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  SAPODILLA [ SATIRA E RACCONTI BREVI di J G Sapodilla ]
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SAPODILLA - RACCONTI su Ipad e Android

 

         

 

ASCOLTA I RACCONTI DI SAPODILLA Gli Alberi di Arance e Limoni

 

Vi racconto la storia di Joe Smith, Joe era stato il miglior meccanico della Akme, la fabbrica per ricambi di trattori, fino a quando non era stato trasferito al reparto spedizione, per sostituire il tipo che se ne andava. Joe se stava solo tutto il giorno a riempire scatoloni di ogni tipo che caricava sul camioncino fino all’ufficio postale. A Joe non piaceva per niente il nuovo lavoro, ma poi si era reso conto che in ogni cosa esiste un lato positivo.

 

 

 

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21 dicembre 2014

L’Anima che Dormiva in una Scatola di Cartone

Quando il sole mi svegliava all’alba attraverso la grande porta finestra a quattro ante senza le tende, me ne andavo a piedi verso la stazione della metro Ottaviano, tra le sei e le sette del mattino, passando per la Chiesa delle Grazie. Arrivato quasi alla fine di via Candia, incontravo lei, la donna in nero, nella sua scatola di cartone. Impossibile che sopravvivesse al freddo delle notti. Era solo la sua anima. Non l'ho mai incontrata in quello stesso posto in ore diverse dal primo mattino. Al risveglio si spostava in altre strade. Non prendevo la metro, invece scendevo da un ingresso anonimo per una scaletta interna in una pasticceria senza insegna, ove trovavo cornetti e krapfen prodotti nel loro laboratorio e venduti quasi a metà prezzo. La qualità era del tutto accettabile, anche se non al livello sublime della mia panetteria, che si vantava di farine francesi; non tutte le mattine si può avere tutto. Me ne compravo sempre quattro pezzi assortiti e me ne tornavo contento a casa, al ritorno se fosse passato un autobus ci sarei salito per un paio di fermate, senza pagare il biglietto. Le quadriglie degli storni erano in volo canterino dalla prima luce. I clienti di quella pasticceria erano in maggioranza stranieri, passeggeri della metro per andare al lavoro. ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Potassio in agguato. Potassio vestiva sempre con una maglietta celeste e calzoncini corti celesti, forse sarà stato questo particolare a tradirlo. Nascosto in un portone aspettava il passaggio del tram a Piazza Strozzi. Non era stata una buona idea cambiare il percorso del Tram numero 8 e costringerlo ad attraversare Piazza Strozzi, con due strette curve all’entrata e all’uscita, dove il tram verde composto da due vagoni doveva rallentare quasi a fermarsi. Lo stratega Potassio conosceva questi punti deboli del tram, lasciava passare il primo vagone per non essere visto dal conducente, ma al passaggio rallentato del secondo vagone usciva felino dal portone e posava esperto un sacchettino sul binario prima dell’ultima ruota. Con un orribile boato la ruota faceva esplodere la innocua miscela esplosiva che riempiva il sacchetto. Il conducente, costretto a fermare ogni volta il tram, scendeva, osservava, minacciava l’aria con la barra di ferro per azionari gli scambi, infine sconfitto e furioso risaliva e andava. -------------------------------------------------------------------------------------------------- Il Gioco del Calcio. Attirati da misteriosi richiami, la banda dei venti o trenta ragazzi e ragazzini si ritrova nella discesa del garage, per la prima volta vedono un televisore in bianco e nero. Campionato mondiale di calcio, finale Svezia-Brasile a Stoccolma. La banda ondeggia, si stringe, si allunga e si accorcia, i più piccoli cercano di passare avanti, nel tentativo di distinguere i giocatori che sono ombre sfumate tra scariche elettromagnetiche. Il pallone corre veloce, più svelto delle telecamere, ma non quando viene attratto dal piede magico di Garrincha, l’ala sinistra, punta del Brasile. Il pallone si riposa mentre Garrincha a metà campo danza sinuoso di fronte al terzino difensore della Svezia. Ma ora nel piccolo schermo nuvoloso si vede solo il terzino, dove sono finiti Garrincha e il pallone? Sono lontani, nell’area di rigore della Svezia, volati via insieme come due colombi, sorridono al portiere della Svezia. ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Tutto Finisce Qualche Volta Male. Presto vedremo i campi di calcio in plastica. Le ragazze pompon suoneranno la trombetta per fermare il gioco ed entrare in campo: pubblicità dello sciroppo. Gli spettatori saranno pagati per riempire gli stadi e il regista della tv li comanderà a insultare, applaudire, fare la hola, invadere il campo. C'era una volta il gioco del calcio e non si potevano sostituire i giocatori infortunati. Quando si infortunava il portiere, tra la disperazione dei tifosi e la vergogna degli avversari, il centravanti indossava la maglia nera col numero uno. Tra grandi applausi il portiere si avviava agli spogliatoi e il centravanti a difender la porta. Il massimo del brivido si poteva ottenere quando poco dopo si fosse azzoppato un terzino avversario. Il difensore veniva spedito all'ala sinistra ove se ne stava trascurato. Troppo trascurato. Ecco che riceve un lungo lancio in contropiede di alleggerimento, riesce a stoppare col petto, percorre come Milziade i cinquanta metri che lo separano dalla porta, segna il primo e ultimo gol della sua carriera. Questo era il gioco del calcio e voi che non lo avete visto non sapete cosa è la gioia di sognare.




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18 dicembre 2014

La Grulla

D'altro canto / Che accade intanto? / Da tutt'altra parte intanto la Grulla/ Davanti allo specchio balocca e trastulla/ Troppa ciccia ho nel sedere/Forse meno dovrei bere/ Sono troppo ahimè incostante/ Mi van strette le mutande/ Per mangiarmi un pollo crudo/ Or vò fuori a culo nudo/ Mi ha insultata Filomena ‘Sembri proprio una balena Mangi troppo di lasagne E financo di castagne Dopo un kilo di marroni Ti saltarono i bottoni’ Io cammino troppo poco/ E mi mangio pure il cuoco/ Nelle sere disperate/ Mi divoro sei cassate/ Se mi vengono i malori/ Fò rimedio coi cannoli/ Per i troppi biscottini/ Mi stan stretti anche i calzini/ A dieta a dieta/ Una foglia o due di bieta /Voglio uscire, voglio uscire! Passeggiare e dimagrire/ Or mi scelgo le scarpette/ Queste no, son piccolette/ Metto questa di gonnella/ Che la vita mi fa snella/ /Voglio uscire, voglio uscire! /Passeggiare e dimagrire/ Or mi metto i tacchi a spillo/ E saltello come un grillo.




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27 novembre 2014

Mancha Negra

Mancha Negra non sapeva di aver commesso un errore, l’ultimo nella sua vita allegra e spensierata. Le forme di quella donna erano state una attrazione fatale. Dopo che Eustaquio, il marito della donna, gli aveva tirato un colpo di fucile nella notte, aveva deciso di tenersi alla larga dalla piccola fazenda. Per fortuna ho la pelle dura, si era detto in quel momento, ma la notte giù in riva al fiume aveva sentito l’odore della femmina, il sudore della sua pelle, e si era mosso. Eustaquio sapeva di ave commesso un grave errore. Non avrebbe mai dovuto sposare Maria Ichuzena, quella donna non gli era piaciuta dal primo momento, era stupida, troppo bassa di statura anche per una india, la pelle emanava sempre cattivi odori, ma gli serviva un aiuto nei lavori e non voleva pagare qualche fannullone. Eustaquio si era rivolto al missionario per avere una donna rispettosa e robusta, il prete gli aveva portato Maria Ichuzena. Non abbiamo altro per ora Eustaquio, ma sono sicuro che sarai contento, Maria è una donna che lavora e non sperpera il denaro. Invece erano subito cominciate le liti furiose. — Non avrei sposato un maiale come te, se non mi avesse costretta mia madre. — Tieni la bocca chiusa e bada alle galline. Le galline erano la ricchezza e la fortuna di Eustachio, ne possedeva a decine oltre ai maiali. Pedro Lizandro il vicino di Eustaquio aveva un problema, non gli piaceva lavorare, ma non aveva terre e neppure galline. Per qualche settimana se ne era stato zitto a sentire le liti dei novelli sposi, poi era passato all’azione. Una mattina che l’odore delle focaccette fritte di Maria era più avvolgente del solito, Pedro si era avvicinato e l’aveva chiamata Orchidea della Sierra, poi se ne era tornato a casa con le focaccine. Maria Ichuzena aspettava la notte, quando il marito dormiva esausto e ubriaco, in silenzio la donna entrava nella stia delle galline, torceva il collo a cinque di loro, una la portava a Pedro Lizandro le altre quattro le gettava al di là del recinto. Mancha Negra in attesa fuori del recinto non riusciva a farsi una ragione, questa santa donna, senza che ne avesse il dovere, tutte le notti gli procurava quattro gallinelle. La donna lo aveva attirato a sé con pazienza, mettendogli una gallina tra il fiume e il recinto, sempre più vicino. Eustaquio cercava di rimanere freddo, era uno che sapeva leggere e scrivere, mise una fascetta numerata alla zampina di ogni gallina, la mattina le pollastre venivano messe in fila e contate. Oggi manca la sedici, mancano anche la ventuno e la ventidue, la trenta è sparita con la sessantasei. Maria alzava le spalle con un sorrisetto mesto al marito. Eustaquio aveva verificato ogni maglia del recinto, aveva cercato di mettere in trappola il vicino. Ma che se ne poteva fare Pedro Lizandro di cinque galline al giorno? Infine il nostro Eustaquio aveva compreso che era opera diabolica, si era fatto la croce e si era deciso a rivolgersi alla chiesa. Domenica. La lattina di Incacola, piena di vino bianco, non aveva interesse in questa storia e se ne stava sul gradino della chiesa, accanto al missionario, quest’ultimo scaricava la pipa, quando vide le braccia agitate di Eustachio. Per un attimo il buon missionario perse la fede e fu tentato di maledire colui che viene a turbare la pace, ma vide il cesto coperto da un panno bianco che Eustaquio portava e decise di pregare per l’anima sua. Sia pure di origini e cultura tanto diverse, i due erano fatti per intendersi. Fu stabilito che il missionario si sarebbe nascosto di notte nel capanno accanto alle galline per esorcizzare il demonio. Eustaquio comprò la verità con un cesto di cinquanta uova fresche coperte da un panno bianco. Il giorno dopo. Magdalena Villareal y de Asuncion, una delle migliori porcelle di Eustaquio, si voltava di tanto in tanto ansiosa verso la fazenda, strappando la cordicella che Eustachio le aveva messo al collo per trascinarla. Quando i due passarono davanti alla scuola, il missionario non riuscì a fermare i piccoli monelli indios, che corsero fuori a tirare pietruzze sui fianchi dell’animale. La porcella prese a saltellare ribelle, ma Eustaquio le mostrò la giusta via a calci nel culo, il che dimostra quanto profondo fosse il legame tra i due. Di buon animo Eustachio e Magdalena arrivarono al cantiere della Ferrovia. Poncho, il magazziniere della Compagnia Ferrocaril, vide arrivare suo cugino Eustaquio e la porcella, si chiese quale dei due fosse l’animale, ma sorrise a entrambi.




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16 novembre 2014

Niente Divorzio

Chi sono i Clements? Dopo anni di matrimonio, né felice né infelice, i Clements ne hanno abbastanza l’uno dell’altra. Divorzio in vista in casa Clements? E come la mettiamo con casa e roseto? Per metà è stata comprata con la dote di Wendy, per metà Peter sta ripagando il prestito alla banca. E come la mettiamo con l’automobile, due ruote per uno? E come la mettiamo col capanno e la barca da pesca? Ai Clements piace andare a pesca, una delle poche circostanze in cui si sopportano. Wendy è stufa di cucinare, lei sogna di andare quasi tutte le sere al ristorante cinese o coreano con le amiche, alzarsi tardi la mattina, invece di dover mettere su il caffè alle sette quando suona la sveglia. Lei vorrebbe scegliersi i programmi preferiti alla televisione, senza interferenze sportive. Ultimo ma non meno importante, la brava donna non è mai stata una tipa molto calda, diciamo così, col passare degli anni la sua temperatura non ha fatto che abbassarsi e le attenzioni insistenti del signor Clements dopo cena le sono diventate insopportabili. Peter Clements non riesce a farsi venire in mente quando e perché ha conosciuto Wendy e l’ha sposata. Pensa che potrebbe andarsene a giocare a poker con gli amici tutti i fine settimana, senza sentire quella voce lagnosa sulla porta “oh, Peter, se non buttassi i nostri soldi al poker, potremmo comprarci una macchina nuova come i nostri vicini”. Infine Peter deve risolvere il problema della sua nuova giovane segretaria, che di tanto in tanto si dimentica di mettersi le mutandine, lasciando sperare che le cose si mettono bene. Invece lei riunisce il pollice e l’indice della mano sinistra a cerchio e sorride. Per dirgli siamo d’accordo Peter? No, il suo messaggio è niente anello niente giochini e giochetti. La segretaria di Peter ha tracciato ben chiaro il cammino: primo divorziare da Wendy, secondo sposare lei, terzo lei lascia il lavoro per via che una tipa con le cosce come le sue è sprecata a scrivere lettere e rispondere al telefono. Peter si è fatto quattro conti e i conti non gli sono tornati. Lui dovrebbe rinunciare alla casa col roseto, pagare gli alimenti a Wendy, mantenere Dolly come nuova moglie, scriversi le lettere da solo. Non se ne parla, non a questo modo. Pur di liberarsi di Peter, Wendy ha pensato di trovarsi un lavoro, ma c’è stata incomprensione tra lei e quella stupida negra dell’agenzia.




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18 ottobre 2014

Agenzia dell'Addio

Siete mai stati lasciati da una ragazza? Ne avete mai lasciata qualcuna? Sicuramente almeno una di queste due esperienze le avete provate e altrettanto sicuramente non sarà stata una cosa piacevole. A volte si arriva a un punto in una relazione in cui è impossibile andare avanti. Non per qualcosa che è successo, ma piuttosto per una incompatibilità di fondo. Ti arrovelli per giorni, chiedendoti se sia solo una crisi passeggera, se si possa salvare ancora qualcosa. Ma niente, non se ne parla, è tutto finito. E stavolta ti arrovelli su cosa dire, come dirlo e quando farlo. Passano i giorni, passano le notti e proprio non ti vengono le parole giuste. Poi finalmente ti trovi faccia a faccia con l'ignaro partner e pensi che preferiresti essere a casa a leggere un libro o sistemare il rubinetto che perde, piuttosto che dirle, o dirgli, come stanno le cose. Non pagheresti qualcuno per occuparsi della faccenda? Ebbene, qualcuno ci ha pensato! L’Agenzia dell’Addio finalmente ti solleva da questa noiosa incombenza e con una piccola spesa. Con la Tariffa Economica puoi scegliere tra due opzioni: ‘Ti lascio, ma restiamo amici’ oppure la più drastica ‘Lasciami in pace’, entrambe comunicate via telefono. Con la Tariffa Lettera l'agenzia si premura di scrivere all'interessato una lettera per tuo conto, seguendo le tue indicazioni e i tuoi desideri. Infine Con la Tariffa Visita viene offerta la soluzione più efficace: l'agenzia invia un incaricato sul posto, ufficio o abitazione dello sfortunato partner, per comunicare la tua decisione. Da notare che si può scegliere anche il tono della conversazione, che può andare da ‘delicato’ a ‘senza pietà’. Il recupero degli oggetti personali e dei regali viene trattato separatamente. Il pagamento è anticipato e il cliente deve fornire una classificazione sul potenziale di violenza ed irritabilità del partner abbandonato.




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2 ottobre 2014

Il re era disperato

Il re era disperato, cosa avrebbero pensato gli ambasciatori, se si serviva loro brodo di dado? E se la principessa avesse indossato ciabatte di pelle di pollo al loro cospetto? Avrebbero pensato a una mancanza di riguardo e poteva perfino scoppiare una guerra contro il suo regno. Ecco i motivi per cui il re pregava tutto il giorno che un principe venisse a chiedere sua figlia in sposa. Il regno del re, padre della principessa capricciosa, era molto grande e ricco, al suo confine viveva il principe povero nel suo piccolo regno. Il principe povero era molto orgoglioso e molto famoso, perché era l’ultimo discendente di una famiglia di guerrieri, che avevano sempre vinto tutte le battaglie contro i nemici. Tutte le giovani principesse nei dintorni speravano che il principe povero venisse a chiedere la loro mano, ma non la principessa capricciosa. Il vento aveva portato in giro la voce che il re non poteva sopportare i capricci di sua figlia e si domandava ansioso quando sarebbe arrivato un pretendente a lei gradito. Infatti, la principessa rifiutava ostinata tutti i pretendenti con mille scuse: questo ha baffi troppo lunghi, quello odora di tabacco, e mandava via tutti.




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8 settembre 2014

I Porcelli Mancanti

Al mattino che segue , i porcelli escono in fila e si fa la conta, purtroppo la prima settimana del mese, o l’ultima, ne manca sempre uno. Ho disposto turni di guardia la notte alla porta e ti assicuro che neanche un porcello smilzo può essere asportato dalle finestrelle, senza farne prima salsicce. Mio caro Homeless, nessuno qui a Tripplewood ha dimenticato la straordinaria abilità con la quale hai smascherato gli allevatori disonesti alla Competizione Annuale della Porcella Larga. (E vi prego di accettare il mio invito a far parte della giuria anche quest’anno), Nessuno qui ha dimenticato il caso della porcella gonfiata con l’azoto prima della gara; o il caso del concorrente che poggiava il gomito sulla bilancia. Ti aspetto al più presto a Tripplewood Oliver Algernon Everybottom




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11 settembre 2012

Cocaina e Pomodori

 

Cocaina e Pomodori
Copyright J G Sapodilla 2011
 
Mussah lavora come aiutante in un negozio di frutta e verdura.
- Ehi, oggi sono passato a comprare cetriolini e pomodori, ma Mussah non si è visto.
-  Infatti non lavora più in quel negozio di frutta e verdura.
-  Mi spiace, se ha perso il posto di lavoro. Mussah ha un talento unico nel saper scegliere il cocomero giusto nel mucchio, non ne trovi in giro tipi che lo sanno fare. E’ stato mandato via per qualche motivo?
- Piuttosto si è dovuto licenziare.
-  Forse il proprietario del negozio non gli vuole riconoscere un aumento di salario? Problemi del genere?
-  Ma no, il fatto è che il proprietario sniffa la droga e voleva che Mussah gli tenesse compagnia
-  Ma dimmi, Mussah è un nome arabo?
-  Si, giusto.
-  E il proprietario del negozio è arabo?
-  Ebreo.
-  Un ebreo che vuole sniffare cocaina con un arabo?
-  Non ti va? Dopotutto la ragazza di Mussah è una giovane ebrea convertita all'Islam per motivi personali, a Primavera si sposano al villaggio arabo di Mussah.
-  Il rabbino che dice di tutta questa storia?
-  Il rabbino mica può stare dietro a tutti.
In conclusione sarei dovuto andare al villaggio arabo, alla festa degli sposi Mussah e Yael, la ragazza ebrea che si converte per amore. Ma ho perso la mia occasione, quando Yael ha cominciato a dire che Mussah è un fannullone e un ubriacone, come fanno di solito le donne.
Mussah ha preso male tutta la storia, ma poi ha trovato un lavoro in un supermercato.




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4 agosto 2012

OLDSMOBILE

 

Oldsmobile
Qualcuno mi ha rubato l’automobile.
Humberto ha fatto di corsa la strada fino al posto di Polizia e tiene appoggiate le mani sul bancone del sergente per riprendere fiato. Il sergente si alza in piedi, posa il giornale e guarda Humberto.
− Per dio, mi hanno rubato l’automobileeee.
− E’ un affare serio, devo avvisare il colonnello Garcia – dice il sergente. Si sentono scricchiolare le sue scarpe sui gradini che portano al piano superiore.
− Colonnello, il signor Humberto dice che gli hanno rubato l’automobile.
− Fallo arrestare, mettilo in prigione − ordina il colonnello senza smettere di osservare Conchita a passeggio dall’altro lato della strada. La gente deve smettere di farsi rubare l’automobile e poi venire qui a romperci l’anima e riempire moduli.
Il sergente rimane immobile in mezzo alla stanza.
− E’ il signor Humberto Velarde, colonnello.
− Ah, Humberto, certamente. Vedi il mio cappello, sergente?
Il colonnello scende amabile i gradini. Humberto è un amico di famiglia, si dimentica sempre dove ha lasciato la sua Oldsmobile.
− Mi hanno rubato l’automobile.
Il colonello si esibisce nella sua parte preferita, l’umorismo surreale
− Sei venuto qui con la tua automobile? Prova a vedere se non è parcheggiata fuori.
Humberto si gira e se va, può contare ancora sull’aiuto della famiglia.
Il colonnello si torce un baffetto
− Ahi, Humberto. Forse hai lasciato la Oldsmobile al teatro di fronte all’uscita delle ballerine.
Di mio nonno, che io chiamavo Papapa, tutto si può dire ma non che non fosse distratto. Papapa era molto orgoglioso di questa distrazione, sapeva che sarebbe diventato uno scienziato o un inventore, se le circostanze fossero state diverse, e la distrazione era la prova. Tutti i grandi scienziati e inventori sono molto distratti, caramba.
 
Gli capitava sempre qualcosa. Un giorno esce con la sua Oldsmobile verde per comprare il pane. Quando viene fuori dal fornaio, va a comprare il giornale. Era domenica, una domenica di sole, Papapa se ne torna a casa inebriato dal profumo dei fiori e dai cinguetti degli uccellini di primavera. E così, dopo un piacevole mattinata a leggere notizie, mangiare pane e tamales con caffè, Papapa viene a pranzo con tutti noi. Quando ci alziamo da tavola, Papapa decide che non sarebbe una cattiva idea andarcene in automobile a prendere un gelato o un milkshake in quella famosa gelateria che era rimasta la stessa dagli anni Cinquanta. Ma quando siamo fuori l’automobile non c’è. Papapa si mette le mani sopra la testa
− Qualcuno mi ha rubato l’automobileee.
Ma nessuno di noi si agita e Papa, suo figlio, gli chiede in che posti è stato la mattina. E dopo qualche giro intorno al fornaio, ritroviamo la Oldsmobile dimenticata la mattina.


 




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22 luglio 2012

Sigaro Avana

 

Sigaro Avana
Mi ero fermato solo per accendere il sigaro nel modo giusto, ma la ragazza non lo poteva sapere, aveva pensato che l’avessi vista nascosta dietro la siepe e mi era venuta incontro. La sua valigia sfondata e rattoppata aveva trascinato la ragazza e il suo vestitino corto color giallo canarino fino allo sportello della mia limousine scoperta.
− Portami dove ti pare aveva detto.
Mentre saliva le avevo guardato i fianchi. Lei aveva sorriso contenta.
− Mi chiamo Maria.
Una pioggia improvvisa mi aveva trasformato in un pesce bollito. Il caldo faceva evaporare le gocce che rimbalzavano sulla strada. Le moto si erano fermate sotto i ponti. La ragazza aveva cominciato a cantare una storia di banane fritte nello sciroppo di zucchero.
− Siamo arrivati al distributore di benzina. Puoi fare quello che ti pare per dieci minuti. − Le avevo aperto lo sportello senza scendere.
− Devi spegnere il sigaro. − Mi rispose. E prese con sé la valigia, perché voleva cambiarsi. Mi ero messo il sigaro spento nel taschino della camicia, con cura, prima di scendere davanti alla pompa. Dopo il pieno di benzina, avevo riacceso il sigaro e mi avviavo verso il bar in cerca della ragazza, quando la vidi uscire. Ma non era sola, due tipi uscivano con lei, il primo le teneva un braccio, l’altro portava la valigia. Entrai nel bar per bere qualcosa col ghiaccio.
Il barista raccontava a tutti di nuovo la storia: i due tipi della centrale di polizia si fermavano sempre a mangiare qualcosa a quest’ora, il loro piatto preferito erano le salsicce arrosto con patate e birra fredda inglese. Uno dei due aveva visto il rigagnolo denso rosso scuro che usciva dalla valigia. Lei molto gentile aveva spiegato che era suo marito fatto a pezzi. Aveva detto che era scesa alla fermata dell’autobus nella strada per seppellire la valigia nei campi, ma faceva caldo e prima voleva rinfrescarsi.
Poi il barista mi aveva osservato con sospetto.
− Ehi, signore, deve spegnere il sigaro, qui dentro non si può fumare.
 
J g sapodilla***




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29 settembre 2011

Il controllore Talleyrand

 

Ai viaggiatori che muovono dalla stazione Termini alla volta di Fiumicino con la navetta express di trenitalia, che li conduce all’interno aeroporto, capita talora una grande fortuna, incontrare il fantasma del principe di Talleyrand, travestito da controllore.

Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, detto anche semplicemente Talleyrand, 2 febbraio 1754 – Parigi, 17 maggio 1838, appartenente all'illustre Casato dei Talleyrand-Périgord, fu principe, vescovo e politico. Servì la monarchia di Luigi XVI, poi la Rivoluzione francese nelle sue varie fasi, l'impero di Napoleone Bonaparte e poi di nuovo la monarchia, questa volta quella di Luigi XVIII, fratello e successore del primo monarca servito.

Inappuntabile nella divisa stirata, gli occhialini cerchiati in oro pendono sul panciotto, il principe controllore ritira i biglietti ai viaggiatori e constata, scotendo il capo senza rancore, che in massima parte non sono stati obliterati nella apposita macchinetta obliteratrice collocata negli appositi spazi. Incorrono nel peccatuccio soprattutto i viaggiatori stranieri. Famoso per la frase con cui congedava i suoi gendarmi ‘soprattutto non metteteci troppo zelo’ Talleyrand non applica la prevista multa di euro tanti e quanti, ma ritira il biglietto colpevole, se lo ficca in saccoccia e tira avanti, indi sparisce.

Che cosa ne fa Talleyrand di questi biglietti, ancora buoni per essere rivenduti a un altro passeggero? Pare ne faccia grazioso omaggio alla regina Maria Antonietta, per la sua collezione di biglietti del treno e ricette di brioche.

J G Sapodilla




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9 settembre 2011

don nicolino contro Giuseppe Garibaldi

 

Don Nicolino Coscia è fedele a Franceschiello

I fatti e le persone provengono da un Diario originale.

1861.
Il clero spera di cavarsela ancora una volta, si sente padrone della terra e ha le chiavi del cielo, ma le gerarchie capiscono che questa volta è diverso e non trasmettono completa sicurezza al basso clero, come le volte precedenti. Il regno borbonico delle Due Sicilie sopravvive alla rivoluzione illuminista giacobina, alle truppe di Napoleone Bonaparte, ai moti Carbonari, ai tentativi mazziniani.

L’alleanza con i Borbone, tra trono e altare, esiste e resiste da molto tempo. Il clero possiede chiese, terre, conventi, monasteri, santuari, scuole, case, palazzi e oro. È il frutto nei secoli di acquisizioni, lasciti, concessioni e privilegi. Il prete è santo e guerriero, va a caccia e insegna. Il clero possiede le anime, specie quelle delle donne contadine. A Napoli regna il re, ma è attorniato da cardinali che governano spesso più dei ministri. In periferia i vescovi soccorrono il potere temporale e lo controllano in molte circostanze, senza troppo apparire. Il prete fa parte della classe sociale che domina e sfrutta i contadini, non a caso i preti hanno il Don davanti al nome come i notabili. Il titolo di Don è contrazione dal medioevale donno, il dominus, il padrone in latino.

“Tutto questo dovrebbe finire perché Giuseppe Garibaldi con mille banditi in camicia rossa è sbarcato in Sicilia?” Don Nicolino Coscia controrivoluzionario e filoborbonico si ripete di continuo questa frase.

Don Nicolino non è un pretino timido e pauroso, di quelli che passeggiano in campagna gli occhi bassi sul breviario, presi da tremito se qualche brutto ceffo sbuca fuori e lo attende in fondo alla strada. Si è fatto prete per avere e per comandare, non per cercare rifugio prima in seminario e poi in chiesa. Ha recitato la funzione con le formule in latino a voce alta, ma intanto pensava a tutt’altro. Con voce sibilante ha bestemmiato e minacciato il chierichetto che gioca troppo coi turiboli d’incenso la domenica mattina nella chiesa di San Nicola a Volturara Irpina.

- Mannaggia a quella grandissima zoccola di tua madre, ti vuoi stare fermo.

Ha rimproverato il Signore - Ma Padreterno mio, i Piemontesi scomunicati vengono qua, si prendono tutto e Tu che fai? Niente.

Si è ripassato la lista dei traditori dei Borbone. A ognuno di loro ha predetto quello che gli sarebbe toccato di condanna e le proprietà che gli avrebbe preso. Poi si è fatto l’elenco dei preti che stanno sia di qua che di là aspettando a vedere chi vince. Dovranno venire in ginocchio a baciargli la mano. Il re Franceschiello gli farà fare carriera, a lui, a Don Nicolino, lo dovranno chiamare monsignore e baciare la terra dove passa, questi gran figli di zoccola di preti che si arruffianano di nascosto gli scomunicati e dicono di stare coi Borbone. E infine ha pensato agli ufficiali della Guardia Nazionale: devono finire tutti impiccati in mezzo alla Piazza e gli manderà i chierichetti a sputare sulle tombe.

Don Nicolino ha un pano, o crede di averne uno, ha coinvolto nella congiura i due fratelli Solito. In verità uno dei due, Angelo Solito, vorrebbe ritirarsi, ma non sa come fare a scansare i sicuri aspri rimproveri e magari le minacce di Don Nicolino. E poi non gli piace fare il giuda. Ma i rimproveri di sua moglie a casa, quelli li dovrà affrontare, e gli pare non solo di risentirla, ma anche di vederla con gli occhi inferociti. La rappresentazione va in scena ormai tutti i giorni in casa. Alla signora Solito non piace la politica.

- Te la do io la congiura, a te e ai congiurati tuoi. Ma non lo sapete che Franceschiello se ne è scappato da Napoli e sta chiuso a Gaeta aspettando l’imbarco per Roma dal Papa? Il Re pensa a scappare e un povero disgraziato come te assieme a quattro fessi gli vuole salvare il Regno. – E continua come torrente in piena che non vuole ostacoli. - Ma non ci pensi ai figli tuoi, a queste povere creature? E che facciamo quando le Guardie Nazionali vengono a bussare alla nostra porta, chiamiamo Franceschiello a Gaeta? I Piemontesi ci si prenderanno tutto e noi dove andremo? Stammi bene a sentire, o ti tiri fuori subito o a me non mi conosci più. Ci siamo capiti signor congiurato?

Sembra che abbia finito, ma è solo l’intervallo prima del secondo atto. La signora Solito riprende a caricare come una bufala inferocita. È arrivato il momento di ricordare la storia della famiglia Rinaldi.

- Tu e quello scimunito di Don Nicolino il prete, che si crede il ragno al centro della tela, fate la fine dei Rinaldi, vi ritrovate ad aggiustare le scarpe rotte, uno taglia le suole e un altro incolla e mette i chiodi. Te li ricordi i Rinaldi? Erano importanti e rispettati, amministratori e preti, ma Nicola e Aniello Rinaldi, per seguire i Borboni contro i Francesi, formarono una banda e si unirono a Laurenziello di S. Stefano, divennero i briganti più terribili della zona. Fecero una male fine e da allora non si sono più ripresi. Adesso Giovanni Rinaldi fa il ciabattino.

Tentare di fermarla sarebbe come far straripare il torrente, meglio far scorrere le acque turbolente e lasciarla continuare.

- Ho buttato il sangue mio per tenere la casa, crescere le creature e zappare la nostra terra, adesso per colpa dello scimunito che sei verranno le Guardie Nazionali e i Piemontesi, e si pigliano la roba nostra.

Serra i pugni e stringe gli occhi, la premonizione delle Guardie Nazionali che si siedono in terra davanti alla sua porta e bevono il suo vino, mentre i Piemontesi si portano le zoccole in casa sul suo letto di sposa, la fa scoppiare. Il vulcano esplode, mentre suo marito Angelo rapido infila l’uscio di casa e respira all’aria libera, la porta in legno massiccio non basta a fermare le urla minacciose di sua moglie. – Ma io vi ammazzo a tutti e tre, a te a tuo fratello e a quel prete brigante. - Contro la porta tuonano piatti, sedie e zoccoli di vero legno.

L’alto clero, dove non mancano le menti politiche e diplomatiche raffinate, ha fatto le sue valutazioni. Si chiede come mai Garibaldi ha imbarcato mille volontari armati in qualche modo a Quarto di Genova e ha attraversato il Tirreno senza che nessuno gli desse fastidio. Si chiede come mai è sbarcato calmo a Marsala, che mancava solo dicesse al primo siciliano incontrato – Scusate, non sono di qui, un posto dove si mangia bene e si spende poco?

Poi il nostro Eroe ha traversato la Sicilia nella quasi indifferenza della maggior parte del popolo siciliano. L’alto clero del regno valuta che questa volta il re Borbone ha contro Garibaldi, l’esercito Piemontese e la flotta inglese, spinta da interessi e improvvisi liberali rimorsi. Alleati reazionari dei Borboni in Italia non ce ne sono ormai più, a parte lo stato pontificio imbelle. Le potenze europee a quanto pare hanno scarsa voglia di consumare risorse per Franceschiello. L’alto clero si rende conto che ormai anche nel Regno delle due Sicilie esiste una classe nuova liberale che ne ha le tasche piene del potere della Chiesa e delle scuole confessionali. L’alto clero questa volta se ne va con Franceschiello nella Fortezza di Gaeta e lascia al basso clero di allearsi coi briganti e chi capita per l’ultimo tentativo di restaurazione.

La Chiesa nel 1861 perderà tutto, se rimarrà presente è grazie al fatto che queste sono terre in cui i miti e il sopranaturale incombono da migliaia di anni. Dove Euclide e Pitagora considerarono i numeri sopranaturali. Dove molte rappresentazioni religiose attuali derivano da riti pagani. Dove si parla con Dio, mentre con i Santi ci si litiga, li si minaccia e li si prende in giro. Queste terre non possono fare a meno delle divinità. Per questo la chiesa sopravvivrà, non ci sarà la grande rivoluzione sociale, le caste sociali rimarranno e i preti serviranno a mantenere buoni i contadini.

A Volturara l’ultima cospirazione del clero a favore dei Borboni è affidata a Don Nicolino Coscia.

Don Nicolino, finito di celebrare la Messa nella cappella del Cimitero di Montemarano, sale sul terzo dei tre carretti che aspettavano fuori sulla strada. Si cala il cappello sulla fronte, si avvolge il mantello sulle spalle e nell’anonimato del suo aspetto assume il ruolo leggendario del cospiratore. I carretti si avviano lentamente verso le Tavernole, in un silenzio rotto dal rumore delle ruote sul selciato.

La nebbia del Dragone sale verso i carretti e li nasconde in una nuvola irreale. Nella mente del cospiratore un tumulto di sensazioni che non traspaiono, torna coi pensieri ai giorni precedenti fatti di preghiere e di fughe, di incontri e di persuasioni. Napoli sembra così lontana e non più il luogo rassicurante dove ci sono il Re, la Regina Sofia, il cardinale, il potere. La paura di essere preso dalle guardie piemontesi, più che per la sua persona è preoccupazione di non poter portare a termine il piano, di dover consegnare Napoli e il Regno a uno straniero amico dei notabili e dei potenti trasformisti, lontano dalle esigenze del popolo e della Chiesa. Don Nicolino cerca di riordinare le idee, di mettere a mente con chi deve o può parlare a Volturara, come a vincere eventuali malesseri o ripensamenti.

- Il dado è tratto - si dice, mentre spontanee sorgono sulle sue labbra preghiere alla Madonna e a San Giovanni, che gli facciano ritrovare serenità e calma.

Gli occhi del conducente il terzo carretto si posano sul furtivo passaggio di una lepre che scompare dietro a un cespuglio, un attimo, poi segue la curva della strada che appare indistinta nella nebbia, quei vecchi ruderi sulla destra gli fanno fare il segno della croce e si ricorda del passeggero dietro di lui. Come è diverso Don Nicolino da come lo conosceva, la lunga barba incolta, il cappello calato sugli occhi, lo fanno apparire uno dei tanti briganti della zona, forse lo è diventato davvero. Cosa è rimasto del Don Nicolino buon prete che conosceva? La bonarietà è diventata determinazione, lo spirito allegro ha fatto posto a silenzi interrotti solo da discorsi seri che lui non capiva. Qualcosa sta succedendo, e senza volere un brivido lo fa sobbalzare. Perché Don Nicolino è così pensoso? che ci va a fare a Volturara? Mah, in fondo che me ne importa, l’importante è ritornare a Montemarano per finire di potare il vigneto. Franceschiello e i Liberali si possono strafottere. Le prime case della Tavernole frenano i pensieri del conducente. Tira le briglie, e le esclamazioni degli altri due conducenti per fermare i cavalli fanno capire che fa troppo freddo. Il salto dal carretto serve a Don Nicolino per compiacersi che i quarantuno anni se li porta ancora bene. Saluta con la mano i cocchieri e si avvia verso il paese.

Angelo e Luigi Solito escono sulla strada nel momento in cui Don Nicolino appare dietro la curva, gli si fanno incontro. Si guardano intorno per vedere se sono spiati. Non vedono nessuno. Ma Nicola Raimo, spia per le Guardie Nazionali e per suo piacere, li sta osservando senza farsi vedere.’Stavolta li frego’, e se ne va verso Volturara. Con riverenza i fratelli salutano Don Nicolino e gli portano i saluti di Matteo Marino e Alessandro Picone che lo aspettano a Volturara. Chiedono della situazione e Don Nicolino li rassicura che tutto è pronto per il grande ritorno di Franceschiello.

-Figli miei, duecento persone sono pronte a Bagnoli, cento a Montemarano, cinquanta a Castelfranci. Domenica si parte. Volturara sta nel mio cuore e dovrà essere il centro della sommossa. I tanti amici personali che ho da voi vi daranno una mano senza comparire. Non vedo l’ora di incontrare Don Angelo, il parroco di Volturara, assieme a suo fratello, per avere le ultime notizie.

– State tranquillo Don Nicolì siamo pronti anche a morire contro questi traditori che sono passati con il Re Scomunicato del Piemonte.

Le parole di Angelo Solito sono più per rassicurare sé stesso che il sacerdote. Sa che la situazione è difficile per loro, se non disperata.

- Non si può consegnare il Regno agli stranieri ed essere ridotti in schiavitù - aggiunge. - Il Signore è con noi e ci aiuterà. - D’altronde, pensa, questo prete sta dicendo che a centinaia nei vari paesi si stanno muovendo e che il Re Franceschiello sta per tornare a casa vincitore.

I tre congiurati, Don Nicolino e i due Solito, si avviano di buon passo e apparente buon umore verso la Piazza. Le prime casa di Volturara sono ormai davanti a loro. La spia Nicola Raimo li osserva e la loro allegria gli mette rabbia e premura, si tiene una mano in tasca per proteggerla dal freddo, con l’altra mano cerca di tenere bene serrato il mantello al collo per non sentirsi il gelo sulla gola. Il mio destino sta nelle mie mani, pensa, la mano che sta in tasca si terrà i denari che mi faranno guadagnare i favori che mi aspetto, per aver fatto favori alla Guardia Nazionale, la mano che tengo al collo mi dovrà proteggere dalla corda che cercheranno di mettermi i filoborbonici se torna Franceschiello. Ma domani si vedrà, adesso c’è un problema immediato da risolvere. Trovare una persona fidata nella Guardia Nazionale e riferire quello che ha visto, la divisione tra amici e nemici di Franceschiello è ambigua, in una stessa famiglia ci può essere un liberale e un filoborbonico. Ci sono poi i vincoli di amicizia e interesse, il vicino si rifiuterà di dare rifugio al vicino con cui ha scambiato frutta e pomodori fino a ieri? Il figlioccio farà arrestare il compare che lo ha tenuto a battesimo? Nicola Raimo tutto questo lo sa bene, cerca di farsi notare poco, si confida solo con gente che tiene le orecchie aperte e la bocca chiusa. Non vuole fare la fine del topo che vede il formaggio ma non la trappola. Attraversa il Serrone e va in cerca di Don Ferdinando De Cristofano, Tenente della Guardia Nazionale, lo conosce bene e sa che il Tenente vuole mostrarsi il più duro, il più severo, gira sulla Spiezeria ed è fortunato, lo vede venirgli incontro.

– Don Ferdinà muovetevi, sta arrivando. Arrestatelo prima che combini guai grossi. Questo è pericoloso più di quanto immaginate. Voi capite di chi parlo..

I due insieme si avviano in Piazza, il Tenente adesso vede chi stanno cercando: Don Nicolino parlotta davanti al grande tiglio affianco al Campanile, dietro alla fontana. Una certa eccitazione si sta impadronendo di Don Nicolino, tutti la aspettavano con ansia, qualcuno con curiosità, mentre parla osserva gli astanti per carpire qualche sensazione. Vede Don Generoso Sarno salire al Campanaro e gli corre dietro. Sorpreso di vederlo Don Generoso, gli chiede il motivo del suo stare a Volturara e alle prime parole di risposta resta come interdetto, con una scusa lo saluta e riprende a salire verso casa.

Sempre lo stesso, pensa Don Nicolino, eccolo qua il solito vigliacco che non si compromette e aspetta chi vince. Ma queste tue scuse te le devo mettere nel cappello che terrai in mano, quando verrai a cercarmi aiuto. Si gira verso la Piazza e riprende il controllo di sé stesso. Sente passi leggeri dietro di sé, Don Ferdinando gli si è avvicinato e lo tira per il lembo del cappotto.

– Buongiorno Don Nicolino, sono il Tenente De Cristofano. Posso offrirvi un bicchiere di vino? Vorrei scambiare due chiacchiere.

Il prete resta sorpreso, ma accetta, rifiutare non si può e sarebbe un errore. Si avviano in silenzio al Posto di Guardia. Ma la Piazza ha occhi e orecchie a ogni pietra di lastricato. Qualcuno si stacca da un gruppetto che ha seguito quell’invito a bere che pare piuttosto una rispettosa cattura e ferma i due a mezzavia.

- Don Nicolino bello, che fai qui a Volturara?- Le parole di Don Salvatore De Cristofano, fratello del Tenente, spezzano l’aria tesa-. Non cambi mai, sempre in movimento. Chissà che stai combinando adesso -. Poi rivolto al fratello - Ferdinando, ti presento un caro amico di Montemarano. Abbiamo trascorso a Napoli tante belle giornate insieme.

Don Ferdinando lo guarda storto, vorrebbe malmenare il fratello, ma si mantiene.

- Va bene ho capito vi lascio soli, ci vediamo dopo.

Don Nicolino si riscuote ha fatto un brutto sogno, chiede a Salvatore degli amici, dell’altro suo fratello Achille De Cristofano, di Don Nicola De Feo e degli altri.

- Don Nicolì, mio fratello Achille è sicuramente in Farmacia, andiamo a trovarlo. Svoltano l’Orto della Chiesa, attraversano sulla destra la strettoia che va al Carmine, salgono sul ponte di legno posto sul vallone e si infilano nella Farmacia. Secondo le buone regole il Farmacista, in quanto rappresenta la Ragione e la Scienza, è in contrasto col Prete che rappresenta l’Irrazionale. Ma a Volturara le cose non funzionano a questo modo. Don Achille esce dal piccolo sgabuzzino laboratorio, attirato dal suono del campanello alla porta. Alla vista dei due i suoi occhi sopra gli occhiali sembrano brillare di gioia.

– Don Nicolino bello, finalmente, vieni mettiamoci dietro, ci facciamo un bel bicchiere di vino.

Salvatore improvvisamente sembra non sentirsi a suo agio, si avvia alla porta preso da una fretta improvvisa.

- Don Achì, io me ne vado che ho da fare - dice avviandosi alla porta. - Vi lascio soli -. E poi rivolto a Don Nicolino - Vienici a trovare qualche volta, resti a pranzo a casa mia. -

- Non lo pensare a mio fratello. E’ falso e contro di noi - fa Don Achille appena Salvatore chiude la porta.

- Ma come?- lo guarda stupito il suo ospite. - Appena due minuti fa mi ha sfilato dalle mani di Don Ferdinando, che mi stava portando al posto di guardia per offrirmi un bicchiere di vino intossicato.

Ma Don Achille scuote la testa. – Eppure ti dico che è così. Tengo questi due fratelli, Ferdinando e Salvatore, il primo si è messo l’uniforme da giuda e sta coi Piemontesi per fare carriera, il secondo cammina con una scarpa nuova e una antica. Piuttosto fammi sapere, sono ansioso di capire quando si parte, noi siamo pronti, gli amici ci aspettano.

- Donn’Achì, le cose vanno bene. - E sorseggiando il bicchiere - Buono questo vino, scommetto che è della vigna al Saracino.

La calma di Don Nicolino rincuora il farmacista, che si apre con determinazione.

- Li dobbiamo ammazzare tutti questi traditori cascettoni, si sono venduti per mantenere il potere, come sempre. Una pausa poi riprende - il popolo è con noi, è stato fatto un buon lavoro, gli amici si sono impegnati al massimo in questi mesi, soprattutto Matteo e Alessandro Picone.

Don Nicolino coglie la palla al balzo - Li mando a chiamare?

- No, forse è meglio che io non mi faccia vedere, sono più utile se resto riservato.Questi sospettano tutto e non vorrei che ci scoprano prima di cominciare.

Ma Don Nicolino è venuto a spingere.

- Achì, non c’è più tempo. Domenica si deve partire tutti insieme in tutti i paesi dove possiamo arrivare. Il Re è alle porte della Campania, la flotta è nelle acque di Manfredonia secondo le ultime notizie. Dobbiamo creare confusione per alcuni giorni, prendere in mano la situazione e aspettare in stato di massima all’erta per creare un governo provvisorio. Li spazzeremo come nel ’99.- Poi aggiunge - senti, adesso io vado a trovare gli altri. Tu sai quello che devi fare.

Si baciano, poi Don Nicolino ritorna in Piazza. La tensione che avvertiva all’arrivo sembra stemperarsi in questi incontri con amici, una specie di euforia gli pervade l’animo. È meglio di quanto credessi, pensa. Ho fatto bene a venire qui, se riesco a far crescere la tensione Volturara può diventare il fulcro della rivolta. Va a finire che Franceschiello lo devo portare a Volturara per ringraziarli di averlo salvato, un giorno speriamo non lontano.

È arrivato davanti alla fontana della Piazza, quando vede due suoi compaesani di Montemarano che di spalle passeggiano. Si avvicina e tira per l’orecchio Don Nicola Gallo, suo vecchio amico. Il fastidio dell’amico per il gesto ricevuto si trasforma in piacevole sorpresa appena si gira.

- Donnicolì e che ci fai qui? fatti guardare, lo sai che non ti riconoscevo più? Con questa barba sembri un brigante.

- Nicola Gallo è veramente sorpreso. Sa qualcosa, sa anche che il prete è ricercato per i fatti di Napoli del Novembre scorso.

- Niente, sono venuto a trovare i vecchi amici, ma tu, piuttosto, come ti trovi a lavorare a Volturara? Mi fa piacere vederti qui . L’ ho sempre detto che Volturara e Montemarano devono stare insieme, fare un unico paese, l’uno può aiutare l’altro.

Mentre parla, con la coda dell’occhio vede arrivare Don Nicola De Feo l’Arciprete. Lascia i due amici montemaranesi all’improvviso, senza nemmeno salutarli, corre incontro al suo grande amico.

- Don Nicola, come stai?- Si abbracciano, si baciano con affetto, in nome di un’amicizia da ragazzi al Seminario di Nusco, culla dei loro impegni scolastici.

- Non mi chiedere perché sto qui, adesso so solo che sono contentissimo di vederti.

- Nicolì, oggi resti ospite a casa mia, a pranzo, non dire di no, sennò mi arrabbio.

- Vabbene, vabbene hai vinto tu. Ho tanto da fare, ma a te non saprei dire di no.

- Oh, vedi però che adesso ho da fare. Sai, è morto Don Pasqualino Masucci, il dottore, e devo officiare il funerale, tu aspettami a casa mia che ti raggiungo subito.

Don Nicolino si fa il segno della croce.

- Madonna mia, Don Pasqualino è morto? povero amico mio così giovane, mi hai dato una tristissima notizia..Pregherò per lui. Il Signore lo abbia in gloria.

Il cielo è coperto e livido, risuonano in lontananza di cupi rumori di tuono e dietro la collina di San Michele improvvisi bagliori fanno presagire un tempo non proprio primaverile. I due sacerdoti si avviano al Campanaro. L’Arciprete fa strada ed è contento di annunciare la visita di un amico ritrovato dopo tempo.

- Maria, oggi abbiamo un gradito ospite, non farmi fare brutta figura, prepara qualcosa di buono, io torno tra poco.

La donna fa accomodare Don Nicolino nella stanza dove Don Michele, il padre dell’Arciprete, sta aggiustando una sedia. L’ospite montemaranese viene salutato cordialmente e invitato a prendersi un bicchiere di vino. Ma Don Nicolino è nervoso e avverte una strana sensazione di inquietudine dentro di sé, cercando di non apparire scortese chiede di potersi assentare. Non posso perdere tempo – pensa..- Qua se non mi muovo rischio di rovinare tutto il filato.

Scendendo attraversa la Piazza d’un fiato, dirigendosi verso il Freddano, gira sotto i Portoni verso la casa di Don Angelo, il parroco. Sa che troverà comprensione e aiuto, sa che Don Angelo gli indicherà la strada giusta. Al bussare il parroco si affaccia alla finestra e senza parlare scende ad aprire la porta. Solo dopo che Don Nicolino è entrato lo abbraccia con affetto. Si scambiano parole di circostanza e salgono al piano superiore. Matteo Marino il fratello del parroco è lì. Alto, robusto, con baffoni tendenti al grigio, sopracciglia forti e nere, sotto una capigliatura castana e corta, incute rispetto, ma nello stesso tempo offre disponibilità al dialogo e senso di sicurezza. Don Nicolino ne aveva sentito parlare, ma trovarselo di fronte così come se l’era immaginato gli mette allegria e lo fa aprire senza remore.

- Matteo, dobbiamo muoverci. Solo tu puoi concretizzare i nostri sforzi e i nostri ideali contro questi traditori venduti allo Scomunicato.

- Don Nicoli’, fatevi salutare, e state senza paura, Volturara è con noi. Lo straniero non passerà. Garibaldi e Vittorio Emanuele pagheranno la loro tracotanza. Piuttosto come va negli altri paesi? quando ci sarà l’ordine di accendere il fuoco?

- Il momento è vicino, sono qui per questo. Dopo domani comincerà in cento paesi una rivolta contro cui i pochi Piemontesi potranno fare nulla. A Volturara prenderai tu il comando delle operazioni e con i tuoi amici costituirai il nucleo che attenderà il ritorno del nostro Re Francesco.

- Ho già parlato con loro e sono pronti Comunque vogliono conoscerti. Abbiamo parlato tante volte di te che non vedono l’ora conoscerti. Non sanno ancora che sei qui a Volturara, ma se usciamo li troveremo senz’altro.

Don Nicolino non se lo lascia dire due volte e prendendo il cappotto dalla poltrona dice a Matteo di andare avanti, lui lo seguirà. Arrivano al fontanino del Freddano, mentre l’orologio della Piazza suona mezzogiorno e le campane ricordano a tutti che è ora di fermarsi a mangiare, prima di riprendere il lavoro nei campi, perché così vuole nostro Signore. I due si fanno il segno della croce senza neanche accorgersene, mentre si infilano nel sottano di Alessandro Picone, il punto di riferimento della congiura. Finalmente i capi della cospirazione sono a raccolta. Con Alessandro Picone ci sono suo fratello, Luigi e Angelo Solito. Matteo Marino fa le presentazioni e invita tutti a fare una passeggiata al Dragone. Si parlerà meglio, senza occhi e orecchie indiscrete. Nessuno si accorge che da dietro la finestra di fronte Pietro Candela li sta osservando con attenzione. Una sorta di euforia pervade l’animo dei congiurati. Matteo parla con Don Nicolino sugli appoggi che sono riusciti a ottenere tra i notabili. Fa il nome dei figli di Don Angelo Marra, i fratelli Mattia e Alfonso Marra, il nome di Don Gioacchino Benevento e di altri che pur essendo loro favorevoli non vogliono esporsi troppo, dato che le Guardie Nazionali tengono tutto sotto osservazione e conoscono i movimenti di tutti. Alessandro Picone e gli altri due un poco più indietro guardano il prete ed esprimono i primi giudizi sulla persona. L’impressione che ne hanno ricevuto è senz’altro positiva. Ammirano la serietà del volto, nascosto dalla barba, la determinazione del linguaggio e la sicurezza che le sue parole infondono. Alessandro si sfregola le mani impaziente e l’eccitazione nei suoi occhi si concretizza nelle invettive contro quelli che si vogliono prendere il paese a danno degli altri. A turno i congiurati danno sfogo alle tensioni: Don Leonardo Masucci, Don Salvatore Sarno e Don Nunzio Pasquale sono coperti di insulti liberatori.

- Cascettoni, traditori, sempre loro, pur di comandare non esitano a mettersi con i Piemontesi, stranieri scomunicati.

La passeggiata si conclude nei pressi dell’aia di San Michele in località San Carlo. Don Nicola osserva davanti a sé lo spettacolo della Natura e ne è impressionato.

- Avete un panorama degno del Paradiso, se non fosse per il freddo e l’umidità.

Il Dragone è pieno d’acqua fin sulla stradina che lo costeggia e lo spaccato che hanno davanti agli occhi fa vedere solo acqua con mallardi che salgono e scendono, centinaia di uccelli che volteggiano sull’acqua creando figure geometriche che assumono mille contorni e mille forme. Il cielo grigio e minaccioso rende più colorata la superficie del lago e le pieghe dell’acqua con fare soffice sembrano cullare un mondo a sé, eterno, senza tempo. È stato un convegno ben poco operativo, anzi nulla si è concluso. I congiurati non hanno un vero piano e si rendono conto della forza dell’avversario, che al momento controlla quasi tutto il territorio e ha spie dappertutto. Si rincuorano e si convincono l’un l’altro che i Borbone non cadranno mai, parlano e riparlano di flotte ed eserciti che si stanno muovendo a soccorrere Franceschiello. Non si risparmiamo imprecazioni e minacce contro i traditori, si ripetono i nomi dei paesi nel territorio pronti alla rivolta contro i Piemontesi. Ma dietro l’aria decisa si cela l’incertezza e dietro l’incertezza arrivano due compagne pericolose: nostalgia e insicurezza. Un brivido più di piacere che di freddo scuote Don Nicolino, i cui pensieri erano arrivati chi sa dove, facendosi il segno di croce invita i compagni ad affrettare il passo perché ha troppi impegni in paese.

- Devo passare da Don Nicola Gallo, non per altro quello si offende - pensa Don Nicolino mentre arrivano alle prime case del Freddano.

Al fontanino li lascia non senza averli baciati a uno a uno. Una stretta di mano a Matteo come per dirgli vai avanti senza paura e si avvia verso la Piazza.Trova Don Nicola Gallo che va a tavola. Un altro bicchiere di vino che gli viene offerto, senza ancora aver mangiato, gli mette allegria. Ritrovarsi con un collega, e di Montemarano, stempera quel nervosismo che lo aveva assalito da quando era arrivato a Volturara. Gli racconta che tutta l’Europa si sta organizzando per riportare sul Trono di Napoli Francesco II. Una flotta attaccherà a Manfredonia, un’altra a Palermo, mentre da Roma l’esercito marcerà su Napoli con in testa il Re per scacciare gli atei.

- Don Nico’ fra giorni mi tolgo la barba, l’incubo è finito. Torno a fare il mio dovere di sacerdote, non senza aver scacciato questi demoni che si sono venduti allo Scomunicato.

Se ne va rinfrancato, attraversa la Piazza e al Campanaro bussa alla casa di Don Nicola De Feo.

Chiede scusa per il ritardo, ma la simpatia che accoglie il suo ritorno gli fa capire che non sono offesi. A tavola l’aspettano in tre, tutti desiderosi di conoscere questo personaggio di cui avevano sentito parlare così bene. Giovanni, il fratello di Don Nicola De Feo, fidanzato con Agnese la sorella di Alessandro Picone, non fa che chiedere notizie su come si sono conosciuti e delle marachelle che combinavano in Seminario. Il padre Michele scruta l’ospite cercando di capire cosa voglia e la sua mente va ai moti del ‘48 e del ‘21. Questo Don Nicolino ha lo stesso furore negli occhi di quelli che allora volevano il contrario di quello che voleva lui. Quante vite bruciate per cacciare i Borbone e ora c’è chi ancora li vuole far ritornare. Cinquant’anni di lotte, di paure, di riunioni segrete. Ne aveva sentito parlare tanto da suo padre. I volti di Don Cosmo e di suo fratello Don Domenico, di Antonio Candela e tanti altri ballano davanti ai suoi occhi e si mescolano allo sguardo duro, accigliato, forse un po’ cattivo di questo prete che sembra un brigante. Si, questo è proprio un brigante, a me non piace, mi voglio fare i fatti miei, ma lo devo dire a Nicola di non fidarsi troppo. Questo porta guai appresso, glielo devo proprio dire. Il pranzo va avanti in silenzio, poi i due sacerdoti passano nel salotto e Don Nicolino spiega, come se fosse la prima volta nella giornata, tutto il piano per il ritorno di Francesco II con la stessa partecipazione e veemenza di sempre. Gli dice che è in diretto contatto con Roma, tramite il fratello Mariano che sta a Napoli nascosto, dopo che tutti e due nell’anno precedente avevano partecipato a una rivolta ed erano riusciti a sfuggire alla cattura per un soffio. Fuori sta calando la sera. I cinque rintocchi dell’orologio così vicini li scuotono, smettono di parlare. Con rammarico Don Nicolino si alza e abbracciando l’amico gli rinnova l’invito a combattere contro lo scomunicato e nemico di Roma, apportatore di rovina dei popoli. Mentre dalla finestra lo guarda che attraversa la Piazza, Don Nicola De Feo a stento riesce a frenare il tumulto dei sentimenti suscitato dalla visita del suo amico. È turbato, sia perché lo ha visto sofferente, sia perché ha scatenato nel suo animo di uomo tranquillo orizzonti di lotte e di intrighi. Nei suoi occhi appaiono le figure di Don Gennaro Vecchi, di Don Salvatore Sarno, di Don Leonardo Masucci, i padroni di Volturara in questo momento. Come sarà possibile combatterli? chi ne avrà il coraggio? Potranno Matteo e Lisandro Picone far fronte a un potere forte con mille tentacoli?. Mah! forse è meglio non pensarci. Che Iddio li aiuti. Chiude la finestra, perché le prime gocce di pioggia portate dal forte vento penetrano tra le imposte creandogli fastidio agli occhi. Don Nicolino torna a Chianzano, e sa che la sua giornata non è finita. Per recarsi in paese, chiama Achille e Giovanni Mongiello e li prega di andare con lui. Ivi giunti si dirigono in Piazza all’osteria di Beatrice Picariello e si rilassano bevendo un bicchiere di vino. Agli sfottò di Beatrice, la quale gli chiede come mai un prete porta la barba, Don Nicolino risponde che è un voto fatto per il ritorno del Re Francesco e che fra alcuni giorni se la taglierà, una volta raggiunto lo scopo. Un po’ infastidito, accorgendosi che l’ora è passata e la persona che aspettava tarda a farsi vedere, esce dall’osteria con i compagni e si avvia alla casa del fratello Silvio, dove conta di passare la notte. A letto Don Nicolino ripensa alla lunga giornata. Rimasto solo non ha più necessità di ingannare sé stesso per ingannare gli altri. Il vento ha girato e soffia deciso contro i filoborbonici. A Volturara tra gli amici tira un’aria di armiamoci e andate, figuriamoci poi gli indecisi. Si pente di aver spinto ed eccitato i pochi decisi, ha paura che andranno al massacro, confidando nelle sue parole sugli avvenimenti. Diventa sempre più irrequieto minuto dopo minuto. Senza neanche accorgersene pensa alle vie di fuga. Chiedere umilmente ospitalità al Santuario di Montevergine? Cercare la banda di Cicco Cianco? Avviarsi per Napoli e poi Roma? Sente voci dabbasso, guarda alla finestra e al fucile appeso alla parete, ma le voci sembrano amiche.

- Fate scendere Don Nicolino, ditegli che lo cercano e verranno qui di certo. Lo mettiamo noi al sicuro stanotte.

La persona che Don Nicolino aspetta a Chianzano non arriverà mai. Arriveranno poi le Guardie Nazionali per arrestarlo, ma senza trovarlo. Da questo momento si perdono le tracce di Don Nicolino. Per non essere arrestato, si nasconde nelle campagne di Chianzano. Il 20 Giugno 1862 la Sezione di Accusa di Napoli lo accusa di “Cospirazione e attentato, avente per oggetto distruggere, cambiare il Governo e eccitare i cittadini ad armarsi contro i poteri dello Stato Italiano”. Lo condanna in contumacia. Il 19 Dicembre 1863 accetta l’Indulto emanato per tutti i reati politici legati all’Unità d’Italia e ritorna libero cittadino dopo tre anni di latitanza, ma è segnalato e controllato continuamente. Due anni dopo, il 29 Giugno 1865, un ordine di cattura per i vecchi reati riporta in vita una situazione che sembrava appartenere al passato. Don Nicolino si affida a un Legale, che con lettera del 3 Luglio rintuzza le accuse mosse al suo cliente. La Corte di Assise in data 5 Luglio 1865 archivia la sua pratica, essendosi i reati estintisi con l’amnistia del 1863.




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30 agosto 2011

Pasqua senza pane

 

Ora so cosa significa la persecuzione religiosa. Venti giorni senza un pezzo di pane, una brioche, un biscotto e senza vera pasta di grano duro. Per i venti giorni della Pasqua ebraica non si devono mangiare prodotti fatti con farina, mi pare di aver capito. I rabbini ortodossi vanno per negozi e supermercati, appiccano il loro foglietto – Il rabbinato centrale di Israele dispone - e noi buoni cristiani siamo vittime.
In un eccesso di zelo, o per smaltire le scorte dice il diavolo, i gestori di alcuni supermercati coprono anche gli scaffali con i prodotti di importazione: addio passata di pomodoro Cirio, addio Heinz ketchup.
Infine in ogni evento si trova il lato positivo, infatti mangiare pane da queste parti è ogni giorno un castigo, pane ne sfornano in continuo in varie forme e formelle, con e senza zenzero, sempre colloso e stopposo.
 




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25 agosto 2011

MOOSHIE

 

J G Sapodilla
Mooshie
 
- Ti ricordi di Mooshie?
-Il tuo amico gay di Haifa? Vagamente. Che cosa è successo al buon Mooshie?
-Come sai, da queste parti ogni famiglia ebrea vuole che il figlio si sposi al più presto. E’ una tradizione religiosa, inoltre lo stato di Israele favorisce le famiglie numerose perché la popolazione  araba fa molti figli.
-Se continuate a questo modo presto in Israele ci sarà un esercito di soldati e un esercito di disoccupati. Continua con Mooshie.
 -Mooshie si trova in acque profonde. Mooshie si è sposato molto giovane e ha avuto due bambini, ma subito ha scoperto le sue vere inclinazioni  e ha divorziato. Adesso sua moglie si vede con un musulmano e ha intenzione di convertirsi all’Islam per sposarselo. Mooshie è disperato, perché i suoi bambini cresceranno in una casa musulmana, in un villaggio lontano da Haifa. E’ stato insieme ai suoi bambini tutta questa settimana, perché sua moglie è in viaggio in Turchia col suo nuovo partner, il tipo musulmano. La moglie di Mooshie ritorna domenica e si riprende i bambini. Mooshie mi ha chiamato in lacrime.
-Secondo la legge in Israele Mooshie ha il diritto di intervenire nell’educazione dei figli. Non è così?-
-Mooshie può chiedere che i suoi figli vadano in una scuola ebrea, ma non ha diritti sulla loro educazione nella futura casa della sua ex moglie. Ma questo non è tutto. Ho detto a Mooshie di andare a parlare col rabbino, per avere una guida e assistenza. Domani Mooshie va al Rabanut, oppure va al Sidur dopodomani durante lo Shabbath.
-Fammi sapere le risposte del rabbino, è una cosa che non mi devo perdere.
 -Ti farò sapere. Ma adesso sta a sentire questo. Se sei gay in Israele, non è contro la legge, ma è meglio che non vai in uno dei nostri villaggi arabi, perché ti ammazzano. Quando la polizia indaga, tutto il villaggio è d’accordo: nessuno ha visto, nessuno sa. Come vedi, non è conveniente essere gay e musulmano allo stesso tempo. Se poi sei ebreo e gay, non è proprio consigliabile entrare in uno dei nostri villaggi arabi, dove ti ammazzano due volte: una perché sei ebreo, una perché sei gay. Mooshie, se va a vedere i suoi bambini al villaggio, prima o poi lo ammazzano.
-Ma la moglie d Mooshie può essere obbligata a portagli i bambini in visita ad Haifa.
-Anche questo è un problema. Ad Haifa bambini verranno a sapere da persone o da altri bambini ebrei come stanno la cose e tornati al villaggio lo racconteranno ai bambini musulmani. Alla fine Mooshie sarà odiato dai suoi figli. Ora capisci in che pozzo è caduto Mooshie.
 
 
 
 
 
 
 




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24 agosto 2011

I RABBINI DI HADERA

 

Ho sperato invano di incontrare un rabbino per strada. Voglio dire un rabbino autentico, autorevole. Viceversa si incontrano a ogni passo pseudo rabbini, aspiranti rabbini o tipi dall’aria affamata vestiti di nero con le treccine. Lo straniero di passaggio è tratto in inganno dalle apparenze, ma torna a casa appagato e dichiara agli amici di aver visto un sacco di rabbini. Il vero rabbino è tondo e rubicondo, anche prepotente, si aspetta che lo facciano passare per primo, quando scende dall’automobile ci deve essere sempre qualcuno intorno a baciargli la mano, sull’aereo allungano la mano e prendono i panini dal carello della hostess.  Per tutta Hadera non si  incontra un rabbino autentico, una ragionevole spiegazione è che se stanno nascosti, defilati, cercano di passare inosservati. Il fatto è che i rabbini in Israele hanno fama di fannulloni, buoni a nulla, mangiapane a tradimento. Sono peraltro indispensabili per mantenere viva la satira nei giornali arabi. In verità i rabbini cercano di rendersi utili in qualche modo: celebrano matrimoni, portano parole di speranze, e altre cose del genere. I veri fannulloni sono gli yashiva, sorta di monaci che pregano e pensano, stipendiati dallo stato. La parola yashiva deriva dal verbo ‘star seduto’.




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23 agosto 2011

NASCITA DEL BRIGANTAGGIO NEL SUD

 

Giuseppe Garibaldi conquista il regno delle Due Sicilie e lo consegna a Vittorio Emanuele re del Piemonte. Molti giovani conquistati non vogliono far parte dell’esercito piemontese e si fanno briganti. Il breve racconto che segue è tratto da un diario dell’epoca.
 
Meglio briganti che arruolati dai Piemontesi.
La partita se la stanno giocando tra di loro, ma appena la situazione sarà più chiara se la prenderanno con noi.
Ferdinando Candela, tira giù la carta battendola sul tavolo in un gesto istintivo di rabbia e determinazione. Guarda negli occhi i compagni fermando il gioco con una mano e chiede attenzione.
Statemi bene a sentire e dopo penserete a giocare a briscola. Noi siamo qui a perdere tempo, mentre i capoccioni sul Comune stanno stabilendo come si devono comportare. La circolare che è arrivata tre giorni fa parla in modo esplicito. Tutti coloro che non fanno parte della guardia nazionale o che sono tornati come noi al paese dopo lo scioglimento dell’esercito borbonico saranno richiamati alle armi. Questo significa che andremo a morire o in guerra o in qualche ospedale. Con il Plebiscito di due mesi fa siamo diventati italiani e stavolta non è come le altre volte. Stavolta credo che non si torna più indietro. Però, anche se non capisco molto di politica, è facile intuire che Franceschiello per tornare sul trono di Napoli muoverà i suoi amici e parenti in Europa, anche il Papa a Roma come si dice in giro. Questo significa che l’Italia per difendersi ha bisogno di molti soldati da mandare al macello e li prenderà proprio qui da noi . Se non decidiamo alla svelta, ci troveremo a marciare con un fucile puntato nella schiena.
Pietro De Feo gli mette la mano sulla spalla.
Ferdinà, non ti crucciare, giochiamoci questa bottiglia di vino a “sotto e padrone”, poi penseremo al da farsi. Oggi è domenica e tra poco è Natale. Questi non faranno niente, penseranno solo a mangiare. Se ne parla a anno nuovo.
Caro Pietrillo, ti sbagli, e questo sbaglio rischiamo di pagarlo caro. Giochiamo pure, ma se non decidiamo cosa fare alla svelta, faremo la fine del carbonaro senza carbone. Io sono dell’opinione che bisogna nascondersi, scappare sulle montagne ed attendere gli eventi. Se tornano i Borbone siamo a piedi e a cavallo, in caso contrario voglio morire libero piuttosto che povero e braccato.
Elia Petito interviene nella discussione e trattenendo a stento un moto di stizza riprende i due interlocutori
− Ma come? Ero venuto a passare questa domenica per dimenticare i miei guai e voi me la rovinate con le vostre chiacchiere di uccelli del malaugurio. Sappiamo benissimo che il nostro futuro è nero. Ma almeno oggi lasciatemelo godere in santa pace. Anzi sapete che vi dico ? mi avete rotto le scatole. Me ne vado.
Chiama Nicola Montefusco e Vincenzo Pisacreta e li invita ad andarsene con lui. I toni della voci hanno creato un silenzio irreale e tutti gli avventori della Cantina osservano da alcuni minuti l’animata discussione. Una malcelata paura s’impadronisce degli astanti. Sanno che quelli sono i peggiori del Freddano e che quando si arrabbiano sono capaci di tutto, e sanno anche che in caso di rissa le guardie nazionali hanno l’ordine di sparare per evitare disordini che possano turbare l’ordine pubblico, soprattutto oggi che è Domenica ed il gioco a carte è proibito. Nessuno vuole avere a che fare con la legge, che quando ti prende non ti lascia più andare, e che ti perseguita anche per un parente arrestato in passato. Tutti tirano un sospiro di sollievo solo quando vedono il gruppo uscire seguendo il loro compagno.
Alessandro Picone se li trova davanti mentre sta rincasando dal posto di guardia, dove aveva svolto il suo turno di Nazionale. Non ha molta voglia di parlare, anche perché Ferdinando Candela gli è sostanzialmente antipatico, e si limita a salutare il gruppo, che dimentico dal nervosismo di prima, si diverte a tirarsi palle di neve e a buttarsi nel manto bianco con la schiena e le gambe divaricate per poi controllare chi ha lasciato il “ritratto” più nitido. Il loro modo di fare ad Alessandro non va proprio giù, e aveva detto mille volte al fratello Luigi di non frequentarli più, perché l’intuito gli diceva che avrebbero fatto una brutta fine, violenti e ladri come erano.
E in effetti se potesse sentire quello che si stanno dicendo, non avrebbe di certo gioito.
Ferdinà, sono stanco di tornare a zappare la terra in attesa che i marpioni della piazza decidano di richiamarmi alle armi. Ci sono tanti fessi in giro pieni di soldi, soprattutto nei paesi vicini ed in campagna. Se ce li prendiamo noi, potremo nasconderli da qualche parte e fare poi la bella vita. Tanto in questa confusione chi vuoi che si accorga di noi .
Le parole di Pietro De Feo spezzano l’aria festosa che regnava nel gruppo e la risposta di uno del gruppo non tarda ad arrivare.
 Bravo Pietro, hai avuto il coraggio di dire quello che ognuno di noi pensa da tempo. Sono sicuro che tutti siete d’accordo come me. Da questo momento individuiamo i pollastri da spennare e passiamo all’azione. Noi cinque bastiamo. Se vuole, può aggiungersi Luigi Picone, fratello permettendo, e se me lo consentite voglio scegliere a capo Giuseppe Nardiello. Mi ha chiesto varie volte di aiutarlo nei suoi lavoretti, e gli ho sempre risposto di no, ma stavolta è diverso. Non abbiamo scelta. Se riusciamo a mettere qualcosa da parte, soldi e roba da mangiare, abbiamo la possibilità di sopravvivere quando saremo costretti a fuggire sulle montagne, in caso di richiamo per la guerra.
Allunga la mano in attesa di consenso e ben presto tutti gli altri poggiano la loro mano sulla sua in segno di solidarietà e giuramento. Si guardano negli occhi con un misto di paura e rabbia, sanno di imboccare una via pericolosa e forse senza ritorno, ma la fame è così forte che stare ad aspettare un destino infame e senza speranze è come un morire senza dignità.
 
j g sapodilla   WWW.SMASHWORDS.COM




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22 agosto 2011

ZINAH, IL TUO NOME FA DOLCE IL MIO CUORE

Nella antica fortezza di San Giovanni d'Acri, oggi Akko, nella città turistica di Eilat, al confine con l'Egitto, nel centro di Tel Aviv, nei quartieri moderni di Gerusalemme, si respira un'aria cosmopolita, liberale tollerante.

 

                                   ZINAH, IL TUO NOME FA DOLCE IL MIO CUORE

Nell'Auditorium musicale di Gerusalemme l'orchestra egiziana accompagna orchestrali e   cantanti nelle loro esibizioni romantiche. La musica non cambia molto a ogni canzone e le parole neppure, ma il pubblico è in pieno godimento. Orchestrali e cantanti, tutti uomini, vestono in grigio uniforme, se portassero la cravatta sarebbero una comitiva di bancari. Dietro l'orchestra un piccolo coro di egizie voci femminili. Il pubblico arabo è uno spettacolo attivo, le signore piangono, i signori battono le mani a ritmo e cantano al meglio dondolando teste e braccia. Come barchette lievi e quete, le kippah sulle teste del pubblico ebreo si godono discrete le brezze dei canti.
J G Sapodilla

 




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20 agosto 2011

Affitti delle case a Tel Aviv

 

 
A TEL AVIV
I cittadini di Tel Aviv, in Israele sono scesi sul boulevard principale, hanno montato le tende ed esprimono il loro disappunto pe l’aumento dei prezzi delle case e degli affitti. In generale i cittadini contestano l’abbandono della politica di assistenza pubblica, dominante fino qualche hanno fa. La protesta pittoresca non manca di aspetti insoliti, arabi e israeliani discutono sotto la stessa tenda, uniti dallo stesso problema dell’affitto che aumenta di continuo.
Un gruppo di contestatori è andato a protestare di fronte alla casa del responsabile del wellfare, o qualcosa del genere. Alcuni di loro sono stati invitati a entrare nel giardino, hanno cominciato a fare domande e hanno ottenuto risposte. Un esempio.
Domanda. E’ possibile aumentare il sussidio alle madri divorziate – single – con figli?
Risposta. Il governo non sa cosa siano le single. Dopo il divorzio i figli continuano ad avere una madre e un padre che si devono occupare di loro come prima.
In altre parole Israele non ha una lira – o uno sheckel – per aumentare la spesa pubblica.
Fino a poco tempo fa Israele era uno stato marcatamente socialista, per esempio i prezzi delle case erano imposti per legge. Per una ragione e per l’altra Israele ha deciso di passare al liberismo, con molta cautela, e i prezzi delle case sono andati al cielo. 
Israele rimane comunque uno stato con una forte assistenza pubblica, nella istruzione e nella sanità per esempio, ma alcune spese sono diventate insostenibili.  Israele vuole vendere ai privati le sue aziende che producono componenti per missili e cose del genere. 
L’esercito è anche un mezzo per mantenere bassa la disoccupazione. La leva è obbligatoria, tre anni per i ragazzi e due anni per le ragazze, alla fine del periodo un anno di vacanza all’estero pagata. Poi ci sono i richiami annuali di un mese all’anno.  
La religione ebraica è religione di stato, con una casta di rabbini assai numerosa e mantenuta a far nulla.
Israele ha potuto godere dei soldi inviati dalla diaspora -  gli ebrei nel mondo – e dal Congresso Usa. Il congresso non ha più soldi, la diaspora si chiede s Israele sia ancora uno stato ebraico.
Per anni accadeva che un arabo – o un palestinese – tirasse sassi a un colono ebreo, il mondo si indignava, gli ebrei nel mondo piangevano e mandavano soldi. Ma la popolazione di Israele è sempre più costituita da nuovi emigranti sudamericani e russi, che forse hanno una nonna ebrea forse no. La diaspora è perplessa e chiude il borsellino.
L’arrivo degli emigranti russi ha sconvolto le tradizioni ebraiche. Questi russi sono disperati venuti a far soldi, hanno una diversa cultura - spesso non ne hanno affatto – se ne infischiano dei rabbini.  E’ arrivata anche la mafia russa, che in alcune città taglieggia i commercianti, in verità il fenomeno è molto circoscritto.
I russi nuovi arrivati vivono nelle periferie povere e hanno una morale tradizionale arcaica, i gay che vivono nel centro molto liberale e tollerante di Tel Aviv hanno il terrore di essere deportati nelle periferie a causa degli affitti troppo alti.   




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8 maggio 2011

Le ruote girano

In tutto il mondo le spiagge sono di tutti come regola, in Italia è l'eccezione. E' vero che ci sono le spiagge libere con l'obbligo delle spiagge vicine in concessione, a pagamento, di tenerle pulite, ma in realtà le spiagge libere sono la discarica delle spiagge a pagamento

  J G Sapodilla

Dietro la curva il mostro in agguato - Estate 2003

Dietro la curva il mostro è in agguato. Una vista orribile, un edificio di una ventina di piani, il gusto sbagliato nel posto sbagliato. Le facciate di color marroncino economico. Questa dunque è la dolce Francia? Come mai i francesi hanno permesso questo scempio sulla Costa Azzurra. Il piacere di avere attraversato una frontiera inesistente a Ventimiglia ci viene guastato da questo maledetto grattacielo nano. Tutto è vuoto alla frontiera, i caselli della dogana, i posti di blocco, i cambiavalute. Qui ci farei un bel monumento, una biblioteca di storia, e darei un nome allo spiazzo, Piazza Cose Impossibili. L’unico rammarico è che i francesi insistono a parlare la loro lingua, altrimenti potremmo diventare davvero un unico paese. Si, l’Europa manca di una lingua comune. Inglese? Latino? Entrambi direi, quale per certi argomenti, quale per altri. Ma insomma affrontiamo questo problema della lingua comune, ne abbiamo le tasche piene di quote-latte e armonizzazione delle imposte. Ma torniamo al mostro. I colpevoli non sono i francesi, il mostro edilizio è dentro Montecarlo. Come Montecarlo? Si, proprio quel Montecarlo con le signore in piume di struzzo e i gentlemen in frac. Si, proprio quei gentlemen che escono all’alba dal casinò, entrano nel bel giardino di fronte e si sparano, rovinati dal gioco. Ma a proposito di giardino sentite questa. Arriviamo in bici da corsa a Montecarlo, io, Pistilli e Cecconi, in un caldo torrido. Da uno che ha girato il mondo, e sopratutto le case dei parenti, ho l’immediata e impalpabile sensazione che non siamo graditi, ma non dico nulla ai ragazzi. Il Pistilli a metà discesa verso la spiaggia punta verso un magnifico giardino con tanto di panchine e fontanella. Ma la fontanella butta acqua tiepida e di cattivo sapore, altro segno che qui gli stranieri sono amati solo se vanno al bar La gente seduta sulle panchine è silenziosa e ovviamente ben vestita. Sembrano stare tutti come immobili in posa per la foto e sembrano dire ‘Non vedete quanto siamo ricchi e ben educati?’. Pistilli e Cecconi ancora non hanno capito, ma io si, e me rimango all’ingresso del giardino vicino alla fontanella, mentre i due si inoltrano felici e ignari verso le panchine. Non passano infatti che pochi secondi e arriva Furbo Guardiano, egli si ferma a un dieci metri da me, mi punta, sorride. Ricambio il sorriso e tiro fuori una busta che potrebbe contenere un panino, ma con calma, lentamente. Alle mie mosse Furbo Guardiano sorride beato, parmi sentire il suo pensiero, - Dai bello, tira fuori il panino, butta in terra le briciole e la carta oleata.- Ma dalla busta esce fuori il mio telefonino, me lo accosto all’orecchio e sorrido ancora di più a Furbo Guardiano. Accortosi il malvagio che trattasi non di panino ma di telefonino, il sorriso gli si smorza sulle labbra e gli si tramuta in ghigno amaro, nella notte avrà un attacco d’ulcera e sua moglie lo lascerà. Perso l’attacco contro di me, Furbo Guardiano ha uno scatto da cavallo sciancato e trotta alla volta di Pistilli e Cecconi, purtroppo nascosti a me dagli alberi. Mi perdo dunque la scena in diretta. Dal successivo indiretto racconto dei due vengo a sapere che Furbo Guardiano li ha scacciati gentilmente dal giardino dell’Eden con la scusa ufficiale che non sono ammesse le bici. Fossimo entrati con l’orologio avrebbe detto che è proibito guardare l’ora nel giardino. Sempre dal racconto dei due so che Pistilli ha masticato amaro assai, mentre il lecconi ha tentato un sarcasmo da quattro soldi, come segue.
Cecconi (indicando a Furbo Guardiano alcuni mostruosi palazzi nuovi) – Quelle sono le case popolari, vero?
Furbo Guardiano – Si, sono le case per i poveri.
A proposito di poveri, mi chiedo che gusto ci sia a essere ricchi a Montecarlo dove non ci sono poveri. Di cosa si compiace il ricco, se non ha poveri vicino a se? Mi ripropongo di mandargliene, ben pagati si intende.
Di palazzoni osceni il principe di Montecarlo ne ha fatti tirar su una dozzina almeno, non pochi considerato che Montecarlo sono quattro case. E a questo proposito ora io, se permettete, mi domando e dico. Mi domando e dico se questo principe di Montecarlo aveva tanto bisogno di quattrinelli da doversi dare alle speculazioni edilizie; se poi dovendosi dare alle speculazioni edilizie non poteva almeno assumere un architetto decente; se da ultimo si deve lasciar scempiare la più bella costa d’Europa in nome della proprietà privata e dello Stato di diritto. Il mondo alla fin fine è anche mio.
E per chiudere torniamo alle cose impossibili, come quella di avere sulle coste d’Italia la spiaggia libera, pulita, abbondante e attrezzata. Nella Costa Azzurra, in Francia, la spiaggia è tutta libera (no, a Montecarlo no); niente cabine, niente stabilimenti, recinti, steccati. La spiaggia francese è libera, pulita, con docce e servizi. Ma guarda tu dove vado a trovare il comunismo ben applicato in pratica, sulle spiagge della Costa Azzurra. O forse sarà una conseguenza della Rivoluzione Francese? _ 


 

 




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3 maggio 2011

VIVA VERDI

 

       I fazzolettini ricamati, intrisi di essenza di violetta e lacrime di gioia, sventolano verso il palcoscenico nelle mani aristocratiche delle dame milanesi. Prima un lungo applauso e poi il grido di Viva Verdi si leva dai velluti dei palchi, dalle poltrone, dal sudore povero del loggione. E' appena terminato il coro 'O mia patria si bella e perduta ' . Le bianche uniforme degli ufficiali austriaci a un cenno imperioso del Maresciallo Radetsky si dirigono verso le uscite del Teatro alla Scala, perché Viva Verdi significa Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia. Il Maestro Giuseppe Verdi sul podio rappresenta la sperata unità d'Italia, la cacciata degli austriaci da Milano, per questo che i fazzolettini ricamati sventolano verso il podio. Per la verità, dietro a un grande ventaglio veneziano due occhioni neri guardano in direzione di un biondo tenentino austriaco che si è girato per ammirarla , e la mano della giovane dama, presa dall'emozione, pare sventolare dalla parte sbagliata.
Il Maestro Giuseppe Verdi si volge al pubblico adorante, si inchina, sembra godersi il successo. Ma i pensieri di un genio sono imprevedibili.
La bacchetta si agita e l’orchestra suona dove il baiocco tintinna, dove si ama la bella musica. La memoria di Giuseppe Verdi torna a quel 1848, quando la  Corte di  Ferdinando di Borbone re delle  Due Sicilie gli fa giungere discretamente un invito a comporre l'inno al re. Un gran re quel Ferdinando, gran signore, altro che questo zotico di Vittorio Emanuele piemontese, che di musica capisce solo la tromba della Sveglia e della Zuppa. Consoliamoci che almeno questa Unità d'Italia ci toglierà di mezzo lo stato pontificio con preti e monache.
Questo pensa Giuseppe Verdi, il Cigno di Busseto, sorridente al pubblico dei liberali aristocratici e benestanti di Milano e agli studenti esaltati del loggione.




permalink | inviato da SAPODILLA il 3/5/2011 alle 16:45 | Versione per la stampa


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