra, il nome di Don Gioacchino Benevento e di altri che pur essendo loro favorevoli non vogliono esporsi troppo, dato che le Guardie Nazionali tengono tutto sotto osservazione e conoscono i movimenti di tutti. Alessandro Picone e gli altri due un poco più indietro guardano il prete ed esprimono i primi giudizi sulla persona. L’impressione che ne hanno ricevuto è senz’altro positiva. Ammirano la serietà del volto, nascosto dalla barba, la determinazione del linguaggio e la sicurezza che le sue parole infondono. Alessandro si sfregola le mani impaziente e l’eccitazione nei suoi occhi si concretizza nelle invettive contro quelli che si vogliono prendere il paese a danno degli altri. A turno i congiurati danno sfogo alle tensioni: Don Leonardo Masucci, Don Salvatore Sarno e Don Nunzio Pasquale sono coperti di insulti liberatori.

- Cascettoni, traditori, sempre loro, pur di comandare non esitano a mettersi con i Piemontesi, stranieri scomunicati.

La passeggiata si conclude nei pressi dell’aia di San Michele in località San Carlo. Don Nicola osserva davanti a sé lo spettacolo della Natura e ne è impressionato.

- Avete un panorama degno del Paradiso, se non fosse per il freddo e l’umidità.

Il Dragone è pieno d’acqua fin sulla stradina che lo costeggia e lo spaccato che hanno davanti agli occhi fa vedere solo acqua con mallardi che salgono e scendono, centinaia di uccelli che volteggiano sull’acqua creando figure geometriche che assumono mille contorni e mille forme. Il cielo grigio e minaccioso rende più colorata la superficie del lago e le pieghe dell’acqua con fare soffice sembrano cullare un mondo a sé, eterno, senza tempo. È stato un convegno ben poco operativo, anzi nulla si è concluso. I congiurati non hanno un vero piano e si rendono conto della forza dell’avversario, che al momento controlla quasi tutto il territorio e ha spie dappertutto. Si rincuorano e si convincono l’un l’altro che i Borbone non cadranno mai, parlano e riparlano di flotte ed eserciti che si stanno muovendo a soccorrere Franceschiello. Non si risparmiamo imprecazioni e minacce contro i traditori, si ripetono i nomi dei paesi nel territorio pronti alla rivolta contro i Piemontesi. Ma dietro l’aria decisa si cela l’incertezza e dietro l’incertezza arrivano due compagne pericolose: nostalgia e insicurezza. Un brivido più di piacere che di freddo scuote Don Nicolino, i cui pensieri erano arrivati chi sa dove, facendosi il segno di croce invita i compagni ad affrettare il passo perché ha troppi impegni in paese.

- Devo passare da Don Nicola Gallo, non per altro quello si offende - pensa Don Nicolino mentre arrivano alle prime case del Freddano.

Al fontanino li lascia non senza averli baciati a uno a uno. Una stretta di mano a Matteo come per dirgli vai avanti senza paura e si avvia verso la Piazza.Trova Don Nicola Gallo che va a tavola. Un altro bicchiere di vino che gli viene offerto, senza ancora aver mangiato, gli mette allegria. Ritrovarsi con un collega, e di Montemarano, stempera quel nervosismo che lo aveva assalito da quando era arrivato a Volturara. Gli racconta che tutta l’Europa si sta organizzando per riportare sul Trono di Napoli Francesco II. Una flotta attaccherà a Manfredonia, un’altra a Palermo, mentre da Roma l’esercito marcerà su Napoli con in testa il Re per scacciare gli atei.

- Don Nico’ fra giorni mi tolgo la barba, l’incubo è finito. Torno a fare il mio dovere di sacerdote, non senza aver scacciato questi demoni che si sono venduti allo Scomunicato.

Se ne va rinfrancato, attraversa la Piazza e al Campanaro bussa alla casa di Don Nicola De Feo.

Chiede scusa per il ritardo, ma la simpatia che accoglie il suo ritorno gli fa capire che non sono offesi. A tavola l’aspettano in tre, tutti desiderosi di conoscere questo personaggio di cui avevano sentito parlare così bene. Giovanni, il fratello di Don Nicola De Feo, fidanzato con Agnese la sorella di Alessandro Picone, non fa che chiedere notizie su come si sono conosciuti e delle marachelle che combinavano in Seminario. Il padre Michele scruta l’ospite cercando di capire cosa voglia e la sua mente va ai moti del ‘48 e del ‘21. Questo Don Nicolino ha lo stesso furore negli occhi di quelli che allora volevano il contrario di quello che voleva lui. Quante vite bruciate per cacciare i Borbone e ora c’è chi ancora li vuole far ritornare. Cinquant’anni di lotte, di paure, di riunioni segrete. Ne aveva sentito parlare tanto da suo padre. I volti di Don Cosmo e di suo fratello Don Domenico, di Antonio Candela e tanti altri ballano davanti ai suoi occhi e si mescolano allo sguardo duro, accigliato, forse un po’ cattivo di questo prete che sembra un brigante. Si, questo è proprio un brigante, a me non piace, mi voglio fare i fatti miei, ma lo devo dire a Nicola di non fidarsi troppo. Questo porta guai appresso, glielo devo proprio dire. Il pranzo va avanti in silenzio, poi i due sacerdoti passano nel salotto e Don Nicolino spiega, come se fosse la prima volta nella giornata, tutto il piano per il ritorno di Francesco II con la stessa partecipazione e veemenza di sempre. Gli dice che è in diretto contatto con Roma, tramite il fratello Mariano che sta a Napoli nascosto, dopo che tutti e due nell’anno precedente avevano partecipato a una rivolta ed erano riusciti a sfuggire alla cattura per un soffio. Fuori sta calando la sera. I cinque rintocchi dell’orologio così vicini li scuotono, smettono di parlare. Con rammarico Don Nicolino si alza e abbracciando l’amico gli rinnova l’invito a combattere contro lo scomunicato e nemico di Roma, apportatore di rovina dei popoli. Mentre dalla finestra lo guarda che attraversa la Piazza, Don Nicola De Feo a stento riesce a frenare il tumulto dei sentimenti suscitato dalla visita del suo amico. È turbato, sia perché lo ha visto sofferente, sia perché ha scatenato nel suo animo di uomo tranquillo orizzonti di lotte e di intrighi. Nei suoi occhi appaiono le figure di Don Gennaro Vecchi, di Don Salvatore Sarno, di Don Leonardo Masucci, i padroni di Volturara in questo momento. Come sarà possibile combatterli? chi ne avrà il coraggio? Potranno Matteo e Lisandro Picone far fronte a un potere forte con mille tentacoli?. Mah! forse è meglio non pensarci. Che Iddio li aiuti. Chiude la finestra, perché le prime gocce di pioggia portate dal forte vento penetrano tra le imposte creandogli fastidio agli occhi. Don Nicolino torna a Chianzano, e sa che la sua giornata non è finita. Per recarsi in paese, chiama Achille e Giovanni Mongiello e li prega di andare con lui. Ivi giunti si dirigono in Piazza all’osteria di Beatrice Picariello e si rilassano bevendo un bicchiere di vino. Agli sfottò di Beatrice, la quale gli chiede come mai un prete porta la barba, Don Nicolino risponde che è un voto fatto per il ritorno del Re Francesco e che fra alcuni giorni se la taglierà, una volta raggiunto lo scopo. Un po’ infastidito, accorgendosi che l’ora è passata e la persona che aspettava tarda a farsi vedere, esce dall’osteria con i compagni e si avvia alla casa del fratello Silvio, dove conta di passare la notte. A letto Don Nicolino ripensa alla lunga giornata. Rimasto solo non ha più necessità di ingannare sé stesso per ingannare gli altri. Il vento ha girato e soffia deciso contro i filoborbonici. A Volturara tra gli amici tira un’aria di armiamoci e andate, figuriamoci poi gli indecisi. Si pente di aver spinto ed eccitato i pochi decisi, ha paura che andranno al massacro, confidando nelle sue parole sugli avvenimenti. Diventa sempre più irrequieto minuto dopo minuto. Senza neanche accorgersene pensa alle vie di fuga. Chiedere umilmente ospitalità al Santuario di Montevergine? Cercare la banda di Cicco Cianco? Avviarsi per Napoli e poi Roma? Sente voci dabbasso, guarda alla finestra e al fucile appeso alla parete, ma le voci sembrano amiche.

- Fate scendere Don Nicolino, ditegli che lo cercano e verranno qui di certo. Lo mettiamo noi al sicuro stanotte.

La persona che Don Nicolino aspetta a Chianzano non arriverà mai. Arriveranno poi le Guardie Nazionali per arrestarlo, ma senza trovarlo. Da questo momento si perdono le tracce di Don Nicolino. Per non essere arrestato, si nasconde nelle campagne di Chianzano. Il 20 Giugno 1862 la Sezione di Accusa di Napoli lo accusa di “Cospirazione e attentato, avente per oggetto distruggere, cambiare il Governo e eccitare i cittadini ad armarsi contro i poteri dello Stato Italiano”. Lo condanna in contumacia. Il 19 Dicembre 1863 accetta l’Indulto emanato per tutti i reati politici legati all’Unità d’Italia e ritorna libero cittadino dopo tre anni di latitanza, ma è segnalato e controllato continuamente. Due anni dopo, il 29 Giugno 1865, un ordine di cattura per i vecchi reati riporta in vita una situazione che sembrava appartenere al passato. Don Nicolino si affida a un Legale, che con lettera del 3 Luglio rintuzza le accuse mosse al suo cliente. La Corte di Assise in data 5 Luglio 1865 archivia la sua pratica, essendosi i reati estintisi con l’amnistia del 1863.




permalink | inviato da SAPODILLA il 9/9/2011 alle 18:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



31 agosto 2011

A questo non avete pensato , eh?

Abbiamo milioni di disoccupati, di tutte le età, tutte le esperienze, tutti gli studi, ma importiamo lavoratori. Siamo scarsi di grandi industrie, di tecnologie avanzate. Le industrie italiane del Nord sono spesso solo subfornitori delle grandi imprese svizzere e tedesche. Non è che per caso abbiamo bisogno di importare imprenditori e industriali? 

J G Sapodilla




permalink | inviato da SAPODILLA il 31/8/2011 alle 17:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



30 agosto 2011

Pasqua senza pane

 

Ora so cosa significa la persecuzione religiosa. Venti giorni senza un pezzo di pane, una brioche, un biscotto e senza vera pasta di grano duro. Per i venti giorni della Pasqua ebraica non si devono mangiare prodotti fatti con farina, mi pare di aver capito. I rabbini ortodossi vanno per negozi e supermercati, appiccano il loro foglietto – Il rabbinato centrale di Israele dispone - e noi buoni cristiani siamo vittime.
In un eccesso di zelo, o per smaltire le scorte dice il diavolo, i gestori di alcuni supermercati coprono anche gli scaffali con i prodotti di importazione: addio passata di pomodoro Cirio, addio Heinz ketchup.
Infine in ogni evento si trova il lato positivo, infatti mangiare pane da queste parti è ogni giorno un castigo, pane ne sfornano in continuo in varie forme e formelle, con e senza zenzero, sempre colloso e stopposo.
 




permalink | inviato da SAPODILLA il 30/8/2011 alle 16:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



25 agosto 2011

MOOSHIE

 

J G Sapodilla
Mooshie
 
- Ti ricordi di Mooshie?
-Il tuo amico gay di Haifa? Vagamente. Che cosa è successo al buon Mooshie?
-Come sai, da queste parti ogni famiglia ebrea vuole che il figlio si sposi al più presto. E’ una tradizione religiosa, inoltre lo stato di Israele favorisce le famiglie numerose perché la popolazione  araba fa molti figli.
-Se continuate a questo modo presto in Israele ci sarà un esercito di soldati e un esercito di disoccupati. Continua con Mooshie.
 -Mooshie si trova in acque profonde. Mooshie si è sposato molto giovane e ha avuto due bambini, ma subito ha scoperto le sue vere inclinazioni  e ha divorziato. Adesso sua moglie si vede con un musulmano e ha intenzione di convertirsi all’Islam per sposarselo. Mooshie è disperato, perché i suoi bambini cresceranno in una casa musulmana, in un villaggio lontano da Haifa. E’ stato insieme ai suoi bambini tutta questa settimana, perché sua moglie è in viaggio in Turchia col suo nuovo partner, il tipo musulmano. La moglie di Mooshie ritorna domenica e si riprende i bambini. Mooshie mi ha chiamato in lacrime.
-Secondo la legge in Israele Mooshie ha il diritto di intervenire nell’educazione dei figli. Non è così?-
-Mooshie può chiedere che i suoi figli vadano in una scuola ebrea, ma non ha diritti sulla loro educazione nella futura casa della sua ex moglie. Ma questo non è tutto. Ho detto a Mooshie di andare a parlare col rabbino, per avere una guida e assistenza. Domani Mooshie va al Rabanut, oppure va al Sidur dopodomani durante lo Shabbath.
-Fammi sapere le risposte del rabbino, è una cosa che non mi devo perdere.
 -Ti farò sapere. Ma adesso sta a sentire questo. Se sei gay in Israele, non è contro la legge, ma è meglio che non vai in uno dei nostri villaggi arabi, perché ti ammazzano. Quando la polizia indaga, tutto il villaggio è d’accordo: nessuno ha visto, nessuno sa. Come vedi, non è conveniente essere gay e musulmano allo stesso tempo. Se poi sei ebreo e gay, non è proprio consigliabile entrare in uno dei nostri villaggi arabi, dove ti ammazzano due volte: una perché sei ebreo, una perché sei gay. Mooshie, se va a vedere i suoi bambini al villaggio, prima o poi lo ammazzano.
-Ma la moglie d Mooshie può essere obbligata a portagli i bambini in visita ad Haifa.
-Anche questo è un problema. Ad Haifa bambini verranno a sapere da persone o da altri bambini ebrei come stanno la cose e tornati al villaggio lo racconteranno ai bambini musulmani. Alla fine Mooshie sarà odiato dai suoi figli. Ora capisci in che pozzo è caduto Mooshie.
 
 
 
 
 
 
 




permalink | inviato da SAPODILLA il 25/8/2011 alle 8:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


sfoglia     marzo       
 







Blog letto 92763 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom