SAPODILLA | pay per tweet | Il Cannocchiale blog .

  SAPODILLA [ SATIRA E RACCONTI BREVI di J G Sapodilla ]
EU
         

 

 

SAPODILLA - RACCONTI su Ipad e Android

 

         

 

ASCOLTA I RACCONTI DI SAPODILLA Gli Alberi di Arance e Limoni

 

Vi racconto la storia di Joe Smith, Joe era stato il miglior meccanico della Akme, la fabbrica per ricambi di trattori, fino a quando non era stato trasferito al reparto spedizione, per sostituire il tipo che se ne andava. Joe se stava solo tutto il giorno a riempire scatoloni di ogni tipo che caricava sul camioncino fino all’ufficio postale. A Joe non piaceva per niente il nuovo lavoro, ma poi si era reso conto che in ogni cosa esiste un lato positivo.

 

 

 

Ascolta i racconti di Sapodilla

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


1 luglio 2014

L'Arresto del Liberale

L’Ammutinamento Erano le dieci di mattina, il brigadiere s’intrattiene ancora a parlare col Capourbano, quando dalla strada un lo richiama un rumore di ruote; corre al balcone. E’ la carrozza che deve portare don Salvatore Covieri. Il Pravazzi balza dal letto e dà gli ordini - Brigadiere va al Corpo di guardia, abbi cura di stringere bene le manette a don Salvatore sul dorso, in modo che sia impotente a farci qualche brutto tiro. - Sarete ubbidito, signor Capourbano, tutto sarà eseguito; vi attendo al Corpo di Guardia? ¬ Ah no! farai entrare il detenuto in carrozza coi gendarmi e mi attenderete al crocevia fuori del paese. Tu ben sai che quelle due pettegole, venute a rompermi le scatole col semplicione del parroco, pretendevano da me l’impossibile; io col miele sul labbro e col fiele nel cuore sono stato da necessità indotto a promettere ogni mio ufficio, per ottenere la libertà del Covieri. Ora devo salvare le apparenze, dimostrandomi benevolo e deferente verso di lui; fingere come meglio potrò con i suoi familiari e il maledetto popolaccio, che ama perdutamente queste famiglie di liberali e massimamente la famiglia Covieri. Caro brigadiere, se il governo non si decide una buona volta a far impiccare tutti questi maledetti demagoghi, il Regno non godrà mai pace e tranquillità. Il Re, Dio guardi e mantenga, ha un cuor d’acqua, è troppo indulgente e compassionevole con costoro; ma se non si adopera il ferro ed il fuoco a curare le piaghe liberali, guai a noi e guai al Regno. Intanto, brigadiere, quando la carrozza parte, avrai cura di farmi avvisare da un gendarme. -Ho capito, signore, non dubitate, tutto sarà praticato ed eseguito con esattezza. Avete altri comandi a darmi? -Arrivederci. Carlo Pravazzi, per far conoscere che non prendeva parte attiva nell’arresto del Covieri, finge di saltare un burrone e di rimanere infortunato a un piede. Lo scopo della finzione è di non dispiacere a donna Camilla e sua figlia. Quello scaltro la mattina prometteva a loro e al parroco di adoperarsi per la libertà di don Salvatore, ma due ore dopo ingiungeva al brigadiere di metterlo in manette in modo doloroso e umiliante. Con questi ipocriti artifici quel rettile schifoso tradiva vilmente l’amicizia, con inumanità irrideva il dolore degli afflitti e con la frode ne ingannava la buona fede. Maledetti ipocriti! I vostri infami vizi non potranno restare impuniti, verrà anche per voi il giorno della resa dei conti e dell’ira; chi spera in Dio non sarà confuso. La carrozza che deve portare don Salvatore a Reggio si è fermata davanti al Corpo di Guardia, il popolo che esce dalla chiesa si ferma sulla piazza per vedere l’ultima volta don Salvatore. Ultime a uscire furono donna Camilla e sua figlia che, sicure della promessa del Capourbano, credettero di poter parlare o almeno di stringere la mano all’amato fratello. Dal Corpo di Guardia viene fuori don Salvatore, scortato e ammanettato colle mani sul dorso qual pubblico e volgare malfattore. In mezzo ad urbani e gendarmi, donna Teresa e sua madre si avvicinano alla carrozza, la gente si apre, per farle arrivare ad abbracciare il loro caro, ma il brigadiere brutalmente le respinge e fa entrare subito il detenuto nella carrozza, Quelle gentili signore alla vista di tanta crudeltà svengono con uno straziante grido. La pietà degli astanti le porta in una casa vicina. Il brigadiere, avvedutosi che il popolo è indignato, dà l’ordine di sferzare i cavalli, ma la gente che numerosa si era raccolta, a quel grido di dolore, alla vista dello stato miserando delle due angosciate signore, tumultua. Il brigadiere, strappata la frusta dalle mani del cocchiere, con forza colpisce i cavalli. che si danno a precipitosa fuga. Il popolo indignato, perchè si era negato a due signore di poter salutare il loro più diletto parente, si rovescia impetuoso sui cavalli e la carrozza si arresta. I gendarmi sguainate le sciabole battono piattonate, gli urbani con le canne e col calcio del fucile percuotono il popolo, che lancia pietre e mena mazzate. Un venerando vecchio ferito alla testa tutto brutto di sangue che scorre sul volto e la bianca barba aumenta la ribellione e la confusione diventa indescrivibile. Uomini e donne, alla vista di quel sangue e alle lagrime di quel vecchio tremante, s’inferociscono e, quali belve, a calci a pugni a morsi si avventano su urbani e gendarmi, li disperdono e li mettono in fuga. Al brigadiere un colpo di bastone frattura un braccio; abbandonata la carrozza i gendarmi accompagnano il brigadiere alla caserma per prestargli i primi soccorsi. Il popolo padrone della piazza e della carrozza corre alla casa, dove si erano ricoverate donna Camilla e sua figlia, le invitano a uscire, le portano in trionfo alla carrozza. Tutta quella folla ancora sdegnata ed entusiasmata dalla vittoria riportata contro gli sbirri, avrebbe voluto spezzare le manette che tenevano avvinto il Covieri e metterlo in libertà, ma lui non lo permette e ringrazia tutti




permalink | inviato da SAPODILLA il 1/7/2014 alle 12:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



17 giugno 2014

Il Capourbano di Santo Stefano. Un uomo infame

Nacque Carlo Pravazzi a Santo Stefano, Provincia di Reggio di Calabria. I genitori di condizione villana, ma con largo censo, volendo dare una certa istruzione all’unico figlio, lo affidarono alle cure del Parroco, che dopo avergli insegnato a leggere benino, gli insegnò la dottrina cristiana e a servire la messa. All’età di dodici anni Carlo sapeva leggere speditamente il latino per poter cantare nella Congregazione. In quell’epoca il saper leggere e scrivere, il saper servire la messa, l’avere imparato la dottrina cristiana e qualche nozione di lingua latina, sarebbe bastato ad un giovane per poter farsi prete, o potersi iscrivere all’Università. La pubblica istruzione di allora non richiedeva l’affastellamento di tante svariate materie, per conseguire la licenza ginnasiale o liceale. Le tasse erano insignificanti, i certificati per l’ammissione agli esami in carta semplice e non molti; il più necessario era quello della Congregazione di Spirito e quello di morale e politica. Non possiamo tacere ora della vita a Napoli dello studente di Santo Stefano; i suoi vizi, le sue avventure galanti, i colpi dati e ricevuti. Fin dai primi giorni nella capitale del Regno fu mal visto e abborrito dai compagni di studio, perchè in diverse occasioni si fece conoscere delatore e spia, lo si vedeva bazzicare continuamente coi cosi detti allora ‘feroci di polizia’ che erano da tutti maledetti e odiati. Dedito a ogni specie di vizio poco o nulla frequentò l’Università, in circa sei anni spese tutto, e non era poco, il denaro che il povero padre con le privazioni e col sudore della fronte aveva risparmiare. Finalmente, dopo di aver sciupato denaro e salute, grazie a raccomandazioni della polizia estorce la Laurea in Giurisprudenza. Dominato da una smodata ambizione, il neo avvocato fece ritorno a Santo Stefano. In poco tempo nel suo paesello natio fu subito conosciuto per quello che era, lo evitavano come si fugge il lebbroso. Costretto a rimanere isolato, pochi ladruncoli e altri di non buoni costumi furono i suoi amici, con questi passava il tempo a conversare, denunciare e delinquere. Addolorati i buoni genitori per la condotta del figlio, l’un dopo l’altro ne morirono di crepacuore. Carlo divenuto padrone della proprietà, abbandonati i campi, venne ad abitare in paese, dove con quelle sue maniere villane e poliziesche incontrò ancor più se possibile l’odio e le maledizioni dei suoi concittadini. Non ancora erano passati due anni da che il neo avvocato si era ritirato nel suo villaggio, quando si libera il posto di Capourbano; allora si vide Carlo Pravazzi assalito dallo spirito ambizioso. Eccolo braccheggiare raccomandazioni su e giù, a Reggio, a Napoli, presso l’Intendente e il Ministero dell’Interno, per essere nominato Capourbano. Dopo di aver consumato circa un quinto del suo patrimonio per comprarsi quell’odiosa carica, ottenne finalmente la desiderata nomina. Da quel momento divenne uno sfrenato sostenitore del governo e del re; per assecondare le sue smodate ambizioni, ancor giovane rinunziò a ogni nobile ideale. Per lui non esisteva né amicizia né parentela, non conosceva altro che il suo dispotico egoismo, esercitato sull’infelice paesello da lui avvilito e tribolato. Il suo programma era sconfinata soggezione al re, soppressione di ogni sentimento di libertà; avvilimento, ingiustizie, prepotenze e persecuzioni dei liberali. Protezioni, impunità, premi agli spioni, ai ladri e agli assassini, strumenti e complici delle sue vendette. A causa delle sue prepotenze, dissolutezze e usure, per ben due volte gli tirano un colpo d’arma da fuoco, ma per sua fortuna n’ebbe salva la vita.




permalink | inviato da SAPODILLA il 17/6/2014 alle 13:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



29 maggio 2014

da Nozze Infrante di Sapodilla

La sera il colonnello Pietro Bravetti, per onorare la cugina del cappellano, la conduce con tutta la famiglia a Posillipo e di là al San Carlo, teatro massimo di Napoli. Dopo la rappresentazione, fatta un’altra passeggiata per la via Roma già Toledo, si ritirano a Capodimonte. A casa dopo cena, s’intrattengono in conversazione. Il colonnello si compiace di narrare le diverse rivoluzioni avvenute nell’ex Regno delle Due Sicilie, e il modo usato dall’esercito in sopprimerle, e la parte che vi aveva egli presa. Insisteva non aveva mai perdonato ai rivoluzionari, era stato sempre severo con essi. A tal proposito ricorda una dimostrazione liberale avvenuta nell’anno 1859 in un paesello di Calabria della Provincia di Reggio, di cui aveva dimenticato il nome, e ricordava di un povero diavolo di Capourbano che, mentre sedeva al convito nuziale, venne senza pietà da lui stesso arrestato e tradotto nel carcere di Reggio. – Noi eravamo severissimi nel redigere i rapporti contro i rivoluzionari; veramente quel Capourbano non aveva preso parte alla dimostrazione, ma per scialarsela in tavola coi convitati, perchè quella mattina aveva sposata una bellissima giovanetta, non si era curato di accorrere a sopprimere i tumulti. Invece di farlo dormire al letto nuziale, lo mandai al tavolaccio; oh! veramente la pagò ben cara quel povero diavolo! e poi passò altri guai ancora più seri.... – Sei stato troppo severo Pietro lo rimprovera donna Virginia.– – Eeh, quella canaglia di liberali, che hanno rovinato ed ammiserito un Regno, meritavano di peggio ancora.




permalink | inviato da SAPODILLA il 29/5/2014 alle 12:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



11 settembre 2012

Cocaina e Pomodori

 

Cocaina e Pomodori
Copyright J G Sapodilla 2011
 
Mussah lavora come aiutante in un negozio di frutta e verdura.
- Ehi, oggi sono passato a comprare cetriolini e pomodori, ma Mussah non si è visto.
-  Infatti non lavora più in quel negozio di frutta e verdura.
-  Mi spiace, se ha perso il posto di lavoro. Mussah ha un talento unico nel saper scegliere il cocomero giusto nel mucchio, non ne trovi in giro tipi che lo sanno fare. E’ stato mandato via per qualche motivo?
- Piuttosto si è dovuto licenziare.
-  Forse il proprietario del negozio non gli vuole riconoscere un aumento di salario? Problemi del genere?
-  Ma no, il fatto è che il proprietario sniffa la droga e voleva che Mussah gli tenesse compagnia
-  Ma dimmi, Mussah è un nome arabo?
-  Si, giusto.
-  E il proprietario del negozio è arabo?
-  Ebreo.
-  Un ebreo che vuole sniffare cocaina con un arabo?
-  Non ti va? Dopotutto la ragazza di Mussah è una giovane ebrea convertita all'Islam per motivi personali, a Primavera si sposano al villaggio arabo di Mussah.
-  Il rabbino che dice di tutta questa storia?
-  Il rabbino mica può stare dietro a tutti.
In conclusione sarei dovuto andare al villaggio arabo, alla festa degli sposi Mussah e Yael, la ragazza ebrea che si converte per amore. Ma ho perso la mia occasione, quando Yael ha cominciato a dire che Mussah è un fannullone e un ubriacone, come fanno di solito le donne.
Mussah ha preso male tutta la storia, ma poi ha trovato un lavoro in un supermercato.




permalink | inviato da SAPODILLA il 11/9/2012 alle 14:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



4 agosto 2012

OLDSMOBILE

 

Oldsmobile
Qualcuno mi ha rubato l’automobile.
Humberto ha fatto di corsa la strada fino al posto di Polizia e tiene appoggiate le mani sul bancone del sergente per riprendere fiato. Il sergente si alza in piedi, posa il giornale e guarda Humberto.
− Per dio, mi hanno rubato l’automobileeee.
− E’ un affare serio, devo avvisare il colonnello Garcia – dice il sergente. Si sentono scricchiolare le sue scarpe sui gradini che portano al piano superiore.
− Colonnello, il signor Humberto dice che gli hanno rubato l’automobile.
− Fallo arrestare, mettilo in prigione − ordina il colonnello senza smettere di osservare Conchita a passeggio dall’altro lato della strada. La gente deve smettere di farsi rubare l’automobile e poi venire qui a romperci l’anima e riempire moduli.
Il sergente rimane immobile in mezzo alla stanza.
− E’ il signor Humberto Velarde, colonnello.
− Ah, Humberto, certamente. Vedi il mio cappello, sergente?
Il colonnello scende amabile i gradini. Humberto è un amico di famiglia, si dimentica sempre dove ha lasciato la sua Oldsmobile.
− Mi hanno rubato l’automobile.
Il colonello si esibisce nella sua parte preferita, l’umorismo surreale
− Sei venuto qui con la tua automobile? Prova a vedere se non è parcheggiata fuori.
Humberto si gira e se va, può contare ancora sull’aiuto della famiglia.
Il colonnello si torce un baffetto
− Ahi, Humberto. Forse hai lasciato la Oldsmobile al teatro di fronte all’uscita delle ballerine.
Di mio nonno, che io chiamavo Papapa, tutto si può dire ma non che non fosse distratto. Papapa era molto orgoglioso di questa distrazione, sapeva che sarebbe diventato uno scienziato o un inventore, se le circostanze fossero state diverse, e la distrazione era la prova. Tutti i grandi scienziati e inventori sono molto distratti, caramba.
 
Gli capitava sempre qualcosa. Un giorno esce con la sua Oldsmobile verde per comprare il pane. Quando viene fuori dal fornaio, va a comprare il giornale. Era domenica, una domenica di sole, Papapa se ne torna a casa inebriato dal profumo dei fiori e dai cinguetti degli uccellini di primavera. E così, dopo un piacevole mattinata a leggere notizie, mangiare pane e tamales con caffè, Papapa viene a pranzo con tutti noi. Quando ci alziamo da tavola, Papapa decide che non sarebbe una cattiva idea andarcene in automobile a prendere un gelato o un milkshake in quella famosa gelateria che era rimasta la stessa dagli anni Cinquanta. Ma quando siamo fuori l’automobile non c’è. Papapa si mette le mani sopra la testa
− Qualcuno mi ha rubato l’automobileee.
Ma nessuno di noi si agita e Papa, suo figlio, gli chiede in che posti è stato la mattina. E dopo qualche giro intorno al fornaio, ritroviamo la Oldsmobile dimenticata la mattina.


 




permalink | inviato da SAPODILLA il 4/8/2012 alle 20:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



22 luglio 2012

Sigaro Avana

 

Sigaro Avana
Mi ero fermato solo per accendere il sigaro nel modo giusto, ma la ragazza non lo poteva sapere, aveva pensato che l’avessi vista nascosta dietro la siepe e mi era venuta incontro. La sua valigia sfondata e rattoppata aveva trascinato la ragazza e il suo vestitino corto color giallo canarino fino allo sportello della mia limousine scoperta.
− Portami dove ti pare aveva detto.
Mentre saliva le avevo guardato i fianchi. Lei aveva sorriso contenta.
− Mi chiamo Maria.
Una pioggia improvvisa mi aveva trasformato in un pesce bollito. Il caldo faceva evaporare le gocce che rimbalzavano sulla strada. Le moto si erano fermate sotto i ponti. La ragazza aveva cominciato a cantare una storia di banane fritte nello sciroppo di zucchero.
− Siamo arrivati al distributore di benzina. Puoi fare quello che ti pare per dieci minuti. − Le avevo aperto lo sportello senza scendere.
− Devi spegnere il sigaro. − Mi rispose. E prese con sé la valigia, perché voleva cambiarsi. Mi ero messo il sigaro spento nel taschino della camicia, con cura, prima di scendere davanti alla pompa. Dopo il pieno di benzina, avevo riacceso il sigaro e mi avviavo verso il bar in cerca della ragazza, quando la vidi uscire. Ma non era sola, due tipi uscivano con lei, il primo le teneva un braccio, l’altro portava la valigia. Entrai nel bar per bere qualcosa col ghiaccio.
Il barista raccontava a tutti di nuovo la storia: i due tipi della centrale di polizia si fermavano sempre a mangiare qualcosa a quest’ora, il loro piatto preferito erano le salsicce arrosto con patate e birra fredda inglese. Uno dei due aveva visto il rigagnolo denso rosso scuro che usciva dalla valigia. Lei molto gentile aveva spiegato che era suo marito fatto a pezzi. Aveva detto che era scesa alla fermata dell’autobus nella strada per seppellire la valigia nei campi, ma faceva caldo e prima voleva rinfrescarsi.
Poi il barista mi aveva osservato con sospetto.
− Ehi, signore, deve spegnere il sigaro, qui dentro non si può fumare.
 
J g sapodilla***




permalink | inviato da SAPODILLA il 22/7/2012 alle 18:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



29 settembre 2011

Il controllore Talleyrand

 

Ai viaggiatori che muovono dalla stazione Termini alla volta di Fiumicino con la navetta express di trenitalia, che li conduce all’interno aeroporto, capita talora una grande fortuna, incontrare il fantasma del principe di Talleyrand, travestito da controllore.

Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, detto anche semplicemente Talleyrand, 2 febbraio 1754 – Parigi, 17 maggio 1838, appartenente all'illustre Casato dei Talleyrand-Périgord, fu principe, vescovo e politico. Servì la monarchia di Luigi XVI, poi la Rivoluzione francese nelle sue varie fasi, l'impero di Napoleone Bonaparte e poi di nuovo la monarchia, questa volta quella di Luigi XVIII, fratello e successore del primo monarca servito.

Inappuntabile nella divisa stirata, gli occhialini cerchiati in oro pendono sul panciotto, il principe controllore ritira i biglietti ai viaggiatori e constata, scotendo il capo senza rancore, che in massima parte non sono stati obliterati nella apposita macchinetta obliteratrice collocata negli appositi spazi. Incorrono nel peccatuccio soprattutto i viaggiatori stranieri. Famoso per la frase con cui congedava i suoi gendarmi ‘soprattutto non metteteci troppo zelo’ Talleyrand non applica la prevista multa di euro tanti e quanti, ma ritira il biglietto colpevole, se lo ficca in saccoccia e tira avanti, indi sparisce.

Che cosa ne fa Talleyrand di questi biglietti, ancora buoni per essere rivenduti a un altro passeggero? Pare ne faccia grazioso omaggio alla regina Maria Antonietta, per la sua collezione di biglietti del treno e ricette di brioche.

J G Sapodilla




permalink | inviato da SAPODILLA il 29/9/2011 alle 15:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



9 settembre 2011

don nicolino contro Giuseppe Garibaldi

 

Don Nicolino Coscia è fedele a Franceschiello

I fatti e le persone provengono da un Diario originale.

1861.
Il clero spera di cavarsela ancora una volta, si sente padrone della terra e ha le chiavi del cielo, ma le gerarchie capiscono che questa volta è diverso e non trasmettono completa sicurezza al basso clero, come le volte precedenti. Il regno borbonico delle Due Sicilie sopravvive alla rivoluzione illuminista giacobina, alle truppe di Napoleone Bonaparte, ai moti Carbonari, ai tentativi mazziniani.

L’alleanza con i Borbone, tra trono e altare, esiste e resiste da molto tempo. Il clero possiede chiese, terre, conventi, monasteri, santuari, scuole, case, palazzi e oro. È il frutto nei secoli di acquisizioni, lasciti, concessioni e privilegi. Il prete è santo e guerriero, va a caccia e insegna. Il clero possiede le anime, specie quelle delle donne contadine. A Napoli regna il re, ma è attorniato da cardinali che governano spesso più dei ministri. In periferia i vescovi soccorrono il potere temporale e lo controllano in molte circostanze, senza troppo apparire. Il prete fa parte della classe sociale che domina e sfrutta i contadini, non a caso i preti hanno il Don davanti al nome come i notabili. Il titolo di Don è contrazione dal medioevale donno, il dominus, il padrone in latino.

“Tutto questo dovrebbe finire perché Giuseppe Garibaldi con mille banditi in camicia rossa è sbarcato in Sicilia?” Don Nicolino Coscia controrivoluzionario e filoborbonico si ripete di continuo questa frase.

Don Nicolino non è un pretino timido e pauroso, di quelli che passeggiano in campagna gli occhi bassi sul breviario, presi da tremito se qualche brutto ceffo sbuca fuori e lo attende in fondo alla strada. Si è fatto prete per avere e per comandare, non per cercare rifugio prima in seminario e poi in chiesa. Ha recitato la funzione con le formule in latino a voce alta, ma intanto pensava a tutt’altro. Con voce sibilante ha bestemmiato e minacciato il chierichetto che gioca troppo coi turiboli d’incenso la domenica mattina nella chiesa di San Nicola a Volturara Irpina.

- Mannaggia a quella grandissima zoccola di tua madre, ti vuoi stare fermo.

Ha rimproverato il Signore - Ma Padreterno mio, i Piemontesi scomunicati vengono qua, si prendono tutto e Tu che fai? Niente.

Si è ripassato la lista dei traditori dei Borbone. A ognuno di loro ha predetto quello che gli sarebbe toccato di condanna e le proprietà che gli avrebbe preso. Poi si è fatto l’elenco dei preti che stanno sia di qua che di là aspettando a vedere chi vince. Dovranno venire in ginocchio a baciargli la mano. Il re Franceschiello gli farà fare carriera, a lui, a Don Nicolino, lo dovranno chiamare monsignore e baciare la terra dove passa, questi gran figli di zoccola di preti che si arruffianano di nascosto gli scomunicati e dicono di stare coi Borbone. E infine ha pensato agli ufficiali della Guardia Nazionale: devono finire tutti impiccati in mezzo alla Piazza e gli manderà i chierichetti a sputare sulle tombe.

Don Nicolino ha un pano, o crede di averne uno, ha coinvolto nella congiura i due fratelli Solito. In verità uno dei due, Angelo Solito, vorrebbe ritirarsi, ma non sa come fare a scansare i sicuri aspri rimproveri e magari le minacce di Don Nicolino. E poi non gli piace fare il giuda. Ma i rimproveri di sua moglie a casa, quelli li dovrà affrontare, e gli pare non solo di risentirla, ma anche di vederla con gli occhi inferociti. La rappresentazione va in scena ormai tutti i giorni in casa. Alla signora Solito non piace la politica.

- Te la do io la congiura, a te e ai congiurati tuoi. Ma non lo sapete che Franceschiello se ne è scappato da Napoli e sta chiuso a Gaeta aspettando l’imbarco per Roma dal Papa? Il Re pensa a scappare e un povero disgraziato come te assieme a quattro fessi gli vuole salvare il Regno. – E continua come torrente in piena che non vuole ostacoli. - Ma non ci pensi ai figli tuoi, a queste povere creature? E che facciamo quando le Guardie Nazionali vengono a bussare alla nostra porta, chiamiamo Franceschiello a Gaeta? I Piemontesi ci si prenderanno tutto e noi dove andremo? Stammi bene a sentire, o ti tiri fuori subito o a me non mi conosci più. Ci siamo capiti signor congiurato?

Sembra che abbia finito, ma è solo l’intervallo prima del secondo atto. La signora Solito riprende a caricare come una bufala inferocita. È arrivato il momento di ricordare la storia della famiglia Rinaldi.

- Tu e quello scimunito di Don Nicolino il prete, che si crede il ragno al centro della tela, fate la fine dei Rinaldi, vi ritrovate ad aggiustare le scarpe rotte, uno taglia le suole e un altro incolla e mette i chiodi. Te li ricordi i Rinaldi? Erano importanti e rispettati, amministratori e preti, ma Nicola e Aniello Rinaldi, per seguire i Borboni contro i Francesi, formarono una banda e si unirono a Laurenziello di S. Stefano, divennero i briganti più terribili della zona. Fecero una male fine e da allora non si sono più ripresi. Adesso Giovanni Rinaldi fa il ciabattino.

Tentare di fermarla sarebbe come far straripare il torrente, meglio far scorrere le acque turbolente e lasciarla continuare.

- Ho buttato il sangue mio per tenere la casa, crescere le creature e zappare la nostra terra, adesso per colpa dello scimunito che sei verranno le Guardie Nazionali e i Piemontesi, e si pigliano la roba nostra.

Serra i pugni e stringe gli occhi, la premonizione delle Guardie Nazionali che si siedono in terra davanti alla sua porta e bevono il suo vino, mentre i Piemontesi si portano le zoccole in casa sul suo letto di sposa, la fa scoppiare. Il vulcano esplode, mentre suo marito Angelo rapido infila l’uscio di casa e respira all’aria libera, la porta in legno massiccio non basta a fermare le urla minacciose di sua moglie. – Ma io vi ammazzo a tutti e tre, a te a tuo fratello e a quel prete brigante. - Contro la porta tuonano piatti, sedie e zoccoli di vero legno.

L’alto clero, dove non mancano le menti politiche e diplomatiche raffinate, ha fatto le sue valutazioni. Si chiede come mai Garibaldi ha imbarcato mille volontari armati in qualche modo a Quarto di Genova e ha attraversato il Tirreno senza che nessuno gli desse fastidio. Si chiede come mai è sbarcato calmo a Marsala, che mancava solo dicesse al primo siciliano incontrato – Scusate, non sono di qui, un posto dove si mangia bene e si spende poco?

Poi il nostro Eroe ha traversato la Sicilia nella quasi indifferenza della maggior parte del popolo siciliano. L’alto clero del regno valuta che questa volta il re Borbone ha contro Garibaldi, l’esercito Piemontese e la flotta inglese, spinta da interessi e improvvisi liberali rimorsi. Alleati reazionari dei Borboni in Italia non ce ne sono ormai più, a parte lo stato pontificio imbelle. Le potenze europee a quanto pare hanno scarsa voglia di consumare risorse per Franceschiello. L’alto clero si rende conto che ormai anche nel Regno delle due Sicilie esiste una classe nuova liberale che ne ha le tasche piene del potere della Chiesa e delle scuole confessionali. L’alto clero questa volta se ne va con Franceschiello nella Fortezza di Gaeta e lascia al basso clero di allearsi coi briganti e chi capita per l’ultimo tentativo di restaurazione.

La Chiesa nel 1861 perderà tutto, se rimarrà presente è grazie al fatto che queste sono terre in cui i miti e il sopranaturale incombono da migliaia di anni. Dove Euclide e Pitagora considerarono i numeri sopranaturali. Dove molte rappresentazioni religiose attuali derivano da riti pagani. Dove si parla con Dio, mentre con i Santi ci si litiga, li si minaccia e li si prende in giro. Queste terre non possono fare a meno delle divinità. Per questo la chiesa sopravvivrà, non ci sarà la grande rivoluzione sociale, le caste sociali rimarranno e i preti serviranno a mantenere buoni i contadini.

A Volturara l’ultima cospirazione del clero a favore dei Borboni è affidata a Don Nicolino Coscia.

Don Nicolino, finito di celebrare la Messa nella cappella del Cimitero di Montemarano, sale sul terzo dei tre carretti che aspettavano fuori sulla strada. Si cala il cappello sulla fronte, si avvolge il mantello sulle spalle e nell’anonimato del suo aspetto assume il ruolo leggendario del cospiratore. I carretti si avviano lentamente verso le Tavernole, in un silenzio rotto dal rumore delle ruote sul selciato.

La nebbia del Dragone sale verso i carretti e li nasconde in una nuvola irreale. Nella mente del cospiratore un tumulto di sensazioni che non traspaiono, torna coi pensieri ai giorni precedenti fatti di preghiere e di fughe, di incontri e di persuasioni. Napoli sembra così lontana e non più il luogo rassicurante dove ci sono il Re, la Regina Sofia, il cardinale, il potere. La paura di essere preso dalle guardie piemontesi, più che per la sua persona è preoccupazione di non poter portare a termine il piano, di dover consegnare Napoli e il Regno a uno straniero amico dei notabili e dei potenti trasformisti, lontano dalle esigenze del popolo e della Chiesa. Don Nicolino cerca di riordinare le idee, di mettere a mente con chi deve o può parlare a Volturara, come a vincere eventuali malesseri o ripensamenti.

- Il dado è tratto - si dice, mentre spontanee sorgono sulle sue labbra preghiere alla Madonna e a San Giovanni, che gli facciano ritrovare serenità e calma.

Gli occhi del conducente il terzo carretto si posano sul furtivo passaggio di una lepre che scompare dietro a un cespuglio, un attimo, poi segue la curva della strada che appare indistinta nella nebbia, quei vecchi ruderi sulla destra gli fanno fare il segno della croce e si ricorda del passeggero dietro di lui. Come è diverso Don Nicolino da come lo conosceva, la lunga barba incolta, il cappello calato sugli occhi, lo fanno apparire uno dei tanti briganti della zona, forse lo è diventato davvero. Cosa è rimasto del Don Nicolino buon prete che conosceva? La bonarietà è diventata determinazione, lo spirito allegro ha fatto posto a silenzi interrotti solo da discorsi seri che lui non capiva. Qualcosa sta succedendo, e senza volere un brivido lo fa sobbalzare. Perché Don Nicolino è così pensoso? che ci va a fare a Volturara? Mah, in fondo che me ne importa, l’importante è ritornare a Montemarano per finire di potare il vigneto. Franceschiello e i Liberali si possono strafottere. Le prime case della Tavernole frenano i pensieri del conducente. Tira le briglie, e le esclamazioni degli altri due conducenti per fermare i cavalli fanno capire che fa troppo freddo. Il salto dal carretto serve a Don Nicolino per compiacersi che i quarantuno anni se li porta ancora bene. Saluta con la mano i cocchieri e si avvia verso il paese.

Angelo e Luigi Solito escono sulla strada nel momento in cui Don Nicolino appare dietro la curva, gli si fanno incontro. Si guardano intorno per vedere se sono spiati. Non vedono nessuno. Ma Nicola Raimo, spia per le Guardie Nazionali e per suo piacere, li sta osservando senza farsi vedere.’Stavolta li frego’, e se ne va verso Volturara. Con riverenza i fratelli salutano Don Nicolino e gli portano i saluti di Matteo Marino e Alessandro Picone che lo aspettano a Volturara. Chiedono della situazione e Don Nicolino li rassicura che tutto è pronto per il grande ritorno di Franceschiello.

-Figli miei, duecento persone sono pronte a Bagnoli, cento a Montemarano, cinquanta a Castelfranci. Domenica si parte. Volturara sta nel mio cuore e dovrà essere il centro della sommossa. I tanti amici personali che ho da voi vi daranno una mano senza comparire. Non vedo l’ora di incontrare Don Angelo, il parroco di Volturara, assieme a suo fratello, per avere le ultime notizie.

– State tranquillo Don Nicolì siamo pronti anche a morire contro questi traditori che sono passati con il Re Scomunicato del Piemonte.

Le parole di Angelo Solito sono più per rassicurare sé stesso che il sacerdote. Sa che la situazione è difficile per loro, se non disperata.

- Non si può consegnare il Regno agli stranieri ed essere ridotti in schiavitù - aggiunge. - Il Signore è con noi e ci aiuterà. - D’altronde, pensa, questo prete sta dicendo che a centinaia nei vari paesi si stanno muovendo e che il Re Franceschiello sta per tornare a casa vincitore.

I tre congiurati, Don Nicolino e i due Solito, si avviano di buon passo e apparente buon umore verso la Piazza. Le prime casa di Volturara sono ormai davanti a loro. La spia Nicola Raimo li osserva e la loro allegria gli mette rabbia e premura, si tiene una mano in tasca per proteggerla dal freddo, con l’altra mano cerca di tenere bene serrato il mantello al collo per non sentirsi il gelo sulla gola. Il mio destino sta nelle mie mani, pensa, la mano che sta in tasca si terrà i denari che mi faranno guadagnare i favori che mi aspetto, per aver fatto favori alla Guardia Nazionale, la mano che tengo al collo mi dovrà proteggere dalla corda che cercheranno di mettermi i filoborbonici se torna Franceschiello. Ma domani si vedrà, adesso c’è un problema immediato da risolvere. Trovare una persona fidata nella Guardia Nazionale e riferire quello che ha visto, la divisione tra amici e nemici di Franceschiello è ambigua, in una stessa famiglia ci può essere un liberale e un filoborbonico. Ci sono poi i vincoli di amicizia e interesse, il vicino si rifiuterà di dare rifugio al vicino con cui ha scambiato frutta e pomodori fino a ieri? Il figlioccio farà arrestare il compare che lo ha tenuto a battesimo? Nicola Raimo tutto questo lo sa bene, cerca di farsi notare poco, si confida solo con gente che tiene le orecchie aperte e la bocca chiusa. Non vuole fare la fine del topo che vede il formaggio ma non la trappola. Attraversa il Serrone e va in cerca di Don Ferdinando De Cristofano, Tenente della Guardia Nazionale, lo conosce bene e sa che il Tenente vuole mostrarsi il più duro, il più severo, gira sulla Spiezeria ed è fortunato, lo vede venirgli incontro.

– Don Ferdinà muovetevi, sta arrivando. Arrestatelo prima che combini guai grossi. Questo è pericoloso più di quanto immaginate. Voi capite di chi parlo..

I due insieme si avviano in Piazza, il Tenente adesso vede chi stanno cercando: Don Nicolino parlotta davanti al grande tiglio affianco al Campanile, dietro alla fontana. Una certa eccitazione si sta impadronendo di Don Nicolino, tutti la aspettavano con ansia, qualcuno con curiosità, mentre parla osserva gli astanti per carpire qualche sensazione. Vede Don Generoso Sarno salire al Campanaro e gli corre dietro. Sorpreso di vederlo Don Generoso, gli chiede il motivo del suo stare a Volturara e alle prime parole di risposta resta come interdetto, con una scusa lo saluta e riprende a salire verso casa.

Sempre lo stesso, pensa Don Nicolino, eccolo qua il solito vigliacco che non si compromette e aspetta chi vince. Ma queste tue scuse te le devo mettere nel cappello che terrai in mano, quando verrai a cercarmi aiuto. Si gira verso la Piazza e riprende il controllo di sé stesso. Sente passi leggeri dietro di sé, Don Ferdinando gli si è avvicinato e lo tira per il lembo del cappotto.

– Buongiorno Don Nicolino, sono il Tenente De Cristofano. Posso offrirvi un bicchiere di vino? Vorrei scambiare due chiacchiere.

Il prete resta sorpreso, ma accetta, rifiutare non si può e sarebbe un errore. Si avviano in silenzio al Posto di Guardia. Ma la Piazza ha occhi e orecchie a ogni pietra di lastricato. Qualcuno si stacca da un gruppetto che ha seguito quell’invito a bere che pare piuttosto una rispettosa cattura e ferma i due a mezzavia.

- Don Nicolino bello, che fai qui a Volturara?- Le parole di Don Salvatore De Cristofano, fratello del Tenente, spezzano l’aria tesa-. Non cambi mai, sempre in movimento. Chissà che stai combinando adesso -. Poi rivolto al fratello - Ferdinando, ti presento un caro amico di Montemarano. Abbiamo trascorso a Napoli tante belle giornate insieme.

Don Ferdinando lo guarda storto, vorrebbe malmenare il fratello, ma si mantiene.

- Va bene ho capito vi lascio soli, ci vediamo dopo.

Don Nicolino si riscuote ha fatto un brutto sogno, chiede a Salvatore degli amici, dell’altro suo fratello Achille De Cristofano, di Don Nicola De Feo e degli altri.

- Don Nicolì, mio fratello Achille è sicuramente in Farmacia, andiamo a trovarlo. Svoltano l’Orto della Chiesa, attraversano sulla destra la strettoia che va al Carmine, salgono sul ponte di legno posto sul vallone e si infilano nella Farmacia. Secondo le buone regole il Farmacista, in quanto rappresenta la Ragione e la Scienza, è in contrasto col Prete che rappresenta l’Irrazionale. Ma a Volturara le cose non funzionano a questo modo. Don Achille esce dal piccolo sgabuzzino laboratorio, attirato dal suono del campanello alla porta. Alla vista dei due i suoi occhi sopra gli occhiali sembrano brillare di gioia.

– Don Nicolino bello, finalmente, vieni mettiamoci dietro, ci facciamo un bel bicchiere di vino.

Salvatore improvvisamente sembra non sentirsi a suo agio, si avvia alla porta preso da una fretta improvvisa.

- Don Achì, io me ne vado che ho da fare - dice avviandosi alla porta. - Vi lascio soli -. E poi rivolto a Don Nicolino - Vienici a trovare qualche volta, resti a pranzo a casa mia. -

- Non lo pensare a mio fratello. E’ falso e contro di noi - fa Don Achille appena Salvatore chiude la porta.

- Ma come?- lo guarda stupito il suo ospite. - Appena due minuti fa mi ha sfilato dalle mani di Don Ferdinando, che mi stava portando al posto di guardia per offrirmi un bicchiere di vino intossicato.

Ma Don Achille scuote la testa. – Eppure ti dico che è così. Tengo questi due fratelli, Ferdinando e Salvatore, il primo si è messo l’uniforme da giuda e sta coi Piemontesi per fare carriera, il secondo cammina con una scarpa nuova e una antica. Piuttosto fammi sapere, sono ansioso di capire quando si parte, noi siamo pronti, gli amici ci aspettano.

- Donn’Achì, le cose vanno bene. - E sorseggiando il bicchiere - Buono questo vino, scommetto che è della vigna al Saracino.

La calma di Don Nicolino rincuora il farmacista, che si apre con determinazione.

- Li dobbiamo ammazzare tutti questi traditori cascettoni, si sono venduti per mantenere il potere, come sempre. Una pausa poi riprende - il popolo è con noi, è stato fatto un buon lavoro, gli amici si sono impegnati al massimo in questi mesi, soprattutto Matteo e Alessandro Picone.

Don Nicolino coglie la palla al balzo - Li mando a chiamare?

- No, forse è meglio che io non mi faccia vedere, sono più utile se resto riservato.Questi sospettano tutto e non vorrei che ci scoprano prima di cominciare.

Ma Don Nicolino è venuto a spingere.

- Achì, non c’è più tempo. Domenica si deve partire tutti insieme in tutti i paesi dove possiamo arrivare. Il Re è alle porte della Campania, la flotta è nelle acque di Manfredonia secondo le ultime notizie. Dobbiamo creare confusione per alcuni giorni, prendere in mano la situazione e aspettare in stato di massima all’erta per creare un governo provvisorio. Li spazzeremo come nel ’99.- Poi aggiunge - senti, adesso io vado a trovare gli altri. Tu sai quello che devi fare.

Si baciano, poi Don Nicolino ritorna in Piazza. La tensione che avvertiva all’arrivo sembra stemperarsi in questi incontri con amici, una specie di euforia gli pervade l’animo. È meglio di quanto credessi, pensa. Ho fatto bene a venire qui, se riesco a far crescere la tensione Volturara può diventare il fulcro della rivolta. Va a finire che Franceschiello lo devo portare a Volturara per ringraziarli di averlo salvato, un giorno speriamo non lontano.

È arrivato davanti alla fontana della Piazza, quando vede due suoi compaesani di Montemarano che di spalle passeggiano. Si avvicina e tira per l’orecchio Don Nicola Gallo, suo vecchio amico. Il fastidio dell’amico per il gesto ricevuto si trasforma in piacevole sorpresa appena si gira.

- Donnicolì e che ci fai qui? fatti guardare, lo sai che non ti riconoscevo più? Con questa barba sembri un brigante.

- Nicola Gallo è veramente sorpreso. Sa qualcosa, sa anche che il prete è ricercato per i fatti di Napoli del Novembre scorso.

- Niente, sono venuto a trovare i vecchi amici, ma tu, piuttosto, come ti trovi a lavorare a Volturara? Mi fa piacere vederti qui . L’ ho sempre detto che Volturara e Montemarano devono stare insieme, fare un unico paese, l’uno può aiutare l’altro.

Mentre parla, con la coda dell’occhio vede arrivare Don Nicola De Feo l’Arciprete. Lascia i due amici montemaranesi all’improvviso, senza nemmeno salutarli, corre incontro al suo grande amico.

- Don Nicola, come stai?- Si abbracciano, si baciano con affetto, in nome di un’amicizia da ragazzi al Seminario di Nusco, culla dei loro impegni scolastici.

- Non mi chiedere perché sto qui, adesso so solo che sono contentissimo di vederti.

- Nicolì, oggi resti ospite a casa mia, a pranzo, non dire di no, sennò mi arrabbio.

- Vabbene, vabbene hai vinto tu. Ho tanto da fare, ma a te non saprei dire di no.

- Oh, vedi però che adesso ho da fare. Sai, è morto Don Pasqualino Masucci, il dottore, e devo officiare il funerale, tu aspettami a casa mia che ti raggiungo subito.

Don Nicolino si fa il segno della croce.

- Madonna mia, Don Pasqualino è morto? povero amico mio così giovane, mi hai dato una tristissima notizia..Pregherò per lui. Il Signore lo abbia in gloria.

Il cielo è coperto e livido, risuonano in lontananza di cupi rumori di tuono e dietro la collina di San Michele improvvisi bagliori fanno presagire un tempo non proprio primaverile. I due sacerdoti si avviano al Campanaro. L’Arciprete fa strada ed è contento di annunciare la visita di un amico ritrovato dopo tempo.

- Maria, oggi abbiamo un gradito ospite, non farmi fare brutta figura, prepara qualcosa di buono, io torno tra poco.

La donna fa accomodare Don Nicolino nella stanza dove Don Michele, il padre dell’Arciprete, sta aggiustando una sedia. L’ospite montemaranese viene salutato cordialmente e invitato a prendersi un bicchiere di vino. Ma Don Nicolino è nervoso e avverte una strana sensazione di inquietudine dentro di sé, cercando di non apparire scortese chiede di potersi assentare. Non posso perdere tempo – pensa..- Qua se non mi muovo rischio di rovinare tutto il filato.

Scendendo attraversa la Piazza d’un fiato, dirigendosi verso il Freddano, gira sotto i Portoni verso la casa di Don Angelo, il parroco. Sa che troverà comprensione e aiuto, sa che Don Angelo gli indicherà la strada giusta. Al bussare il parroco si affaccia alla finestra e senza parlare scende ad aprire la porta. Solo dopo che Don Nicolino è entrato lo abbraccia con affetto. Si scambiano parole di circostanza e salgono al piano superiore. Matteo Marino il fratello del parroco è lì. Alto, robusto, con baffoni tendenti al grigio, sopracciglia forti e nere, sotto una capigliatura castana e corta, incute rispetto, ma nello stesso tempo offre disponibilità al dialogo e senso di sicurezza. Don Nicolino ne aveva sentito parlare, ma trovarselo di fronte così come se l’era immaginato gli mette allegria e lo fa aprire senza remore.

- Matteo, dobbiamo muoverci. Solo tu puoi concretizzare i nostri sforzi e i nostri ideali contro questi traditori venduti allo Scomunicato.

- Don Nicoli’, fatevi salutare, e state senza paura, Volturara è con noi. Lo straniero non passerà. Garibaldi e Vittorio Emanuele pagheranno la loro tracotanza. Piuttosto come va negli altri paesi? quando ci sarà l’ordine di accendere il fuoco?

- Il momento è vicino, sono qui per questo. Dopo domani comincerà in cento paesi una rivolta contro cui i pochi Piemontesi potranno fare nulla. A Volturara prenderai tu il comando delle operazioni e con i tuoi amici costituirai il nucleo che attenderà il ritorno del nostro Re Francesco.

- Ho già parlato con loro e sono pronti Comunque vogliono conoscerti. Abbiamo parlato tante volte di te che non vedono l’ora conoscerti. Non sanno ancora che sei qui a Volturara, ma se usciamo li troveremo senz’altro.

Don Nicolino non se lo lascia dire due volte e prendendo il cappotto dalla poltrona dice a Matteo di andare avanti, lui lo seguirà. Arrivano al fontanino del Freddano, mentre l’orologio della Piazza suona mezzogiorno e le campane ricordano a tutti che è ora di fermarsi a mangiare, prima di riprendere il lavoro nei campi, perché così vuole nostro Signore. I due si fanno il segno della croce senza neanche accorgersene, mentre si infilano nel sottano di Alessandro Picone, il punto di riferimento della congiura. Finalmente i capi della cospirazione sono a raccolta. Con Alessandro Picone ci sono suo fratello, Luigi e Angelo Solito. Matteo Marino fa le presentazioni e invita tutti a fare una passeggiata al Dragone. Si parlerà meglio, senza occhi e orecchie indiscrete. Nessuno si accorge che da dietro la finestra di fronte Pietro Candela li sta osservando con attenzione. Una sorta di euforia pervade l’animo dei congiurati. Matteo parla con Don Nicolino sugli appoggi che sono riusciti a ottenere tra i notabili. Fa il nome dei figli di Don Angelo Marra, i fratelli Mattia e Alfonso Marra, il nome di Don Gioacchino Benevento e di altri che pur essendo loro favorevoli non vogliono esporsi troppo, dato che le Guardie Nazionali tengono tutto sotto osservazione e conoscono i movimenti di tutti. Alessandro Picone e gli altri due un poco più indietro guardano il prete ed esprimono i primi giudizi sulla persona. L’impressione che ne hanno ricevuto è senz’altro positiva. Ammirano la serietà del volto, nascosto dalla barba, la determinazione del linguaggio e la sicurezza che le sue parole infondono. Alessandro si sfregola le mani impaziente e l’eccitazione nei suoi occhi si concretizza nelle invettive contro quelli che si vogliono prendere il paese a danno degli altri. A turno i congiurati danno sfogo alle tensioni: Don Leonardo Masucci, Don Salvatore Sarno e Don Nunzio Pasquale sono coperti di insulti liberatori.

- Cascettoni, traditori, sempre loro, pur di comandare non esitano a mettersi con i Piemontesi, stranieri scomunicati.

La passeggiata si conclude nei pressi dell’aia di San Michele in località San Carlo. Don Nicola osserva davanti a sé lo spettacolo della Natura e ne è impressionato.

- Avete un panorama degno del Paradiso, se non fosse per il freddo e l’umidità.

Il Dragone è pieno d’acqua fin sulla stradina che lo costeggia e lo spaccato che hanno davanti agli occhi fa vedere solo acqua con mallardi che salgono e scendono, centinaia di uccelli che volteggiano sull’acqua creando figure geometriche che assumono mille contorni e mille forme. Il cielo grigio e minaccioso rende più colorata la superficie del lago e le pieghe dell’acqua con fare soffice sembrano cullare un mondo a sé, eterno, senza tempo. È stato un convegno ben poco operativo, anzi nulla si è concluso. I congiurati non hanno un vero piano e si rendono conto della forza dell’avversario, che al momento controlla quasi tutto il territorio e ha spie dappertutto. Si rincuorano e si convincono l’un l’altro che i Borbone non cadranno mai, parlano e riparlano di flotte ed eserciti che si stanno muovendo a soccorrere Franceschiello. Non si risparmiamo imprecazioni e minacce contro i traditori, si ripetono i nomi dei paesi nel territorio pronti alla rivolta contro i Piemontesi. Ma dietro l’aria decisa si cela l’incertezza e dietro l’incertezza arrivano due compagne pericolose: nostalgia e insicurezza. Un brivido più di piacere che di freddo scuote Don Nicolino, i cui pensieri erano arrivati chi sa dove, facendosi il segno di croce invita i compagni ad affrettare il passo perché ha troppi impegni in paese.

- Devo passare da Don Nicola Gallo, non per altro quello si offende - pensa Don Nicolino mentre arrivano alle prime case del Freddano.

Al fontanino li lascia non senza averli baciati a uno a uno. Una stretta di mano a Matteo come per dirgli vai avanti senza paura e si avvia verso la Piazza.Trova Don Nicola Gallo che va a tavola. Un altro bicchiere di vino che gli viene offerto, senza ancora aver mangiato, gli mette allegria. Ritrovarsi con un collega, e di Montemarano, stempera quel nervosismo che lo aveva assalito da quando era arrivato a Volturara. Gli racconta che tutta l’Europa si sta organizzando per riportare sul Trono di Napoli Francesco II. Una flotta attaccherà a Manfredonia, un’altra a Palermo, mentre da Roma l’esercito marcerà su Napoli con in testa il Re per scacciare gli atei.

- Don Nico’ fra giorni mi tolgo la barba, l’incubo è finito. Torno a fare il mio dovere di sacerdote, non senza aver scacciato questi demoni che si sono venduti allo Scomunicato.

Se ne va rinfrancato, attraversa la Piazza e al Campanaro bussa alla casa di Don Nicola De Feo.

Chiede scusa per il ritardo, ma la simpatia che accoglie il suo ritorno gli fa capire che non sono offesi. A tavola l’aspettano in tre, tutti desiderosi di conoscere questo personaggio di cui avevano sentito parlare così bene. Giovanni, il fratello di Don Nicola De Feo, fidanzato con Agnese la sorella di Alessandro Picone, non fa che chiedere notizie su come si sono conosciuti e delle marachelle che combinavano in Seminario. Il padre Michele scruta l’ospite cercando di capire cosa voglia e la sua mente va ai moti del ‘48 e del ‘21. Questo Don Nicolino ha lo stesso furore negli occhi di quelli che allora volevano il contrario di quello che voleva lui. Quante vite bruciate per cacciare i Borbone e ora c’è chi ancora li vuole far ritornare. Cinquant’anni di lotte, di paure, di riunioni segrete. Ne aveva sentito parlare tanto da suo padre. I volti di Don Cosmo e di suo fratello Don Domenico, di Antonio Candela e tanti altri ballano davanti ai suoi occhi e si mescolano allo sguardo duro, accigliato, forse un po’ cattivo di questo prete che sembra un brigante. Si, questo è proprio un brigante, a me non piace, mi voglio fare i fatti miei, ma lo devo dire a Nicola di non fidarsi troppo. Questo porta guai appresso, glielo devo proprio dire. Il pranzo va avanti in silenzio, poi i due sacerdoti passano nel salotto e Don Nicolino spiega, come se fosse la prima volta nella giornata, tutto il piano per il ritorno di Francesco II con la stessa partecipazione e veemenza di sempre. Gli dice che è in diretto contatto con Roma, tramite il fratello Mariano che sta a Napoli nascosto, dopo che tutti e due nell’anno precedente avevano partecipato a una rivolta ed erano riusciti a sfuggire alla cattura per un soffio. Fuori sta calando la sera. I cinque rintocchi dell’orologio così vicini li scuotono, smettono di parlare. Con rammarico Don Nicolino si alza e abbracciando l’amico gli rinnova l’invito a combattere contro lo scomunicato e nemico di Roma, apportatore di rovina dei popoli. Mentre dalla finestra lo guarda che attraversa la Piazza, Don Nicola De Feo a stento riesce a frenare il tumulto dei sentimenti suscitato dalla visita del suo amico. È turbato, sia perché lo ha visto sofferente, sia perché ha scatenato nel suo animo di uomo tranquillo orizzonti di lotte e di intrighi. Nei suoi occhi appaiono le figure di Don Gennaro Vecchi, di Don Salvatore Sarno, di Don Leonardo Masucci, i padroni di Volturara in questo momento. Come sarà possibile combatterli? chi ne avrà il coraggio? Potranno Matteo e Lisandro Picone far fronte a un potere forte con mille tentacoli?. Mah! forse è meglio non pensarci. Che Iddio li aiuti. Chiude la finestra, perché le prime gocce di pioggia portate dal forte vento penetrano tra le imposte creandogli fastidio agli occhi. Don Nicolino torna a Chianzano, e sa che la sua giornata non è finita. Per recarsi in paese, chiama Achille e Giovanni Mongiello e li prega di andare con lui. Ivi giunti si dirigono in Piazza all’osteria di Beatrice Picariello e si rilassano bevendo un bicchiere di vino. Agli sfottò di Beatrice, la quale gli chiede come mai un prete porta la barba, Don Nicolino risponde che è un voto fatto per il ritorno del Re Francesco e che fra alcuni giorni se la taglierà, una volta raggiunto lo scopo. Un po’ infastidito, accorgendosi che l’ora è passata e la persona che aspettava tarda a farsi vedere, esce dall’osteria con i compagni e si avvia alla casa del fratello Silvio, dove conta di passare la notte. A letto Don Nicolino ripensa alla lunga giornata. Rimasto solo non ha più necessità di ingannare sé stesso per ingannare gli altri. Il vento ha girato e soffia deciso contro i filoborbonici. A Volturara tra gli amici tira un’aria di armiamoci e andate, figuriamoci poi gli indecisi. Si pente di aver spinto ed eccitato i pochi decisi, ha paura che andranno al massacro, confidando nelle sue parole sugli avvenimenti. Diventa sempre più irrequieto minuto dopo minuto. Senza neanche accorgersene pensa alle vie di fuga. Chiedere umilmente ospitalità al Santuario di Montevergine? Cercare la banda di Cicco Cianco? Avviarsi per Napoli e poi Roma? Sente voci dabbasso, guarda alla finestra e al fucile appeso alla parete, ma le voci sembrano amiche.

- Fate scendere Don Nicolino, ditegli che lo cercano e verranno qui di certo. Lo mettiamo noi al sicuro stanotte.

La persona che Don Nicolino aspetta a Chianzano non arriverà mai. Arriveranno poi le Guardie Nazionali per arrestarlo, ma senza trovarlo. Da questo momento si perdono le tracce di Don Nicolino. Per non essere arrestato, si nasconde nelle campagne di Chianzano. Il 20 Giugno 1862 la Sezione di Accusa di Napoli lo accusa di “Cospirazione e attentato, avente per oggetto distruggere, cambiare il Governo e eccitare i cittadini ad armarsi contro i poteri dello Stato Italiano”. Lo condanna in contumacia. Il 19 Dicembre 1863 accetta l’Indulto emanato per tutti i reati politici legati all’Unità d’Italia e ritorna libero cittadino dopo tre anni di latitanza, ma è segnalato e controllato continuamente. Due anni dopo, il 29 Giugno 1865, un ordine di cattura per i vecchi reati riporta in vita una situazione che sembrava appartenere al passato. Don Nicolino si affida a un Legale, che con lettera del 3 Luglio rintuzza le accuse mosse al suo cliente. La Corte di Assise in data 5 Luglio 1865 archivia la sua pratica, essendosi i reati estintisi con l’amnistia del 1863.




permalink | inviato da SAPODILLA il 9/9/2011 alle 18:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



30 agosto 2011

Pasqua senza pane

 

Ora so cosa significa la persecuzione religiosa. Venti giorni senza un pezzo di pane, una brioche, un biscotto e senza vera pasta di grano duro. Per i venti giorni della Pasqua ebraica non si devono mangiare prodotti fatti con farina, mi pare di aver capito. I rabbini ortodossi vanno per negozi e supermercati, appiccano il loro foglietto – Il rabbinato centrale di Israele dispone - e noi buoni cristiani siamo vittime.
In un eccesso di zelo, o per smaltire le scorte dice il diavolo, i gestori di alcuni supermercati coprono anche gli scaffali con i prodotti di importazione: addio passata di pomodoro Cirio, addio Heinz ketchup.
Infine in ogni evento si trova il lato positivo, infatti mangiare pane da queste parti è ogni giorno un castigo, pane ne sfornano in continuo in varie forme e formelle, con e senza zenzero, sempre colloso e stopposo.
 




permalink | inviato da SAPODILLA il 30/8/2011 alle 16:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



25 agosto 2011

MOOSHIE

 

J G Sapodilla
Mooshie
 
- Ti ricordi di Mooshie?
-Il tuo amico gay di Haifa? Vagamente. Che cosa è successo al buon Mooshie?
-Come sai, da queste parti ogni famiglia ebrea vuole che il figlio si sposi al più presto. E’ una tradizione religiosa, inoltre lo stato di Israele favorisce le famiglie numerose perché la popolazione  araba fa molti figli.
-Se continuate a questo modo presto in Israele ci sarà un esercito di soldati e un esercito di disoccupati. Continua con Mooshie.
 -Mooshie si trova in acque profonde. Mooshie si è sposato molto giovane e ha avuto due bambini, ma subito ha scoperto le sue vere inclinazioni  e ha divorziato. Adesso sua moglie si vede con un musulmano e ha intenzione di convertirsi all’Islam per sposarselo. Mooshie è disperato, perché i suoi bambini cresceranno in una casa musulmana, in un villaggio lontano da Haifa. E’ stato insieme ai suoi bambini tutta questa settimana, perché sua moglie è in viaggio in Turchia col suo nuovo partner, il tipo musulmano. La moglie di Mooshie ritorna domenica e si riprende i bambini. Mooshie mi ha chiamato in lacrime.
-Secondo la legge in Israele Mooshie ha il diritto di intervenire nell’educazione dei figli. Non è così?-
-Mooshie può chiedere che i suoi figli vadano in una scuola ebrea, ma non ha diritti sulla loro educazione nella futura casa della sua ex moglie. Ma questo non è tutto. Ho detto a Mooshie di andare a parlare col rabbino, per avere una guida e assistenza. Domani Mooshie va al Rabanut, oppure va al Sidur dopodomani durante lo Shabbath.
-Fammi sapere le risposte del rabbino, è una cosa che non mi devo perdere.
 -Ti farò sapere. Ma adesso sta a sentire questo. Se sei gay in Israele, non è contro la legge, ma è meglio che non vai in uno dei nostri villaggi arabi, perché ti ammazzano. Quando la polizia indaga, tutto il villaggio è d’accordo: nessuno ha visto, nessuno sa. Come vedi, non è conveniente essere gay e musulmano allo stesso tempo. Se poi sei ebreo e gay, non è proprio consigliabile entrare in uno dei nostri villaggi arabi, dove ti ammazzano due volte: una perché sei ebreo, una perché sei gay. Mooshie, se va a vedere i suoi bambini al villaggio, prima o poi lo ammazzano.
-Ma la moglie d Mooshie può essere obbligata a portagli i bambini in visita ad Haifa.
-Anche questo è un problema. Ad Haifa bambini verranno a sapere da persone o da altri bambini ebrei come stanno la cose e tornati al villaggio lo racconteranno ai bambini musulmani. Alla fine Mooshie sarà odiato dai suoi figli. Ora capisci in che pozzo è caduto Mooshie.
 
 
 
 
 
 
 




permalink | inviato da SAPODILLA il 25/8/2011 alle 8:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



24 agosto 2011

I RABBINI DI HADERA

 

Ho sperato invano di incontrare un rabbino per strada. Voglio dire un rabbino autentico, autorevole. Viceversa si incontrano a ogni passo pseudo rabbini, aspiranti rabbini o tipi dall’aria affamata vestiti di nero con le treccine. Lo straniero di passaggio è tratto in inganno dalle apparenze, ma torna a casa appagato e dichiara agli amici di aver visto un sacco di rabbini. Il vero rabbino è tondo e rubicondo, anche prepotente, si aspetta che lo facciano passare per primo, quando scende dall’automobile ci deve essere sempre qualcuno intorno a baciargli la mano, sull’aereo allungano la mano e prendono i panini dal carello della hostess.  Per tutta Hadera non si  incontra un rabbino autentico, una ragionevole spiegazione è che se stanno nascosti, defilati, cercano di passare inosservati. Il fatto è che i rabbini in Israele hanno fama di fannulloni, buoni a nulla, mangiapane a tradimento. Sono peraltro indispensabili per mantenere viva la satira nei giornali arabi. In verità i rabbini cercano di rendersi utili in qualche modo: celebrano matrimoni, portano parole di speranze, e altre cose del genere. I veri fannulloni sono gli yashiva, sorta di monaci che pregano e pensano, stipendiati dallo stato. La parola yashiva deriva dal verbo ‘star seduto’.




permalink | inviato da SAPODILLA il 24/8/2011 alle 4:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



23 agosto 2011

NASCITA DEL BRIGANTAGGIO NEL SUD

 

Giuseppe Garibaldi conquista il regno delle Due Sicilie e lo consegna a Vittorio Emanuele re del Piemonte. Molti giovani conquistati non vogliono far parte dell’esercito piemontese e si fanno briganti. Il breve racconto che segue è tratto da un diario dell’epoca.
 
Meglio briganti che arruolati dai Piemontesi.
La partita se la stanno giocando tra di loro, ma appena la situazione sarà più chiara se la prenderanno con noi.
Ferdinando Candela, tira giù la carta battendola sul tavolo in un gesto istintivo di rabbia e determinazione. Guarda negli occhi i compagni fermando il gioco con una mano e chiede attenzione.
Statemi bene a sentire e dopo penserete a giocare a briscola. Noi siamo qui a perdere tempo, mentre i capoccioni sul Comune stanno stabilendo come si devono comportare. La circolare che è arrivata tre giorni fa parla in modo esplicito. Tutti coloro che non fanno parte della guardia nazionale o che sono tornati come noi al paese dopo lo scioglimento dell’esercito borbonico saranno richiamati alle armi. Questo significa che andremo a morire o in guerra o in qualche ospedale. Con il Plebiscito di due mesi fa siamo diventati italiani e stavolta non è come le altre volte. Stavolta credo che non si torna più indietro. Però, anche se non capisco molto di politica, è facile intuire che Franceschiello per tornare sul trono di Napoli muoverà i suoi amici e parenti in Europa, anche il Papa a Roma come si dice in giro. Questo significa che l’Italia per difendersi ha bisogno di molti soldati da mandare al macello e li prenderà proprio qui da noi . Se non decidiamo alla svelta, ci troveremo a marciare con un fucile puntato nella schiena.
Pietro De Feo gli mette la mano sulla spalla.
Ferdinà, non ti crucciare, giochiamoci questa bottiglia di vino a “sotto e padrone”, poi penseremo al da farsi. Oggi è domenica e tra poco è Natale. Questi non faranno niente, penseranno solo a mangiare. Se ne parla a anno nuovo.
Caro Pietrillo, ti sbagli, e questo sbaglio rischiamo di pagarlo caro. Giochiamo pure, ma se non decidiamo cosa fare alla svelta, faremo la fine del carbonaro senza carbone. Io sono dell’opinione che bisogna nascondersi, scappare sulle montagne ed attendere gli eventi. Se tornano i Borbone siamo a piedi e a cavallo, in caso contrario voglio morire libero piuttosto che povero e braccato.
Elia Petito interviene nella discussione e trattenendo a stento un moto di stizza riprende i due interlocutori
− Ma come? Ero venuto a passare questa domenica per dimenticare i miei guai e voi me la rovinate con le vostre chiacchiere di uccelli del malaugurio. Sappiamo benissimo che il nostro futuro è nero. Ma almeno oggi lasciatemelo godere in santa pace. Anzi sapete che vi dico ? mi avete rotto le scatole. Me ne vado.
Chiama Nicola Montefusco e Vincenzo Pisacreta e li invita ad andarsene con lui. I toni della voci hanno creato un silenzio irreale e tutti gli avventori della Cantina osservano da alcuni minuti l’animata discussione. Una malcelata paura s’impadronisce degli astanti. Sanno che quelli sono i peggiori del Freddano e che quando si arrabbiano sono capaci di tutto, e sanno anche che in caso di rissa le guardie nazionali hanno l’ordine di sparare per evitare disordini che possano turbare l’ordine pubblico, soprattutto oggi che è Domenica ed il gioco a carte è proibito. Nessuno vuole avere a che fare con la legge, che quando ti prende non ti lascia più andare, e che ti perseguita anche per un parente arrestato in passato. Tutti tirano un sospiro di sollievo solo quando vedono il gruppo uscire seguendo il loro compagno.
Alessandro Picone se li trova davanti mentre sta rincasando dal posto di guardia, dove aveva svolto il suo turno di Nazionale. Non ha molta voglia di parlare, anche perché Ferdinando Candela gli è sostanzialmente antipatico, e si limita a salutare il gruppo, che dimentico dal nervosismo di prima, si diverte a tirarsi palle di neve e a buttarsi nel manto bianco con la schiena e le gambe divaricate per poi controllare chi ha lasciato il “ritratto” più nitido. Il loro modo di fare ad Alessandro non va proprio giù, e aveva detto mille volte al fratello Luigi di non frequentarli più, perché l’intuito gli diceva che avrebbero fatto una brutta fine, violenti e ladri come erano.
E in effetti se potesse sentire quello che si stanno dicendo, non avrebbe di certo gioito.
Ferdinà, sono stanco di tornare a zappare la terra in attesa che i marpioni della piazza decidano di richiamarmi alle armi. Ci sono tanti fessi in giro pieni di soldi, soprattutto nei paesi vicini ed in campagna. Se ce li prendiamo noi, potremo nasconderli da qualche parte e fare poi la bella vita. Tanto in questa confusione chi vuoi che si accorga di noi .
Le parole di Pietro De Feo spezzano l’aria festosa che regnava nel gruppo e la risposta di uno del gruppo non tarda ad arrivare.
 Bravo Pietro, hai avuto il coraggio di dire quello che ognuno di noi pensa da tempo. Sono sicuro che tutti siete d’accordo come me. Da questo momento individuiamo i pollastri da spennare e passiamo all’azione. Noi cinque bastiamo. Se vuole, può aggiungersi Luigi Picone, fratello permettendo, e se me lo consentite voglio scegliere a capo Giuseppe Nardiello. Mi ha chiesto varie volte di aiutarlo nei suoi lavoretti, e gli ho sempre risposto di no, ma stavolta è diverso. Non abbiamo scelta. Se riusciamo a mettere qualcosa da parte, soldi e roba da mangiare, abbiamo la possibilità di sopravvivere quando saremo costretti a fuggire sulle montagne, in caso di richiamo per la guerra.
Allunga la mano in attesa di consenso e ben presto tutti gli altri poggiano la loro mano sulla sua in segno di solidarietà e giuramento. Si guardano negli occhi con un misto di paura e rabbia, sanno di imboccare una via pericolosa e forse senza ritorno, ma la fame è così forte che stare ad aspettare un destino infame e senza speranze è come un morire senza dignità.
 
j g sapodilla   WWW.SMASHWORDS.COM




permalink | inviato da SAPODILLA il 23/8/2011 alle 7:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



22 agosto 2011

ZINAH, IL TUO NOME FA DOLCE IL MIO CUORE

Nella antica fortezza di San Giovanni d'Acri, oggi Akko, nella città turistica di Eilat, al confine con l'Egitto, nel centro di Tel Aviv, nei quartieri moderni di Gerusalemme, si respira un'aria cosmopolita, liberale tollerante.

 

                                   ZINAH, IL TUO NOME FA DOLCE IL MIO CUORE

Nell'Auditorium musicale di Gerusalemme l'orchestra egiziana accompagna orchestrali e   cantanti nelle loro esibizioni romantiche. La musica non cambia molto a ogni canzone e le parole neppure, ma il pubblico è in pieno godimento. Orchestrali e cantanti, tutti uomini, vestono in grigio uniforme, se portassero la cravatta sarebbero una comitiva di bancari. Dietro l'orchestra un piccolo coro di egizie voci femminili. Il pubblico arabo è uno spettacolo attivo, le signore piangono, i signori battono le mani a ritmo e cantano al meglio dondolando teste e braccia. Come barchette lievi e quete, le kippah sulle teste del pubblico ebreo si godono discrete le brezze dei canti.
J G Sapodilla

 




permalink | inviato da SAPODILLA il 22/8/2011 alle 6:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



20 agosto 2011

Affitti delle case a Tel Aviv

 

 
A TEL AVIV
I cittadini di Tel Aviv, in Israele sono scesi sul boulevard principale, hanno montato le tende ed esprimono il loro disappunto pe l’aumento dei prezzi delle case e degli affitti. In generale i cittadini contestano l’abbandono della politica di assistenza pubblica, dominante fino qualche hanno fa. La protesta pittoresca non manca di aspetti insoliti, arabi e israeliani discutono sotto la stessa tenda, uniti dallo stesso problema dell’affitto che aumenta di continuo.
Un gruppo di contestatori è andato a protestare di fronte alla casa del responsabile del wellfare, o qualcosa del genere. Alcuni di loro sono stati invitati a entrare nel giardino, hanno cominciato a fare domande e hanno ottenuto risposte. Un esempio.
Domanda. E’ possibile aumentare il sussidio alle madri divorziate – single – con figli?
Risposta. Il governo non sa cosa siano le single. Dopo il divorzio i figli continuano ad avere una madre e un padre che si devono occupare di loro come prima.
In altre parole Israele non ha una lira – o uno sheckel – per aumentare la spesa pubblica.
Fino a poco tempo fa Israele era uno stato marcatamente socialista, per esempio i prezzi delle case erano imposti per legge. Per una ragione e per l’altra Israele ha deciso di passare al liberismo, con molta cautela, e i prezzi delle case sono andati al cielo. 
Israele rimane comunque uno stato con una forte assistenza pubblica, nella istruzione e nella sanità per esempio, ma alcune spese sono diventate insostenibili.  Israele vuole vendere ai privati le sue aziende che producono componenti per missili e cose del genere. 
L’esercito è anche un mezzo per mantenere bassa la disoccupazione. La leva è obbligatoria, tre anni per i ragazzi e due anni per le ragazze, alla fine del periodo un anno di vacanza all’estero pagata. Poi ci sono i richiami annuali di un mese all’anno.  
La religione ebraica è religione di stato, con una casta di rabbini assai numerosa e mantenuta a far nulla.
Israele ha potuto godere dei soldi inviati dalla diaspora -  gli ebrei nel mondo – e dal Congresso Usa. Il congresso non ha più soldi, la diaspora si chiede s Israele sia ancora uno stato ebraico.
Per anni accadeva che un arabo – o un palestinese – tirasse sassi a un colono ebreo, il mondo si indignava, gli ebrei nel mondo piangevano e mandavano soldi. Ma la popolazione di Israele è sempre più costituita da nuovi emigranti sudamericani e russi, che forse hanno una nonna ebrea forse no. La diaspora è perplessa e chiude il borsellino.
L’arrivo degli emigranti russi ha sconvolto le tradizioni ebraiche. Questi russi sono disperati venuti a far soldi, hanno una diversa cultura - spesso non ne hanno affatto – se ne infischiano dei rabbini.  E’ arrivata anche la mafia russa, che in alcune città taglieggia i commercianti, in verità il fenomeno è molto circoscritto.
I russi nuovi arrivati vivono nelle periferie povere e hanno una morale tradizionale arcaica, i gay che vivono nel centro molto liberale e tollerante di Tel Aviv hanno il terrore di essere deportati nelle periferie a causa degli affitti troppo alti.   




permalink | inviato da SAPODILLA il 20/8/2011 alle 8:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



8 maggio 2011

Le ruote girano

In tutto il mondo le spiagge sono di tutti come regola, in Italia è l'eccezione. E' vero che ci sono le spiagge libere con l'obbligo delle spiagge vicine in concessione, a pagamento, di tenerle pulite, ma in realtà le spiagge libere sono la discarica delle spiagge a pagamento

  J G Sapodilla

Dietro la curva il mostro in agguato - Estate 2003

Dietro la curva il mostro è in agguato. Una vista orribile, un edificio di una ventina di piani, il gusto sbagliato nel posto sbagliato. Le facciate di color marroncino economico. Questa dunque è la dolce Francia? Come mai i francesi hanno permesso questo scempio sulla Costa Azzurra. Il piacere di avere attraversato una frontiera inesistente a Ventimiglia ci viene guastato da questo maledetto grattacielo nano. Tutto è vuoto alla frontiera, i caselli della dogana, i posti di blocco, i cambiavalute. Qui ci farei un bel monumento, una biblioteca di storia, e darei un nome allo spiazzo, Piazza Cose Impossibili. L’unico rammarico è che i francesi insistono a parlare la loro lingua, altrimenti potremmo diventare davvero un unico paese. Si, l’Europa manca di una lingua comune. Inglese? Latino? Entrambi direi, quale per certi argomenti, quale per altri. Ma insomma affrontiamo questo problema della lingua comune, ne abbiamo le tasche piene di quote-latte e armonizzazione delle imposte. Ma torniamo al mostro. I colpevoli non sono i francesi, il mostro edilizio è dentro Montecarlo. Come Montecarlo? Si, proprio quel Montecarlo con le signore in piume di struzzo e i gentlemen in frac. Si, proprio quei gentlemen che escono all’alba dal casinò, entrano nel bel giardino di fronte e si sparano, rovinati dal gioco. Ma a proposito di giardino sentite questa. Arriviamo in bici da corsa a Montecarlo, io, Pistilli e Cecconi, in un caldo torrido. Da uno che ha girato il mondo, e sopratutto le case dei parenti, ho l’immediata e impalpabile sensazione che non siamo graditi, ma non dico nulla ai ragazzi. Il Pistilli a metà discesa verso la spiaggia punta verso un magnifico giardino con tanto di panchine e fontanella. Ma la fontanella butta acqua tiepida e di cattivo sapore, altro segno che qui gli stranieri sono amati solo se vanno al bar La gente seduta sulle panchine è silenziosa e ovviamente ben vestita. Sembrano stare tutti come immobili in posa per la foto e sembrano dire ‘Non vedete quanto siamo ricchi e ben educati?’. Pistilli e Cecconi ancora non hanno capito, ma io si, e me rimango all’ingresso del giardino vicino alla fontanella, mentre i due si inoltrano felici e ignari verso le panchine. Non passano infatti che pochi secondi e arriva Furbo Guardiano, egli si ferma a un dieci metri da me, mi punta, sorride. Ricambio il sorriso e tiro fuori una busta che potrebbe contenere un panino, ma con calma, lentamente. Alle mie mosse Furbo Guardiano sorride beato, parmi sentire il suo pensiero, - Dai bello, tira fuori il panino, butta in terra le briciole e la carta oleata.- Ma dalla busta esce fuori il mio telefonino, me lo accosto all’orecchio e sorrido ancora di più a Furbo Guardiano. Accortosi il malvagio che trattasi non di panino ma di telefonino, il sorriso gli si smorza sulle labbra e gli si tramuta in ghigno amaro, nella notte avrà un attacco d’ulcera e sua moglie lo lascerà. Perso l’attacco contro di me, Furbo Guardiano ha uno scatto da cavallo sciancato e trotta alla volta di Pistilli e Cecconi, purtroppo nascosti a me dagli alberi. Mi perdo dunque la scena in diretta. Dal successivo indiretto racconto dei due vengo a sapere che Furbo Guardiano li ha scacciati gentilmente dal giardino dell’Eden con la scusa ufficiale che non sono ammesse le bici. Fossimo entrati con l’orologio avrebbe detto che è proibito guardare l’ora nel giardino. Sempre dal racconto dei due so che Pistilli ha masticato amaro assai, mentre il lecconi ha tentato un sarcasmo da quattro soldi, come segue.
Cecconi (indicando a Furbo Guardiano alcuni mostruosi palazzi nuovi) – Quelle sono le case popolari, vero?
Furbo Guardiano – Si, sono le case per i poveri.
A proposito di poveri, mi chiedo che gusto ci sia a essere ricchi a Montecarlo dove non ci sono poveri. Di cosa si compiace il ricco, se non ha poveri vicino a se? Mi ripropongo di mandargliene, ben pagati si intende.
Di palazzoni osceni il principe di Montecarlo ne ha fatti tirar su una dozzina almeno, non pochi considerato che Montecarlo sono quattro case. E a questo proposito ora io, se permettete, mi domando e dico. Mi domando e dico se questo principe di Montecarlo aveva tanto bisogno di quattrinelli da doversi dare alle speculazioni edilizie; se poi dovendosi dare alle speculazioni edilizie non poteva almeno assumere un architetto decente; se da ultimo si deve lasciar scempiare la più bella costa d’Europa in nome della proprietà privata e dello Stato di diritto. Il mondo alla fin fine è anche mio.
E per chiudere torniamo alle cose impossibili, come quella di avere sulle coste d’Italia la spiaggia libera, pulita, abbondante e attrezzata. Nella Costa Azzurra, in Francia, la spiaggia è tutta libera (no, a Montecarlo no); niente cabine, niente stabilimenti, recinti, steccati. La spiaggia francese è libera, pulita, con docce e servizi. Ma guarda tu dove vado a trovare il comunismo ben applicato in pratica, sulle spiagge della Costa Azzurra. O forse sarà una conseguenza della Rivoluzione Francese? _ 


 

 




permalink | inviato da SAPODILLA il 8/5/2011 alle 18:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



3 maggio 2011

VIVA VERDI

 

       I fazzolettini ricamati, intrisi di essenza di violetta e lacrime di gioia, sventolano verso il palcoscenico nelle mani aristocratiche delle dame milanesi. Prima un lungo applauso e poi il grido di Viva Verdi si leva dai velluti dei palchi, dalle poltrone, dal sudore povero del loggione. E' appena terminato il coro 'O mia patria si bella e perduta ' . Le bianche uniforme degli ufficiali austriaci a un cenno imperioso del Maresciallo Radetsky si dirigono verso le uscite del Teatro alla Scala, perché Viva Verdi significa Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia. Il Maestro Giuseppe Verdi sul podio rappresenta la sperata unità d'Italia, la cacciata degli austriaci da Milano, per questo che i fazzolettini ricamati sventolano verso il podio. Per la verità, dietro a un grande ventaglio veneziano due occhioni neri guardano in direzione di un biondo tenentino austriaco che si è girato per ammirarla , e la mano della giovane dama, presa dall'emozione, pare sventolare dalla parte sbagliata.
Il Maestro Giuseppe Verdi si volge al pubblico adorante, si inchina, sembra godersi il successo. Ma i pensieri di un genio sono imprevedibili.
La bacchetta si agita e l’orchestra suona dove il baiocco tintinna, dove si ama la bella musica. La memoria di Giuseppe Verdi torna a quel 1848, quando la  Corte di  Ferdinando di Borbone re delle  Due Sicilie gli fa giungere discretamente un invito a comporre l'inno al re. Un gran re quel Ferdinando, gran signore, altro che questo zotico di Vittorio Emanuele piemontese, che di musica capisce solo la tromba della Sveglia e della Zuppa. Consoliamoci che almeno questa Unità d'Italia ci toglierà di mezzo lo stato pontificio con preti e monache.
Questo pensa Giuseppe Verdi, il Cigno di Busseto, sorridente al pubblico dei liberali aristocratici e benestanti di Milano e agli studenti esaltati del loggione.




permalink | inviato da SAPODILLA il 3/5/2011 alle 16:45 | Versione per la stampa



1 maggio 2011

LA PRINCIPESSA HA PERSO LA TESTA

 

 
 La principessa ha perso la testa, dove metterà la corona, se sposa un re?
- Madre mia, ho perso la testa.- La principessa è davvero disperata, ma la regna madre la vuole uccidere. 
-Vuoi dunque condurci alla rovina, figlia mia disgraziata? Non sai che sei destinata al Rajah di Banga-Loor? Faremo uccidere l’uomo che ti ha lusingata. Dimmi subito il suo nome. Uno dei servi che ti accompagna al mercato? Un mercante straniero di tappeti?
- Madre mia, allora non capisci? Io ho perso la testa.
La madre sorride sprezzante. – Ci penserò io a fartela ritrovare, non devi stare in angoscia. E adesso devi dirmi dove è successo.
- E’ stato al lago, madre mia, le mie amiche mi hanno preso sulla loro barca e a un tratto mi è parso di sentire il guizzo di un pesce.
- E dunque? Chi è arrivato?
- Nessuno è arrivato. Mi sono voluta sporgere per osservare l’acqua, ma ho visto solo il mio riflesso senza la testa.




permalink | inviato da SAPODILLA il 1/5/2011 alle 21:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



30 aprile 2011

GALLINE MISSIONARIE

 

                                                           GALLINE MISSIONARIE
Più volte abbiamo accennato al fatto che sul  Lago il pasto preferito dei Coccodrilli erano le Galline, ma da dove venivano questi animali insoliti per quei luoghi?  Ebbene, esse erano le Beate Sorelle del Sacro Chicco di Granoturco, venute al Lago per assistere un missionario nella diffusione della verità e della fede.
Esse s’erano ormai mille e mille volte pentite di essersi convinte a venir qui nel Paese Tropicale, dietro al missionario. Oh come le aveva incantate bene monsignor Tacchino, per convincerle a partire. Con voce suadente a faconda, egli narrava loro di come avrebbero potute leggere i testi sacri persino agli Elefanti, animali densi di pensiero filosofico antico. Di come avrebbero potuto convertire al pensiero cristiano le belve più feroci, e gran rimerito ne sarebbe venuto all’Ordine del Granoturco. Di come avrebbero potuto metter su una scuola per insegnare il catechismo alle bestie. Di come, esssendovi nel Paese Tropicale tanto spazio, ognuna di loro, col tempo s’intende,  avrebbe potuto avere il suo convento e divenir Gallina Priora. E poi il bel viaggio per mare e i larghi orti dove razzolare. Insomma un futuro di meraviglie, in un luogo dove i miscredenti da convertire crescevano a grappoli sui rami e non aspettavano che loro, Beate Sorelle Galline, per cader maturi nelle mani della fede.
Una volta sbarcate e arrivate alla loro destinazione, il Lago giustappunto,  le Beate Sorelle ebbero una rapida illusione e una ancora più rapida disillusione. Oh, l’incanto del raggio di sole che prende un colore diverso saettando di foglia in foglia, e  il piccolo campo ove il missionario decise di erigere la nuova chiesa, così piena di lombrichi d’ogni sorta mai visti prima d’ora. Ma la felicità, o almeno la vita tranquilla, durano il tempo di un sospiro.
Non  appena s’affacciarono sul Lago, le Sorelle furono accolte da un moltitudine di  scimmiette che parevano avide di apprendere la verità e convertirsi, tanto è che vollero subito avere in mano i sacri testi, tendendo avide e curiose manine. Ma non appena ne ebbero masticato qualche pagina, le piccole malvage presero a tirare i volumi ben  rilegati sulle teste delle Beate Sorelle, tra smorfie di riprovevole  disgusto.
Intanto dietro le canne che crescono nelle acque placide del Lago, occhi curiosi e interessati spiano le nuove arrivate, le Beate Sorelle erano state notate dai Coccodrilli, in specie le più pienotte.  A una di loro sembrò che un Coccodrillo la chiamasse  con gli occhi umidi, come se avesse bisogno di lei. La sventurata si avvicinò e rispose al muto sguardo:
- Quale religione pratichi? Sei forse un seguace di Maometto?
- Sono agnostico - rispose il Coccodrillo – ma avvicinati un poco, che le parole mi giungono confuse.
La Gallina fece qualche passetto avanti e invano la cercarono per molti giorni. E non fu la sola a sparire. Prese dal terrore, le Galline cercarono scampo nella chiesa, ma il missionario le respinse fuori, parlando di martirio e altre cose simili.
Ma come potete intuire, questo loro andare al martirio, a causa dei problemi che avevano coi Coccodrilli,  aveva  alla fine spezzato la loro ferma volontà e certo sarebbero fuggite se avessero saputo ove andare. Ormai esse non pensavano  che a se stesse e alla loro salvezza, invece che a quella delle anime dei Coccodrilli miscredenti. Le Galline si tenevano ora alla larga dal Lago e invano il missionario le incitava ‘Felici coloro che saranno mangiate dai Coccodrilli, perché diverranno Beate Sorelle’.
 
  
 
 




permalink | inviato da SAPODILLA il 30/4/2011 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



26 aprile 2011

TRILOGIA DI GALLINE

 

                            
                                                                    
                                                          IL BRODO DI CAMILLA
 
Il giovane Peppino è stato assunto come cameriere di sala da appena un giorno, grazie a un zio che un tempo era capocameriere. La divisa è di recupero e i calzoni gli lasciano scoperte le caviglie con sua grande vergogna, Peppino è alto e magro una figura che poco si addice a un cameriere,
Spinto dal destino e da un cliente crudele, Peppino entra nella cucina e cerca di parlare con tono deciso, ma né il cuoco né le pentole lo prendono in considerazione.
- L’ultimo cliente, quello che ha chiesto brodo di pollo, si lamenta.
Silenzio.
- Il cliente dice che il brodo è acido.
Il cuoco gli risponde senza neppure smettere di battere la carne sul legno.
- Riprenditi il piatto e portalo qui, aggiungi una grattatina fine di buccia di limone., rimescola bene, riversa su una fondina calda e riportagli il suo brodo. Digli che abbiamo usato un’altra gallina.
Ma qualcuno era in ascolto, in quell’istante arrivano strani rumori dalla pentola sul fuoco, come di un’anima inquieta che si aggrappa al bordo per aiutarsi uscir fuori. 
Tutta l’attenzione è ora per la pentola, ne esce fuori la gallina Camilla, tutta bagnata ma soprattutto infuriata.
-Chi è quello stecco? - chiede al cuoco.
Peppino cerca di allungarsi i calzoni in basso.
-Sono Peppino, il nuovo cameriere, mio zio era capocameriere un tempo in questo locale.
-Vedo, vedo, un artista di famiglia,- gli risponde sarcastica Camilla, che poi riprende col cuoco:
-A quanto pare questo palo della luce si fa mettere i piedi in testa dai clienti, andiamo a risolvere questo problema.
Nessuno prova a fermarla, inorridito il cuoco fa volare uno straccio bianco verso le mani di Peppino.
- Coprila! Non può entrare in sala in quello stato.
Ora Camilla fronteggia il cliente.
- Signore, permette che mi sieda al suo tavolo?
Il cliente continua a leggere il giornale e risponde per cortesia.
- Ho chiesto un brodo non una gallina.
Camilla è già saltata sul tavolo e si è messa comoda.
- Sento dire in giro che il brodo che le hanno portato non è di suo gradimento.
Il cliente capisce che si è cacciato in un guaio, come se non bastassero le cattive notizie del giornale, bisogna trovare il modo di liberarsi di questa importuna, ci mancava solo ls gallina. Cerca di svicolare:
- Temo lei si sbagli con un altro cliente.
Camilla freme, batte e ribatte sul tavolo il tridente della zampetta sinistra. Un bicchiere pieno oscilla e Peppino preso dal terrore riesce ad afferrarlo prima che spruzzi il vino bianco sulla camicia del cliente. Cosa dirà allo zio se viene licenziato il primo giorno?
Camilla ora è in tempesta:
- Caro signore, noi facciamo brodo dal tempo delle invasioni barbariche, mia madre, mia nonna, tutte le altre prima di loro.
Il cliente sospira ma cerca di sorridere umile:
- Suvvia cara, si è trattato di un malinteso, e poi lei è troppo giovane per fare un buon brodo.
Camilla è colpita, cerca di darsi un contegno:
- Ebbene signore, vedo che lei è un gentiluomo, accetto le sue scuse.
Il cuoco vede rientrare in cucina una Camilla trasognata, le fa cenno di rientrare nella pentola, lei sorride e scuote la testa, poi va alla ricerca di uno specchio.
 
 
 
                                 
                                                                         CON PATATE ARROSTO
 
Il cameriere entrò di furia sbattendo le due mezze porte della cucina, la sala ristorante era piena di tipi e tipe affamati.
- Una coscia di pollo con patate arrosto - gridò al cuoco.
Il cuoco lasciò sospeso a mezz’aria il coltellaccio con cui stava tagliando le bistecche con l’osso.
- Gli diamo un qualcosa di surgelato?- chiese calmo al cameriere.
- Niente da fare. E’ il cliente con l’orologio a carillon, Paperone grandi mance. Gli devi dare qualcosa di fresco.
Il cuoco si guardò attorno perplesso, notò la tartaruga che si limava le unghie, rovesciata al sole sotto la finestra. La tartaruga fece cenno al cuoco di guardare sotto la sedia impagliata. A questo punto la gallina decise che era meglio uscire allo scoperto, si mosse zoppicando con una gamba sola e la stampella, lo sguardo torvo.
Il cuoco non si lasciò impressionare e fece subito notare alla gallina come stavano le cose.  
- Al cliente piacciono le tue cosce, sei pagata per questo, devi accontentarlo.
La gallina si fece ancora più torva e indicò la stampella.
- Cuoco della mia pasta scotta, non vedi che mi è rimasta una coscia sola? Come farò a camminare?
Il cuoco prese ad affilare il coltellaccio e le rispose indifferente.
-Ti compreremo una carrozzella elettrica.
In quel momento rientrò il cameriere con un altro ordine.
- Un brodo.
Il cuoco si guardò di nuovo intorno e fece attenzione al fischio della tartaruga che gli indicava la posizione della gallina con la limetta per le unghie. Rasente al muro la gallina cercava di svignarsela dalla cucina. Ma il cameriere non aveva finito l’ordine.
- Un brodo di tartaruga.
La tartaruga continuò a limarsi le unghie. La cosa non la riguardava, lei era l’anima e la memoria storica del ristorante. Era entrata bambina col fondatore, un tipo tosto coi grandi baffi e la bombetta sempre in testa. Il frigo era pieno di tartarughe surgelate, gente da poco, il cuoco si arrangiasse al meglio.
- Gli diamo un qualcosa di surgelato? – chiese il cuoco al cameriere.
- No. Definitivamente. Il brodino è per la bambola che è arrivata e si è seduta di fronte a Paperone. Ci vuole roba fresca.
La tartaruga impugnò la limetta con forza, aveva già sentito in giro queste storie di ingratitudine.
-Vammi a prendere la tartaruga, ho da fare.- Ordinò il cuoco al cameriere. E gli porse una pentola mezza piena d’acqua.
La tartaruga guardò tutti con disprezzo e maledisse il momento in cui si era lasciata girare sul guscio. Sulle quattro zampe avrebbe potuto trovare un buco dove infilarsi.
Il cameriere la depose nella pentola. Lei evitò di guardarlo, ma lui picchiò sul guscio con un dito.
- Ehy sorella era uno scherzo, vieni fuori.

Lei contrasse tutti i tendini, si girò come furia e morse il dito del cameriere.   

 

 

 

         
                                                                              DUE UOVA FRITTE
 
: - Due uova fritte, ma fresche.- Disse arcigno il cliente.
 
- Questo é il miglior ristorante in città.- Sorrise Anselmo il cameriere.
 
Con la sua miserabile paga e con le umiliazioni sofferte dal capocameriere, Anselmo era tuttora inebriato dal fatto di essere stato accettato al Miramare-San Giorgio, e aveva sempre evitato le amicizie con i camerieri di trattoria.
 
Dalla cucina arrivava la voce del cuoco, parlava al telefono con il fornitore di frutta di importazione. Veloce e silenzioso Anselmo entrò in cucina e passò l'ordine al cuoco con un cenno convenzionale che significava 'Stai attento cuoco, questo é cliente da cento euro di mancia".
 
Il cuoco mise la padella sulla brace, poi aprì lo sportellino della stia. Le galline finsero indifferenza, ma smisero di beccare il granoturco e si guardarono l'un l'altra di traverso.
 
Il cuoco scelse Maria, le reiette ripresero a beccare il granoturco con furia crudele. Maria fu posta a sedere sulla padella con grande attenzione e depose due uova fritte.
 
Anselmo servì le due uova in una nuvola di burro, con una fetta di pagnotta cotta al forno a legna, come si conviene.
 




permalink | inviato da SAPODILLA il 26/4/2011 alle 22:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



23 aprile 2011

PASQUA 1861

J G SAPODILLA

 
Alessandro Sarno sa che, se non si muove lui, la tradizionale scampagnata di Pasquetta si risolverà in niente e sarebbe un vero peccato non godersi l’ultimo giorno di vacanza prima di tornare a Napoli a studiare. Questa Pasquetta è certamente particolare, viverla da italiano è un’esperienza unica entusiasmante. Mentre scende per il Campanaro dirigendosi al Freddano a chiamare l’amico Vincenzo, Pasquale, torna con la mente agli avvenimenti degli ultimi mesi.
 
Come dimenticare quel 7 Settembre 1860 a Napoli? non aveva chiuso occhio per tutta la notte, e la finestra lasciata apposta aperta portava l’eco dei colpi di cannone in lontananza. Le notizie che circolavano negli ambienti universitari, circa l’arrivo di Garibaldi a Napoli, trovano conferma, infatti a prima mattina sarebbe arrivato a Palazzo Reale per prendere possesso della città. La scena del dittatore che percorre le vie tra ali di folla gli rimbomba nella mente e gli procura ancora brividi di entusiasmo e di determinazione. Alessandro Sarno è imbevuto di idee progressiste e liberali come una spugna nuova. Si sente Giuseppe Mazzini esule incompreso e Bruto che pugnala Cesare il liberticida.
 
- Come è possibile che esistano persone incapaci di capire la portata di questo momento, che sicuramente resterà nei secoli come espressione di libertà e di democrazia? La fine del Re Bomba con il suo governo dovrebbe essere salutata con esultanza, invece resistono rimasugli del passato che vogliono bloccare il progresso.-
 
Qualcuno, che conosce bene la sua abitudine di parlarsi da solo, sta seguendo il nostro idealista, con un sorriso scettico e divertito.
 
 - Sei sempre il solito sognatore, Don Alessandro - la voce di Vincenzo sembra provenire da lontano e lo riporta alla realtà di un mattino tranquillo e freddo.- A che stai pensando, a Garibaldi o a Mazzini? Lo so che sono i tuoi eroi, i tuoi chiodi fissi, ma per oggi lasciali in pace, falli riposare tranquilli. Piuttosto dobbiamo fare le ultime spese perché manca il pane e il castrato per il pranzo. Ho fatto preparare la carrozza di mio padre, metteremo tutto dentro, perché Tortoricolo è lontano e a piedi non ci voglio arrivare. Gli altri della comitiva tardano e come al solito devo pensare a tutto io, poi mi diranno che sono pignolo e pedante.-
 
 - Caro Vincendo, amico mio, sei l’unico che mi capisce in questo paese di incolti e maligni. Un uomo come te è sprecato a perdersi in un posto come questo. Devi avere il coraggio di andartene e aprire una farmacia nella capitale, voglio dire ex capitale, a Napoli.-
 
- Alessandro, non aprire una ferita che sanguina e duole. Sai benissimo le sventure di mio padre. È dal 1850 che è controllato dalla polizia e in questi dieci anni, è stato maltrattato, vituperato,. Lo hanno preso di mira nel suo lavoro, nelle sue proprietà. Quanti processi ha dovuto subire. Oggi non abbiamo nemmeno gli occhi per piangere e se riuscirò a laurearmi in Farmacia è frutto di sacrifici immani. D’altronde quante volte hai dovuto tu pagarmi il teatro a Napoli o una cena in qualche ristorante di Posillipo. Anche tuo padre Salvatore è stato maltrattato, ma per fortuna è riuscito a mantenersi le proprietà; l’appartamento che ti ha comprato in via Duomo a Napoli ti servirà per la futura professione di avvocato, te lo meriti perché hai tutte le qualità per arrivare nel difficile mondo della giurisprudenza. Ma bando alle chiacchiere, oggi mi voglio proprio divertire e non pensare a niente. Ho contato, siamo in diciotto alla scampagnata, non manca proprio nessuno.-
 
Si avviano speditamente al Freddano a preparare gli ultimi ritocchi per il pranzo di Pasquarella.
 
Qualcuno li ha guardati passeggiare e appare preoccupato e pensieroso. Dietro la finestra della sua cucina, Don Nunzio Pasquale, padre di Vincenzo, ha l’aria di chi le ha viste tutte, ma il suo sguardo corrucciato prelude a situazioni gravi e piene di incognite. Ci si può liberare di tutto ma non dei ricordi. È la stessa scena del ‘48, ampliata mille volte. Allora i Borbone avevano fatto finta di cedere alle richieste di riforme e una nuova ventata di ottimismo aveva percorso le strade del Regno delle Due Sicilie. Ma era stato fuoco di paglia. Se lo ricorda bene, Don Nunzio, perché era Sindaco proprio dal ‘48 al ‘50, anno in cui comincio la repressione che lo investì in pieno. I Borbonici spinti dalla paura o dalla furbizia avevano finto e promesso di far sbocciare il fiore della libertà, poi avevano tagliato i gambi. Più lo avevano fatto parlare più lo avevano punito, più si era dimostrato liberale più lo avevano perseguitato. Quegli infami se li era scrollati di dosso solo col decreto del Luglio 1860, dopo dieci lunghi penosi anni. Oggi i Borbonici sono rintanati nella Fortezza di Gaeta, circondati e pare senza scampo. Ma i Borbone sono duri a morire, magari ritorneranno, e più feroci di prima, come nel 1799 dopo la sconfitta dei Francesi da parte delle bande del Cardinal Ruffo, o nel 1815 alla caduta di Napoleone. Saremo perseguitati e derisi ancora. Sarà un bagno di sangue, forse si salveranno solo i soliti camaleonti. Chiama la serva Anna, come a scuotersi dalle sue riflessioni, e la manda ad avvertire Don Salvatore Sarno, il padre del giovane Alessandro, che c’erano stati strani movimenti di ex soldati borbonici sbandati e renitenti alla leva verso Cruci e che stesse attento, come Ufficiale della Guardia Nazionale, a far pattugliare il territorio in quel giorno per evitare guai ai figli che noncuranti del pericolo volevano passare una giornata allegra in compagnia degli amici.
 
Mentre dalla finestra osserva la donna che si avvia verso la Piazza, incrocia con lo sguardo Alessandro Picone che sta ritornando a casa e istintivamente cala gli occhi per non salutarlo. Non lo odia, ma sa che sta sbagliando di grosso ad accanirsi contro il Nuovo Ordine di cose che ha portato all’Unità d’Italia. Tipico volturarese analfabeta e arrampicatore, che non si cura di diventare italiano e liberale, ma guarda solo agli interessi spiccioli e immediati. Possidente ma incolto, capace ma improvvido e istintivo. Se avesse avuto voglia di studiare, e qualche anno fa poteva permetterselo, avrebbe capito che solo nella cultura c’è il progresso e nel progresso la libertà dall’assolutismo borbonico e dalle aberrazioni della Polizia. Invece oggi è il fautore del passato regime credendolo nuovo ed è pericoloso per sé e per gli altri. Dio non voglia il ritorno di Franceschiello, questo vorrà fare il Capourbano e userà i moschetti al posto della vanga.
 
Riesce a vedere fino al ponte del Freddano e l’animazione che c’è, in Piazza, gli fa capire che è meglio rimettersi vicino al fuoco a fumare la pipa, senza pensare a nulla, distaccandosi da una realtà che gli crea solo sofferenza.
 
È una giornata strana, in cui si intrecciano situazioni diverse in un momento storico particolare. Le voci di una possibile rivolta popolare imminente mettono in movimento tutte le Guardie Nazionali che perlustrano il paese. La tensione è palpabile negli sguardi di tutti. Tra gli opposti schieramenti ognuno evita qualsiasi tipo di provocazione, che potrebbe sfociare da un momento all’altro in alterchi o scontri fisici difficili da controllare.
 
Qualche scalmanato prendendo coraggio inveisce contro il posto della Guardia Nazionale, ma gli ordini da Avellino sono di non rispondere a nessuna provocazione verbale per non far degenerare una situazione che non assicurerebbe un intervento militare immediato per mancanza di uomini. I campagnuoli sembrano estranei allo svolgersi degli eventi, ma si sa che sotto sotto tutti hanno caricato il fucile o per attaccare la Guardia Nazionale o per difendersi da attacchi improvvisi di sbandati che girovagano senza meta e senza cibo.
 
Stanotte o domani ci potrebbe essere l’ora in cui nessuno comanda, l’ora dei lupi: le truppe Borboniche sono in fuga, le Guardie Nazionali non ancora in arrivo in forze da Avellino, chi ha subito offesa potrebbe alzare il fucile e tirare, quasi certo di restare impunito. Per questo si sta riuniti in branchi o non si esce di casa.
 
 La notizia che in mattinata a Montella, in pubblica Piazza, il disertore capobrigante Cicco Cianco ha ucciso un compaesano, che aveva avuto il solo torto di contraddirlo, senza essere poi arrestato, fa intuire ai filoborbonici le enormi difficoltà in cui si trovano le Guardie Nazionali, che hanno paura e pensano solo a salvarsi la pelle in un clima di incertezza assoluta. La riunione tra gli ufficiali nel posto di guardia serve a creare un piano di ordine pubblico per la giornata che si presenta di difficile controllo, prima di raggiungere le famiglie che non vogliono rinunciare alla scampagnata, senza curarsi o forse senza nemmeno capire troppo i pericoli incombenti.
 
Don Leonardo dà le ultime disposizioni, organizzando una decina di pattuglie che gireranno sul territorio, con un occhio di riguardo per le zone a rischio, dove stazioneranno alcune guardie armate: precisamente alla Masseria Vecchi, in contrada Occhielli, dove pranzeranno il Sindaco e i familiari, a Cruci alla Masseria Masucci e a Tortoricolo dai Pasquale dove si incontrano tutti gli studenti del paese. L’ordine è di sparare solo in caso di attacco armato, di non rispondere alle offese verbali e di non accettare di bere vino nel controllo dei gruppi di gitanti.
 
Le persone che passano in Piazza chinano la testa come a non salutare e, alla domanda di qualche esagitato filoborbonico che chiede loro “viva a chi?’, la risposta ricorrente è “viva a chi comanda”, con una sorta di rassegnazione e di paura. Non ci si vuole compromettere neanche con un saluto dato o negato: è troppo pericoloso, quando non si conosce ancora il nome del vincitore. Pochi sono quelli schierati apertamente e le provocazioni innescano scene preoccupanti di invettive e maledizioni reciproche. Solo la paura verso gli ufficiali che sono conosciuti come caratterialmente terribili serve da deterrente a situazioni che sembrano esplosive. La paura di essere arrestati per offese allo Stato mantiene una calma apparente ma pericolosa.
 
Solo il crocchio di giovani che si sta formando in Piazza sotto il Tiglio sembra estraneo agli eventi, per il brio dei discorsi e per le risate che ogni tanto rimbombano nell’aria.
 
In quel mentre arriva dalla Pozzella Gioacchino Benevento, il dottore che era andato a visitare il collega Pasqualino, ormai in condizioni di salute disperate, il quale riferisce loro che gli altri amici hanno preferito andare dai Pennetti, nella masseria di Sorbo Serpico, su consiglio dei genitori. L’atmosfera s’incupisce e si intravede qualche muso lungo.
 
- Maledetta politica, nemmeno oggi ne saremo esenti, c’era da immaginarselo che non li avrebbero mandati con noi. I rancori tra i nostri genitori pesano sempre sulle nostre scelte, nostro malgrado. Oggi volevo ubriacarmi per dimenticare le tante sofferenze di questi ultimi tempi e non pensare a Pasqualino, ma vedo che sarà un po’ difficile.- La voce di Achille Vecchi, il fratello del Sindaco, sembra rotta dall’emozione.
 
Non ti crucciare più di tanto - gli risponde Alessandro Sarno.- Andremo lo stesso a divertirci. Alla fine lo sapevamo che potevano anche non venire con noi. Negli ultimi tempi, a Napoli, hanno fatto sempre gruppo a parte. E poi, chi se ne frega. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è. Con la comitiva di Sorbo sono andati Pietroantonio Pennetti, Alfonso e Mattia Marra e quel rompiballe di Vincenzo Santoro, il figlio di Don Mariano, l’impiegato comunale. Come vedete i conti tornano. Sono tutti filoborbonici fottuti e hanno come ospiti anche Achille De Cristofano, il farmacista e suo fratello Ferdinando l’avvocato, che manco a farlo apposta non hanno firmato al Plebiscito del 20 Ottobre scorso e che fanno come al solito il doppio gioco. Si mostrano Italiani, ma in cuor loro sono seguaci di Franceschiello. I Pennetti, poi, stavolta nessuno li perdonerà. Hanno vita corta a Volturara Irpina. Vincenzo, il segretario comunale, e suo nipote Gerardo l’avvocato soprattutto, si sono creati molti nemici e appena le cose si acquieteranno gliela faranno pagare cara. Lo stesso Mariano Santoro, non sottoscrivendo il Plebiscito ha le ore contate. Già si sente dire in giro che presto lui e Vincenzo Pennetti saranno licenziati dal Comune.-




permalink | inviato da SAPODILLA il 23/4/2011 alle 11:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


sfoglia     giugno       
 







Blog letto 98297 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom