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29 luglio 2010
Ma come e' cominciato tutto questo?
Eloim, nostro SIgnore Iddio, disse alle genti d'Egitto
- Prendete dunque le vostre donne e le vostre pecore, mio popolo prediletto, vostra e' la terra promessa. -
Gli Egizi risposero
- Signore, perche' ci vuoi mandare in quel posto orribile? quale offesa ti abbiamo arrecato?-
Allora Eloim, il Signore Iddio, disse alle genti di Fenicia
- Prendete dunque i vostre donne e i vostri carri, mio popolo prediletto, vostra e' la terra promessa. -
Ma i Fenici del Libano risposero
Signore, noi siamo mercanti di mare, non pecorai.-
Allora Eloim, il Signore Iddio, disse alle genti di Siria
-Prendete dunque con voi le danzatrici, mio popolo prediletto, vostra e' la terra promessa. -
Ma risposero le genti di Siria
-Signore, troppo lungo e' il cammino per i nostri cammelli.-
Allora Eloim, il Signore Iddio, disse agli Ebrei
- Nessuna cosa lasciate incustodita, mio popolo prediletto, e senza indugio recatevi alla terra promessa.-
Risposero gli Ebrei
- Nulla dovremo pagarti, Signore?
| inviato da SAPODILLA il 29/7/2010 alle 10:48 | |
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25 luglio 2010
IL COMMESSO HENRY
Le avventure di Joe e zia Martha
IL COMMESSO HENRY
-Joe, io penso che potresti cercarti un lavoro per l’inverno, non abbiamo molto da fare nel campo di pannocchie dopo la fine dell’estate. –
Tutti gli anni la stessa maledetta storia, pensa Joe, che evita di guardare zia Martha e continua a sfogliare il giornale come se volesse la pagina con le offerte di lavororo. Joe sa che la guerra sara’ dura e lunga, forse per tutto il giorno.
-Oh zia Martha come puoi pensare che mi cerchi un lavoro per l'inverno proprio quest'anno? Non hai sentito le notizie sulla grande crisi finanziaria, la fabbrica di inscatolamento dei salsicciotti ha mandato via un terzo delle operaie.-
La sedia a dondolo di zia Martha oscilla nervosa. Joe conosce il significato di questo segnale e si prepara.
-Joe, sai bene che quelle donne sono tutte negre e messicane, che passano il tempo a cantare invece di badare che i salsicciotti finiscano nelle scatolette. Non pensavo certo che il mio Joe potesse andare in mezzo a quelle donnacce, piuttosto un lavoro calmo e con l'aria condizionata, pare che Henry il commesso stia per andarsene. Ti ricordi di Henry, vero Joe?-
-Non pensarci nemmeno zia Martha, Henry durera' in quel posto fino a cent'anni.-
-Ma Henry ha giusto cento anni, Joe. Abbiamo fatto la festa di compleanno da due settimane e tutti dicevano che dovremmo dargli una mano nel lavoro. Hai un'aria assente, Joe, forse avevi in mente qualcosa di diverso? Non vorresti confidarti?-
Joe sente il richiamo delle anatre, il cuore di un papero e' nella valle del suo stagno. Joe ha deciso che ogni inverno deve essere dedicato a una lunga caccia alle anatre e infine scrivera' un romanzo su questo argomento.
Le ultime parole di zia Martha hanno avuto un effetto terrificante sul giornale di Joe, i fogli si animano, appare l'interno di un supermercato. Un commesso con uno spolverino grigio accorre servile ai richiami delle clienti.
Joe dove sono gli articoli per neonati? Scaffale 14, signora. I cornflakes sono allo Scaffale 13, i tovagliolini di carta allo Scaffale 17. Benvenuta qui da noi, signora.
Ora appare un individuo untuoso in cravatta a righe, il capocommesso. 'Bravo, Joe, siamo contenti di te'.
"Mi pagano per questo sapete," risponde un Joe mesto e sorridente, mentre mette in pila una dozzina di lattine di zuppa di pollo e riso." "Se tu non metti la roba bene in vista puoi cominciare a chiudere. Le lattine di zuppa hanno bisogno di essere impilate tutti i giorni. Così bisogna che ci stai dietro. "
Zia Martha da qualche secondo osserva la strana faccia di Joe.
-Che ti succede Joe? metti via quello stupido giornale e stai a sentire la storia del commesso Henry.-
Sono qui a casa, pensa Joe, quella e' zia Martha sulla maledetta sedia a dondolo. Sono vivo.
Zia Martha ra pensa che il silenzio di Joe significhi assenso e tira avanti decisa con la storia del commesso Henry.
- Henry, che ha compiuto i cento anni, ha fatto il suo lavoro per trentasei anni al supermercato. Fu un grande avvenimento per tutti, meno che per lui, quando arrivò al lavoro per il centesimo compleanno. Il supermarket ha dato proprio un bel ricevimento con palloncini colorati, caffè e quattro torte giganti. Ma questo era un mese fa, tempo passato. Naturalmiente eravamo tutti intorno a fargli domande.-
''Non ci sono segreti per vivere fino a cent’anni, dice Henry.- Niente trucchi, niente formule, niente elisir. Giusto qualche briciola di buon senso. Non importa quanto tua moglie ti ha rotto le scatole durante tutto il giorno, dille buonanotte prima di andare a dormire. Non spendere ogni centesimo che guadagni. Metti una cravatta gradevole quando vai al lavoro, e sotto mettici una camicia pulita. Se vedi qualcosa sul pavimento, raccoglila. Stai lontano dalle donne selvatiche.''
Ora zia Martha assume la sua aria di maestra alle scuola domenicale del vicario.
-Quando Henry nacque, alla Casa Bianca c’era Roosevelt. Non Franklin Roosevelt, ma quell’altro, quello coi baffi. Quando Harry era un ragazzetto, andò alla Esibizione del 1915 nella Baia di San Francisco, impaurito tra la folla a vedere i piloti acrobatici a far nodi per aria. Henry ha visto tutte e due le guerre mondiali, anche se non ha partecipato a nessuna di tutte e due.Troppo giovane per la prima, Troppo grande per la seconda. Con la scuola la piantò a quattordici anni e se ne andò a lavorare in una macelleria dove il proprietario aveva appena comprato una strana invenzione chiamata ghiacciaia e le strade della città erano illuminate ogni notte da un uomo con un lungo bastone.Henry ha lavorato come droghiere, nel noleggio auto, impiegato in una compagnia telefonica, e negli alimentari all’ingrosso, prima di arrivare al lavoro attuale a sessantaquattro anni. Henry ci da dentro ogni giorno a risistemare gli scaffali del cibo in scatola e a dare indicazioni ai clienti. Spostare le scatolette in modo che siano bene in vista, riempire i posti vuoti e tenere in ordine, togliere le lattine ammaccate. -
"Non c’è niente di male in una lattina ammaccata, "dice Henry. "A parte il fatto che la gente non la vuole comprare."
Ma da qualche minuto Joe e zia Martha non vivono nello stesso mondo. Joe sta facendo i conti, tanto per gli stivali in gomma e il giaccone impermeabile, tanto per la doppietta e le cartucce per anatre. Probabilmente bisognera' spendere fino all'ultimo centesimo dei risparmi sul conto in banca.
| inviato da SAPODILLA il 25/7/2010 alle 6:26 | |
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21 luglio 2010
GIOVANI ARABE A SPASSO IN ISRAELE
GIOVANI ARABE A SPASSO IN ISRAELE
Le donne arabe di Israele hanno di regola forma quadrata e l'aria di quella che ha messo per sbaglio la sveglia due ore prima del necessario. Ma il vento ha girato, questa giovane araba che longilinea sorride in un piccolo gruppo di amiche a spasso per Boulevard Hanassi, Hadera, coperta dalla testa ai piedi come d'obbligo e d'uso, porta la lunga tunica aderente ai fianchi che cinquettano e sculettano.
| inviato da SAPODILLA il 21/7/2010 alle 13:39 | |
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19 luglio 2010
Jerusalem, Jerusalem
GERUSALEM, GERUSALEM
Un buon cristiano non dovrebbe sedersi all-aperto, in una specie di osteriola araba nelle vie intorno al Santo Sepolcro. L'oste si mette comodo e sorridente nel tavolo di fronte, egli da buon esperto del settore ha individuato il turista che non conosce i luoghi e gl usi. Dopo il secondo morso al panino con cotoletta, capisco che il primo morso non mi aveva mentito, la carne e' marcia. Cerco di deglutire con un sorso di spremuta d'arancia tiepida. Il sorriso dell'arabo si fa ancora piu' scintillante.
- Ah, italiano, io venuto a Italia.
Mi alzo e me ne vado, ma non senza lasciare dietro di me un consiglio.
-Oste arabo, meglio tu non venire a Italia.-
Il breve tour e' cominciato con l'entrata di buon mattino dalla porta della citta' antica, ora abitata quasi esclusivamente da una popolazione araba. La prima impressione e' gradevole, un saliscendi di vicolie e vicoletti intatti nel tempo. Silenzio, le botteghe sono chiuse, il piccolo commercio e' la sola attivita' , gli arabi a quest'ora vanno a pregare alla moskea. Ma una piccola panetteria e' aperta e fa mostra in strada di pizzette che si rivelano gradevoli, considerato il modo indegno con cui trattano l'acqua e la farina da queste parti. La prima piacevole impressione sta per tramutarsi in amore, quando il silenzio viene offeso da un orribile cigolio, un piccolo veicolo con grandi gomme scolpite risale e scende le scalinate, raccoglie verdura e arance marce, diffonde da una marmitta d'antiquario un insopportabile fumo Diesel.
Per caso ci troviamo a salire verso una moskea in mezzo a una fila di arabi e arabe, tutti vestiti in lungo di bianco e nero. La fila mostra indifferenza e aspetta il momento buono per tagliarci la gola, a quanto ci dicono un tipo della polizia di Israele e un arabo benevolente dall'aria del dotto clerico. Rinunciamo a visitare la moskea.
Aprono le botteghe e tutto l'abbigliamento e la paccotiglia made in China vengono fuori per il turista ansioso di lampade di Aladino, anfore della Mesopotamia e tappeti volanti.
Mi lascio sfuggire tra un sospiro e un rimpianto la parola caffe' e subito si materializzano due ragazzetti con in mano una specie di piatto di bilancia che fa da vassoio, senza capire cosa succede mi ritrovo seduto su uno sgabellino di fronte a un cucinino, dal quale escono un piattino e una tazzina piena all'orlo di una brodetta nera e fondi.
Ma torniamo alle botteghe ora aperte, a tutti viene ripetuto di mercanteggiare, di tirare sul prezzo astutamente, ma quale piacere si puo' provare nello spuntare un paio di euro equvalenti su un tamburo made in China a un povero diavolo che ti deve imbrogliare se vuole mettere in tavola un pasto per la sua famiglia numerosa.
I nomi delle stradine sono in arabo, o in ebraico, in inglese, talora in latino. nella mente del turista viaggiatore si creano associazioni di idee, si trascinano ricordi in superficie, Nostro Signore Gesu' Cristo ha salito ognuno di questi gradini con la croce e questi mercantuzzi arabi sfruttano il momento supremo della religione cristiana per vendere rosari e cianfrusaglie.
Per esperienza diretta, le toilette per signori sono linde e confortevoli, molti punti al disopra di Trenitalia, per vie indirette vengo a sapere che le toilette per signore sono alla turca con sconforto delle infedeli.
Il muro del pianto
Per arrivare al muro del pianto a Gerusalemme fa obbligo avere in testa la kippa, il baschetto a forma di cupoletta. Ne puoi prendere uno in prestito da un cesto e rimettercelo quando te vai, alcuni pidocchi di ogni paese sa ranno passati sulla tua testa e viceversa.
Paese che vai usanza che trovi, nella Basilica di San Pietro a Roma non si entra in calzoncini corti, forse si potrebbe mettere un cesto di mutandoni a lato di una delle porte di bronzo.
Arrivati sotto il muro del tempio non vi venga in mente di mettervi a piangere per mostrare simpatia al popolo ebreo, il nome viene da un equivoco, il rabbino che prega di fronte al muro a voce alta si inchina di continuo dando la falsa impressione di piangere, il fatto che la lingua ebraica sia lamentosa e i giovani rabbini abbiano un aspetto allampanato, contribuisce. Muro di Occidente, questo il vero nome. Pregare contro un muro non fa parte della religione ebraica in modo parrticolare, fanno lo stesso i musulmani nella moskea.
E ' La fine del tour a Gerusalemme, in taxi verso una stazione del treno, l'autista arabo pretende non avere il resto, ma raccoglie poca simpatia e comprensione.
| inviato da SAPODILLA il 19/7/2010 alle 6:7 | |
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12 luglio 2010
UN DOLLARO E VENTI CENTESIMI
Le avventure di Joe e zia Martha
UN DOLLARO E VENTI CENTESIMI
Sunny Boy supera il cancello rosso che separa il prato di zia Martha dal resto del mondo e prende a gridare verso la casa.
- Ehy, zietta sono qui. -
Dalla casa si apre una finestrella e appare la testa furiosa di zia Martha. Sunny Boy aveva pensato di avviare il suo discorso con una frase gentile, di blando interessamento, qualcosa come ‘ Stamattina il vostro Joe è andato al mercato a vendere pannocchie?’ Anche se tutti sanno che tutte le mattine durante la raccolta Joe se ne va con il carretto carico di pannocchie, sperando che il prezzo salga. Zia Martha intanto è scesa al cancello e tiene il negro sotto la mira di due occhietti neri.
- Dove sei andato a finire tutti questi giorni? Joe è venuto da tua madre a chiedere di te non so quante volte.-
Sonny Boy è preso da presentimento. ‘Oggi finisce che mi spezzo la schiena a lavorare per questi due bianchi, Destino infame di un povero nero rimasto senza un cent. ’
- Sono stato convocato al torneo di biliardo, come facevo a dire di no? Ma adesso sono qua. zietta, non vorrai mica farmi faccogliere pannocchie? Lo sai che mi fanno perdere sensibilita' alle dita, non riesco a tenere la stecca del biliardo.-
Zia Martha pensa di prendere il fucile e definire per sempre la questione, ma poi cosa dira' domenica mattina alla chiesa Battista?
- Niente pannocchie, Sunny Boy, si tratta di quella piccola vigna, i grappoli sono maturi per farci il vino che teniamo solo per me e Joe, te ne daro' una bottiglia.-
- E quanto ci vengo a guadagnare, zietta? -
- Centocinque centesimi, un dollaro e cinque cent.-
Salvatore fa la faccia di uno che ci sta pensando sopra. ‘E quanto ci sarebbe da lavorare?’ Chiede.
-Lo sai benissimo, tutte le notti vieni con i tuoi musi neri a visitare il vigneto. Quando vieni fuori dal biliardo. -
Sunny Boy fa la faccia offesa e triste.
- Zietta, come posso fare tutto il lavoro per un dollaro e cinque? Cosa si direbbe in giro? Sunny Boy spende tutti i soldi al biliardo e lascia niente a sua madre.-
Sunny Boy nel venire ha notato che i grappoli erano ben maturi, a lasciarli ancora al sole avrebbero cominciato a marcire.
-Zietta, salutatemi il vostro Joe. Magari torno domani. -
Sunny Boy comincia a incamminarsi e zia Martha gli grida dietro..
-Sta bene, sta bene Sunny Boy, dimmi quanto vorresti. -
-Un dollaro e sessanta per raccogliere tutta l’uva. Anche se mia madre non se stara’ zitta tutto il giorno quando lo verra’ a sapere.-
- Un dollaro e quindici, se no vattene. -
- E perché non mi dici di lavorare per niente? Voialtri bianchi non avete vergogna a sfruttare un povero negro disoccupato? -
Zia Martha se ne sta zitta, guarda per terra e pensa all’uva matura.
-E sta bene, povero negro, ti voglio fare contento, un dollaro e venti. -
Sunny Boy e’ tentato di farle la corte per ottenere qualcosa in più, giusto un complimento con qualche allusione, ma tutti sanno che zia Martha è una di quelle donne davvero contente solo quando contano i dollari. Non ha voglia di lavorare alla vigna tutto il giorno per pochi cent, é stanco di perdere tempo con una donna testarda e senza sentimento.
-Vado a fare colazione, torno tra una mezz’ora.-
-Ma neanche per idea, se te ne vai non ti vedo più. Te la preparo io la colazione.-
- E che mi dai?-
- Ti faccio due uova sode, fresche delle nostre galline, con una fetta di pane fatto in casa. Una tazza di latte e poi anche il caffè . Siediti là che vado in cucina. -
Gli indica un tavolo di legno grezzo, con due panche. La colazione arriva su un grande piatto di terracotta bianco con tre giri di bordi blu. Sul guscio delle uova sono rimasti i segni di piccole pagliuzze d'oro incollate nel pollaio, il latte ha un anello di schiuma sul bordo interno della tazza, il caffè bollente in un bricco di ferro smaltato è atteso da una tazza antica di porcellana su un piattino sbeccato.
-Ma le uova sono ben sode? -
- Sbrigati a mangiare, si fa freddo il caffè. -
Sunny Boy risponde con la bocca piena.
- Mi serve un secchio bello grande e leggero, e i tronchesini col tagliente affilato. Speriamo che i grappoli non siano troppo bassi, se no me torno a casa piegato, cosa diranno al biliardo.-
- I grappoli stanno al posto giusto. Pensi che ci crescano le patate nella vigna ? -
Finito l’ultimo goccio di caffè, Sunny Boy esce dall’orto ed entra nella vigna col secchio in una mano, il tronchese nell'altra e l'aria professionale. A ogni passo, i grappoli di media altezza sono i primi a essere raccolti, poi il braccio si allunga a quelli in alto, infine la schiena si piega e anche i grappoli bassi vengono deposti nel secchio. Il secchio pieno viene portato al grande mastello. Zia Martha è rientrata in casa. Passa il postino in bicicletta con la camicia rossa e i calzoni verdi, suona il campanello ogni volta che incontra una cassetta della posta, si trascina dietro l’abbaiare di tutti i cani.
Al suono del campanello zia Martha si riaffaccia dalla finestrella. Niente lettere, ma Sunny Boy continua a tagliare grappoli.
Dal cancello il postino riesce a vedere Sunny Boy, e scuote la testa.
-Zia Martha come vi e’ venuta l’idea di chiamare Sunny Boy a raccogliere la vostra uva ? -
Sunny Boy mette un grappolo pieno d’acini nel secchio.
Il postino ha bisogno di una pausa, suonare il campanello stanca, è il momento di dare consigli.
-I grappoli vanno colti dall’alto in basso e poi si risale, lo sanno tutti.-
Un altro grappolo cade nel secchio con un lieve tonfo, come se fosse lasciato cadere dall’alto di proposito. Sunny Boy ha qualcosa da dire.
-Postino, facci sentitre come suoni il campanello, magari potresti entrare in una banda. -
Zia Martha pensa bene di sostenere Sunny Boy, gli manca solo un pretesto perché si metta a discutere e lasci tutto a mezzo.
-Lascialo fare a modo suo. – Dice al postino.
In un concerto di campanello il postino se ne va. Le ore passano, adesso il sole é alto, il nostro lavoratore suda e ha fame, per fortuna arriva una tovaglia annodata con dentro una coscia di pollo e patate arrostite..
- Ehy zietta, non ci sarebbe una birra ghiacciata ? -
- Devi lavorare, adesso torno con la brocca d’acqua fresca. -
Sunny Boy continua a lavorare fino alle sei del pomeriggio, dalla finestrella zia Martha lo vede deporre il tronchesino nel secchio vuoto e avviarsi verso la casa.-
- Zia Martha, adesso chiudo. -
-Ma non hai finito tutta la vigna.-
-Me ne manca solo un quarto, si e no .-
- Benissimo, hai due ore di luce buona davanti a te. Finisci il lavoro. -
-Io smetto di lavorare alle sei, come fanno tutti i cristiani. Dovreste saperlo.-
-Ma stamattina hai cominciato alle dieci, eppoi sia come sia ci siamo messi d’accordo che avresti fatto tutta la vigna. -
-Oh zietta, adesso me ne devo proprio andare. Vengo domani mattina a raccogliere l’uva che è rimasta. -
Zia Martha diventa una furia.
- Nossignore, avevi promesso di finire oggi.-
- Ma quando mai ho fatto questa promessa? E poi che danni faccio se torno domani mattina?
- Te ne starai a bere birra e giocare al biliardo tutta la notte. Non ti vengo di sicuro a cercarei domani mattina. -
- Zietta, se non vi fidate di me, io che ci posso fare? Vorrà dire che invece di pagarmi un dollaro e venti mi dai solo novanta centesimi adesso. -
-E perché novanta centesimi ? -
-Ho fatto tre quarti del lavoro. Giu’ al biliardo si imparano un sacco di cose, non e’ come a scuola.-
Zia Martha fa la scuola domenicale per il vicario della chiesa battista.
-Sta bene, Sunny Boy aspetta che torni il mio Joe, la questione dei conti e degli acconti te la discuti con lui, sarà qui a momenti.-
- E perche' devo aspettare il vostro Joe? ho fatto il lavoro, voglio la mia paga.-
-Non ti pago. Perché ti dovrei pagare? L’accordo era che ti davo centoventi cent per raccogliere tutta l’uva. -
- Mi state facendo una grossa ingiustizia, zia Martha . Sfruttate e approfittate di un lavoratore nero che non dispone di capitali finanziari. Non provate vergogna? Mi dovete pagare adesso, in questo momento. -
-Te ne puoi andare all’inferno, non ti pago.-
Le voci si sono alzate. Nell’udire i rumori di guerra, un vicino esce di casa.
- Che succede, zia Martha ? -
- Oh, che deve succedere? Sunny Boy, eccolo qui il suo muso nero, si era impegnato a raccogliermi l’uva dalla vigna, ma lui se ne vuole andare prima di finire ed essere pagato per quello che ha fatto. Dice che torna domani: il domani di Sunny Boy.-
- Non pagarlo fino a quando ha finito il lavoro. -
Rivolto a Sunny Boy, il buon vicino aggiunge la buona misura.
-Nessuno si fida di te .-
Il quale Sunny Boy assume un’aria solenne.
-Signore, questo è affare che non vi riguarda -
Finalmente appare il carretto di Joe, senza aspettare che passi il cancello zia Martha lo chiama al soccorso.
- Oh Joe, corri a vedere cosa mi succede, Sunny Boy si era impegnato a raccogliere tutta l’uva oggi per centoventi cent, ne ha fatto tre quarti e se ne vuole andare. -
Sunny Boy rimane freddo.
-Pagatemi che ho affari urgenti, me ne devo andare. -
Zia Martha rimane a muso duro.
-Ci sono ancora due ore di sole, mantieni l’impegno.-
-E perché non appendete le lampadine alle piante? Così vi posso lavorare fino a mezzanotte.
Joe non vede l’ora di entrarsene in casa.
- Zia Martha, quanti soldi gli hai promesso?-
Sunny Boy interrompe.
- Centoventi cent per tutto. Ho fatto tre quarti del lavoro, chiedo novanta cent . -
Joe conta novanta cent e glie li mette in mano.
-Oh grazie Joe, sono proprio contento che tu sia arrivato.-
Zia Martha non e’ proprio contenta.
- Joe vuoi fare sempre di testa tua. Non lo dovevi pagare, chi finisce il lavoro nella vigna adesso? Vedi cosa succede a non dar retta alla tua zia.-
Sunny Boy e’ sconfortato.
- Non vi ho forse promesso di tornare domattina ?-
Joe ne ha avuto abbastanza..
- Non tornare, Sunny Boy.-
In silenzio, Joe si avvia in casa.
Anche Sunny Boy si avvia rapido in direzione opposta, la sua stecca da biliardo si sta chiedendo quando arriva il mio Joe.
| inviato da SAPODILLA il 12/7/2010 alle 21:30 | |
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30 giugno 2010
IL COMPLEANNO DI JOE
Le avventure di Joe e zia Martha
IL COMPLEANNO DI JOE
- La solita torta di mele e una camicia a quadretti rossi e blu con due taschini come l’anno scorso?-
Zia Martha scuote la testa con aria ansiosa prima di rispondere alla sua buona vicina Felicia.
- No Felicia, quest’anno faremo qualcosa di diverso, mi puoi portare lo stesso un cesto di mele se vuoi. Le metto nella paglia in cantina, buone per la prima occasione.-
- Mmm, niente torta niente camicia, cosa regala quest’anno zia Martha al suo piccolo Joe per il compleanno? E' per domenica prossima, giusto?-
- Sono davvero in ansia, Felicia. Siediti qui un momento. Joe se ne sta tutte le sere a suonare il tamburo, dice che vuole mettere su una banda musucale. Appena arriva a casa comincia a suonare quel suo dannato tamburo, senza le scarpe e con un calzino bucato, dal buco spunta l'alluce. Quando grugnisce gli porto qualcosa da bere e da mangiare.-
- Oh povera Martha, che situazione incresciosa. Quest'anno potresti regalargli una scatola di sigari e un paio di calzini nuovi.-
- No Felicia, ci vuole qualcosa che gli faccia dimenticare quel suo cilindro coperto con pelle di somaro o qualcosa del genere. Qust'anno gli regalo una puttana.-
-Santo cielo Martha, non vorrai mandare il piccolo Joe da solo in una di quelle case piene di donnacce.-
-Certo che no, mi credi tanto stupida e inesperta? Ne faremo venire una qui in casa la domenica pomeriggio. Lo sceriffo, che conosce tutti per via del suo lavoro, mi ha dato un numero di telefono. Stai qui che proviamo a chiamare.
- Hello, Servizio Escort, cosa possiamo fare? - rispnde una voce di donna appuntita.
- Oh, siamo qui io e la mia vicina Felicia, che vorremmo una brava ragazza istruita per il mio Joe, e sarebbe per domenica pomeriggio. Io sono zia Martha. -
- Quanti anni ha il vostro ragazzo, zia Martha?-
-Sarebbero trentasei giusto domenica. Ci stavamo chiedendo, Felicia e io, se la ragazza non potrebbe venire dopo l'ora di pranzo e starsene con Joe fino all'ora di cena, e se non si potebbe venire a scegliere.-
-Il vostro Joe ha gusti particolari?-
- Suona il tamburo, ma deve migliorare. Quanto ci verrebbe a costare la ragazza? -
- Uhm, diciamo duemila dollari tutto compreso. Un prezzo speciale per Joe e zia Martha.-
- Non ci sarebbe qualcosa a meno?-
- Volevo mandarvi una delle migliori, ma se venite a visitarci potete segliere qualcosa a meno, diciamo sui milleottocento dollari, non abbiamo proprio niente di buono a meno.-
-Non credo di poter affrontare una spesa simile.-
- Potete sempre comprare un tamburo nuovo al vostro Joe, ci si sente zietta.-
| inviato da SAPODILLA il 30/6/2010 alle 19:38 | |
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12 giugno 2010
LE AVVENTURE DI JOE E ZIA MARTHA
Nessuno canterà mai più come Enrico Caruso, nessun artigiano carrozziere costruirà mai più una automobile Scaglietti.
JOE E GLORIA
- Joe, ti sei mai chiesto perché la tua pelle è nera.? –
- E’ per via del sole nei campi , zia Martha.-
- Ho detto pelle nera, non scura.-
- Non sono mica un negro.-
- Ascolta Joe, ti devo dire qualcosa al riguardo. Ti ricordi di tua nonna Evelyn?
- Sicuro, era bionda e di pelle chiara come una pannocchia matura. -
- Le piaceva andarsene in giro per le stradine tra i campi di granoturco. E un giorno sente una tromba dietro di lei, al volante c’è Sidney, con i grandi occhiali di plastica.
- Ehy, Sidney come mai questa automobile corre senza fracasso?-
- E’ una Scaglietti, miss Evelyn.- Dice l’autista, un negro sveglio, alto, smilzo come un pugile.
- Fammi salire, Sidney, raccontami da dove viene questa Scaglietti – aveva detto Evelyn con l’aria di una che si interessa di automobili e non di autisti negri. -
A Sidney piaceva parlare di automobili, senza aver l’aria di uno che si interessa alle ragazze bianche coi capelli color pannocchia matura.
- Oh miss Evelyn, ci sono i marchi originali, come una firma di Scaglietti, sulle ruote e sul cofano, quando apri la portiera e ti ci siedi sembra di essere in un sogno, non si sente neanche un sospiro dai sedili. Metti in moto e non riesci a svegliarti, silenzio assoluto, eppure il motore gira. Ogni pezzo meccanico è lappato e lucidato a mano. E la selleria in cuoio poi. Nessuno sa dove Scaglietti trovasse il suo cuoio. Sul contratto di vendita di ogni auto si impegnava a non rivelarlo. Si diceva che usasse la pelle di certe vacche di una fattoria scozzese, nutrite con una mistura segreta di fieno ed erba. Si serviva, dicevano, di una conceria inglese alla quale forniva certe fiale preparate dal farmacista del suo paese, da aggiungere alle vasche di concia. Per il collaudo andava all’alba in cima a una collina con un maestro di musica, per cogliere ogni rumore dissonante nell’orchestra del motore. Si diceva che Scaglietti prendesse informazioni sui suoi clienti prima di vendere un auto e ne avesse rifiutata una a un re da qualche parte perché l’autista guidava male. Scaglietti è un artigiano carrozziere italiano, ogni sua automobile è modello unico, questa é col cruscotto in ciliegio rosso e noce .-
Evelyn ascolta affascinata tutto il racconto, che Sidney deve aver sentito dalla cucina ogni volta che i suoi padroni hanno ospiti. Sidney ora sapeva che questo era il momento.
- Il tuo bel culetto è seduto sul miglior cuoio inglese, miss Evelyn. -
-Ti farò impiccare per questo, sporco negro. Ma ora prendi da quella parte e infilati in mezzo alle pannocchie, fermati e alza il cofano, voglio vedere il motore. –
I tubi cromati al sole li abbagliano quando Evelyn chiede a Sidney di insegnarle a guidare, ma di nascosto. La notte lei sarebbe scivolata dalla finestra e lui la avrebbe aspettata.
Zia Martha deve bagnarsi la lingua prima di continuare.
- Joe, non mi porteresti un succo d’arancia e i cubetti di ghiaccio?-
I cubetti non riescono a stare fermi nel bicchiere.
-Che diavolo succede a quei cubetti, Joe?-
Joe si passa le mani sulla faccia e sui capelli.
- Dove arriviamo adesso zia Martha? Al fatto che sono un bastardo mezzo negro?-
Adesso la lingua di zia Martha è ben bagnata.
- Stai a sentire ragazzo. Un giorno un tipo di Saint Louis si presenta a casa di Evelyn. Il tizio dice che ha visto Evelyn la domenica mattina in chiesa e poi in giro qua e la, e dunque la vuole in moglie per portarla a Saint Louis. E’ uno che va in giro a vendere macchinari per lavorare nei campi, come solo un bianco può fare da queste parti. Forse sarà stata la famiglia di Evelyn a invitarlo, non si mai come vanno queste cose. Evelyn e quel tipo se ne vanno a stare a Saint Louis e i loro figli sono tutti bianchi, perché Evelyn è una ragazza che sa quello che si deve fare, ma Sidney le è rimasto dentro nascosto ed è per questo che tu hai la pelle nera o comunque più nera di qualsiasi altro Joe qua attorno.
- Perché mi racconti tutte queste cose adesso, zia Martha. E te ne vieni fuori che la mia pelle non è scura, è nera. -
- Joe, avrei bisogno che mi aiutassi in una certa questione. –
Joe capisce che deve muoversi con cautela, che diavolo succede a zia Martha.
- Oh zia Martha, lo sai che puoi chiedermi qualsiasi cosa .-
- Sapevo di poter contare sul mio piccolo Joe, il mio piccolo Joe deve sposare Gloria Pennyholes. -
- Non ha preso troppo sole, - pensa Joe. – Deve essere stato uno scorpione.
- Oh, zietta, non hai fatto che ripetermi che non mi venisse in mente di portare qui in casa una donna, che stiamo così bene noi due. –
- Sta a sentire Joe, e per l’amor di dio non ti venga in mente di andare in giro a ripetere questa storia. Dunque, tutte le volte che incontro quella Gloria Pennyholes, lei mi tira fuori la storia delle sue uova fresche nel pollaio dentro la stalla. Le loro galline non fanno altro tutto il tempo. -
- Oh, zia Martha dovreste venire a prendere qualche uovo fresco per il vostro Joe. - Mi dice tutte le volte.
- E allora l’altro giorno prendo un cestino di vimini e me ne vado a farmi dare queste uova, Gloria è vicino al pollaio che sparge chicchi di grano duro. Io me sto un poco a guardarla, mi guardo in giro e sento le voci. Voci che vengono da dietro a un mucchio di paglia. -
Joe è definitivamente convinto che lo scorpione ha punto di nuovo zia Martha, le si deve essere affezionato. La poverina sente le galline parlanti.
- Hai sentito le voci, zietta, e cosa dicevano?-
- Erano loro due, Sidney con la sua Evelyn, ho scostato la paglia e li ho visti seduti dietro nella Scaglietti, per stare più vicini, insieme per sempre. -
- E Gloria non sente le voci?-
- Gloria mi viene dietro e mi dice di non preoccuparmi per quella trappola. Non sa proprio come sia finita lì e vorrebbe trovare il modo di liberarsene. Io le dico che magari domani viene il mio Joe a prendere altre uova fresche e a parlare di questo e quello. E lei, Gloria, pareva contenta di come si stavano mettendo le cose. Dobbiamo avere quella Scaglietti, Joe, non possiamo lasciarli nella stalla quei due, Evelyn e Sidney, dobbiamo far correre l'automobile tra i campi di pannocchie al sole, mentre loro se ne stanno dietro a parlare. Ora capisci perché devi sposare Gloria. -
-Non potremmo comprare la Scaglietti? Non ho proprio intenzione di andare dietro a Gloria Pennyholes e le sue galline. -
-Non abbiamo un cent, Joe. E poi i Pennyholes sono campagnoli furbi, andrebbero in giro a chiedere. Quella Scaglietti ha ancora tutti i pezzi originali. La dobbiamo solo lavare, dare una passata col petrolio qua e la, forse una crema per ammorbidire il cuoio dei sedili. Questa Scaglietti vale due o trecentomila dollari almeno, forse un collezionista offrirebbe un milione di dollari. Non se ne esce Joe, devi sposare Gloria. Quella ragazza ti piacerà, ti ci devi solo abituare. –
E fu così che Joe andò a parlare con Gloria, e i Pennyholes ne furono davvero contenti, al punto che decisero di tirare il collo alle galline e di fare a pezzi la Scaglietti, per costruire un nido ai colombi Gloria e Joe nella stalla.
| inviato da SAPODILLA il 12/6/2010 alle 9:57 | |
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6 giugno 2010
ZIA MARTHA PRENDE UN TAXI
J G Sapodilla
TAXI MULTIPLO
Zia Martha prende qualcosa dalla borsa nera di tela cerata che tiene tra le gambe e sorride alla ragazza.
-Tieni, è una pannocchia di grano bollita, ce la siamo portata da casa. -
La ragazza respinge la pannocchia con la mano e continua a singhiozzare. ‘Non le piacciono le pannocchie bollite, che strana ragazza ’ pensa zia Martha e prende qualcosa ancora dalla borsa, cercando di apparire compassionevole.
- Magari preferisci un uovo sodo. Galline di campagna, sai. -
La ragazza non è riconoscente.
-Senti zietta, perché non vai a farti fottere in campagna col tuo uovo e la tua pannocchia? Stamattina ho avuto a che dire col tipo con cui abito, per via dei calzini sul frigo. E sono rimasta senza casa. Arrivo in ufficio e sento che mi cercano quelli del Personale. Magari mi danno un ufficio più grande e un aumento di stipendio, penso io. Invece mi cercano per dirmi che me ne devo andare. –
La ragazza ricomincia a singhiozzare.
Zia Martha cerca di parlare a bassa voce, deve dire qualcosa a suo nipote Joe seduto accanto a lei.
-Joe, chi è questa ragazza? Perché è salita sul nostro taxi, non se ne poteva andare a piangere da sua madre?-
Joe sorride con diplomazia.
-Zia Martha, questo non è il nostro taxi, è un taxi multiplo. Ogni tanto sale qualcuno che va da qualche parte e divide la spesa con noi. Quanto alla ragazza è difficile che abbia una madre qua attorno. Le ragazze lasciano la casa per venire a starsene da sole New York. -
Zia Martha non è contenta, neanche un poco, e Joe deve sopportare il suo risentimento.
- Joe, spero solo che non si venga a sapere che non abbiamo preso un taxi tutto per noi. -
- Zia Martha goditi il giro della città per pochi dollari, poi mangiamo qualcosa in un ristorante messicano. -
- E dividiamo il tavolo con una mezza dozzina di peones per risparmiare. No, Joe, abbiamo portato tutto quello che serve.- Zia Martha stringe la borsa nera.
La ragazza ha smesso di singhiozzare e studia i due campagnoli, parla rivolta a zia Martha, capisce che è lei quella che decide. .
- Dite voi due, non potrei venire con voi in campagna?-
Zia Martha non ha tempo per la ragazza, i suoi occhi sono affascinati dal tassametro sul cruscotto di guida.
- Ehy voi, signore, quel vostro apparecchio è rotto, non segna quanto vi dobbiamo.-
- E allora? Vedrò di farlo riparare uno di questi giorni. Non state a pensarci su, vi dirò io quanto mi dovete alla fine. -
Zia Martha non approva il comportamento del tassista e lo dice chiaro a suo nipote Joe.
- Joe, dagli un pugno proprio sopra al naso e rompigli gli occhiali. E poi scendiamo, non voglio un taxi multiplo, si potrebbe venire a sapere. -
Joe non sta a sentire quello che gli sussurra zia Martha. Joe guarda le caviglie della ragazza, sottili come le hanno le ragazze qui a New York. Ora la ragazza sorride a Joe senza farsi vedere da zia Martha.
- Sentite, io sono una ragazza perbene, voi magari avete una casa grande in campagna e un sacco di lavoro da fare, vi darei una mano.-
Zia Martha stringe le labbra e guarda le unghie fragili dipinte di rosso della ragazza, ma ora non ha tempo per lei. Bisogna risolvere la questione degli scatti del tassametro.
- Ehy autista, quabto vi dobbiamo finora?-
-Non state a preoccuparvi zietta, la ragazza pagherà la sua parte, e prima o poi sale qualche altro passeggero a dividere la spesa.-
Zia Martha è una campagnola astuta, capisce di essere circondata dai nemici, la ragazza sta cercando di abbindolare il suo Joe mentre l’autista la deruba. Bisogna dividere il fronte, cominciando dalla parte che pare debole.
- Ragazza, sta a sentire quello che ti dice zia Martha, tu ora scendi e noi paghiamo la tua parte.-
La pioggia arriva forte e improvvisa. Un tizio cerca di ripararsi col cappello e un giornale, si mette davanti al taxi che si ferma. Il tizio sale e siede accanto all’autista.
-Grazie amico,.- dice il tipo bagnato..
-Questo è un taxi multiplo, non mi devi ringraziare. -
Zia Martha capisce che è stato un grande sbaglio venire a New York e ora si ritrova uno sconosciuto bagnato in quello che credeva il suo Taxi.
- Ehy dite, non potevate portarvi un ombrello. -
Il tipo bagnato fa per voltarsi e rispondere a zia Martha.
- George, sei tu?-
-Gloria, accidenti, dove ti sei persa? Non faccio che chiedere di te in giro.-
La ragazza Gloria toglie con passione il cappello dalla testa del tipo bagnato George e lo sgrulla in direzione di zia Martha. Il Taxi è fermo al semaforo rosso, ha smesso di piovere, Gloria e George si fanno un rapido cenno d’intesa, aprono le portiere e filano via.
Zia Martha disapprova la fuga romantica.
- Joe, quei due se ne vanno senza pagare la loro parte, come è possibile tutto questo?-
-Non ci badare zia Martha, tanto il tassametro è rotto.- Neanche il tassista ci bada, tiene in ostaggio i due campagnoli.
| inviato da SAPODILLA il 6/6/2010 alle 14:29 | |
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3 giugno 2010
JOE VA IN BANCA
NON PAGO. JG SAPODILLA
-Joe, è arrivata un’altra lettera dalla banca.-
-Buttala via, zia Martha. Non pago, neanche un soldo a quelle salsicce unte con camicia bianca e cravatta.-
-Ma ci toglieranno la casa , Joe. Dove andremo? Mi piace questa casa a due piani. E poi c’è il giardino. La nostra vicina mi ha promesso che mi insegnerà a coltivare le rose. Avremo un roseto, Joe. Non potresti dare qualcosa alla banca?-
-Sapevi che non saremmo rimasti qui a lungo e a ogni modo preferirei che tu imparassi a crescere cetriolini e pomodori. Non viviamo tempi romantici. Fammi vedere quella lettera.-
La lettera della banca è insolitamente poco aggressiva e poco complicata.
“Caro Joe Penbleton, in relazione alla sua richiesta di una revisione della rata mensile del suo mutuo, la invitiamo a visitarci al più presto nel nostro ufficio. Mary Smith.-
Joe sogghigna felice e rilegge a voce alta.
- Questa donna si sta pisciando nelle mutande, zia Martha. Deve portare mutande ricamate a giudicare dal resto. Penso che mi farò pregare prima di andarci di nuovo.-
-Non parlare in questo modo, Joe. Pensavo di invitare le nostre vicine per una tazza di thè e una fetta della mia torta di mele. Dovresti stirarti una camicia, sono tanto ansiose di conoscere il mio Joe. Devi essere gentile con quella donna della banca, quando ritorni da lei, lo sai che quelli della banca possono fare quello che vogliono.
Al ricordo di quella strega in banca, un ricamo di piccole vene sottili si accende di rosso sulla faccia di Joe, il sangue sale alla testa, Joe non dimentica.Quel giorno si era preparata e ripassata la strategia. Tutto lavato e profumato, col taglio di capelli fatto, si era presentato a quella Mary Smith col sorriso del campagnolo che cerca avventure, aveva tirato fuori il girasole dalla grande busta e glie lo aveva deposto con cura sul tavolo.
-Questa banca è così grigia, che ho pensato le avrebbe fatto piacere.-
Mary Smith se ne era rimasta con le cosce e le labbra strette, nella sua giacchetta blu e gonna bianca, aveva chiamato un fattorino e gli aveva indicato il girasole.
- Grazie signor Penbleton, ma ora abbiamo qualcosa di cui parlare.-
Joe si era sentito come la gallina che offre l’uovo fresco alla volpe per non farsi spennare.Si era seduto col cappello tra le ginocchia, se ne stava a fissare il foglietto che la donna gli mostrava senza il coraggio di alzare lo sguardo verso i suoi occhi gelidi.
-Signor Penbleton, lei ci ha pagato le prime cinque rate mensili del mutuo e poi ha smesso. Deve pagare tutte le rate arretrate entro trenta giorni, oppure lasciare subito la casa. Cosa mi dice, signor Penbleton? –
Joe aveva scosso il testone e aveva risposto con cautela. Zia Martha gli aveva raccomandato di non scoprire subito le carte.
-Sapete come vanno queste cose. Le case aumentavano di prezzo ogni giorno, allora io e zia Martha ci siamo detti di comprare questa casa, anche se era troppo grande per noi due. Dopo qualche tempo l’avremmo rivenduta guadagnandoci su qualcosina. I miei affari non vanno tanto bene ultimamente, e ci era parsa una buona idea a me e a zia Martha. Capita invece che i prezzi delle case ti cominciano a scendere, cadono giù per così dire.-
Mary Smith rimane in silenzio, Joe la guarda con grandi occhi e le fa un sorriso mesto.
- Mi spiace molto che la vostra speculazione non sia andata a buon fine. La banca vi ha prestato tutti i soldi necessari per l’acquisto e ora dovete pagare le rate o andarvene.-
Joe si gratta a lungo dietro l’orecchio e fa un sorriso maliardo. Gli occhi della donna si fanno minacciosi.
-Datevi da fare per trovare i soldi altrimenti verremo a prenderci anche le pentole di zia Martha.-
Joe ora parla sospirando.
-Zia Martha tiene i conti precisi su un quaderno con la copertina nera, era maestra di scuola, sapete, e nessuno si è mai lamentato. Zia Martha dice che non possiamo pagare una rata di 2.200 dollari al mese. Vi possiamo dare solo 800 dollari. –
La donna comincia a riporre i suoi fogli nella cartelletta.
-Bene Penbleton, vi manderemo una lettera formale in settimana. Una ingiunzione di pagamento. –
Ora la donna fa per alzarsi. Joe la guarda con dolcezza prima di riprendere il suo discorso.
-Non vi daremo un centesimo. La banca dovrà pagare un avvocato, che dovrà cercarsi un giudice e aspettare la sua sentenza per buttarci fuori. Zia Martha non è in buone condizioni ultimamente, il buon giudice si prenderà il suo tempo. Forse avrete la mia casa tra un anno, forse tra cinque anni.
Intanto i prezzi delle case continuano a scendere. Dovrete mettere in vendita la casa e ci vorrà tempo. Alla fine vi verrà in tasca metà di quello che mi avete dato, senza interessi e meno le spese.- Ora tocca a Joe alzarsi e andarsene, senza neanche un saluto o un sorriso.
| inviato da SAPODILLA il 3/6/2010 alle 9:10 | |
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31 maggio 2010
Concorso letterario e debito pubblico
Qualsiasi contabile sa ridurre il debito pubblico con le tasse e ogni altro trucco da tagliagola. Ma come ridurre il debito pubblico facendo felice il popolo? State a sentire.
Si stima che in Italia vi siano trecentomila romanzi inediti nel cassetto. Quanto sarebbero disposti a pagare gli autori sc0nosciuti per partecipare a un concorso nazionale, con tanto di invito alla tv per il vincitore? cento, duecento, trecento euro di iscrizione? In ogni caso si tratta di una buona sommetta. Poi ci sono i poemi, le biografie, le canzonette. Naturalmente ho un sacco di altre idee, intanto sviluppiamo questa.
RACCONTI
Concorso letterario J G Sapodilla
- E’ arrivata risposta da Pietroburgo, Semion Semionovic?- Chiese il primo socio per diritto.
-Animucce mie, signor primo socio, purtroppo è negativa, il ministero non ci manda un kopeko. Sentite cosa dice, sentite voi stessi.-
‘Egregio presidente, stimatissimi soci del Circolo Letterario Anatol Anatovich di Kolygrad., La richiesta di finanziare adeguatamente il vostro circolo e onorare la memoria del grande scrittore russo Anatol Anatovich di Kolygrad è purtroppo respinta dall’Ufficio Uscite e Cassa. Peraltro Sua Eccellenza il ministro in persona mi ha espresso il suo rammarico, che dico il suo dolore. Egli desidera sappiate che si aspetta di ricevere nella sua biblioteca privata tutte le opere del nostro amato Anatovich e ha dato precise istruzioni alla cameriera, Marya Goggyna, di spolverare sempre tutti i libri con grande assiduità e attenzione, in segno di rispetto per la letteratura. Il ministro conta anche di visitare al più presto il vostro illustre e benemerito circolo, ove spera gli sia consentito di declamare le sue poesie. Firmato Il capo-divisione.’
Il primo socio si alza in piedi con aria cupa, si capisce che intende prendere la parola e il presidente glie la accorda.
- Quella gente al ministero è solo un branco di maiali, non fanno che passeggiare e riempirsi di panini al salmone con i nostri soldi. Voi dovete fare qualcosa Semion Semionovic, non siete dunque il presidente del nostro circolo?-
Il presidente ora è a sua volta in piedi, accigliato, fissa ancora incredulo la lettera del ministero.
- Accolgo il vostro giusto rimprovero, signor primo socio, e anche voi ascoltatemi, animucce mie. Sarete tutti d’accordo che occorre per prima cosa un piano finanziario.-
Tutti i soci gridano e applaudono. Piano finanziario, signor presidente, giusto procedete.
Il presidente sorride condiscendente
- Ebbene vi ringrazio della vostra stima, amici miei, ma lasciamo la parola a Tremellov, il nostro stimato segretario tesoriere.-
Tremellov è un ometto piccolino, puntiglioso, il cane da guardia della cassa del circolo, la sua faccia pallida a volte sembra assumere sfumature verdognole, come una oliva infelice.Egli imputa ogni sua infelicità alla propria moglie Tatiana Serpentova, una donna impossibile, capace persino di sghignazzargli dietro sulla porta ogni volta che si reca al circolo ‘Ebbene, Tremellov, marituccio mio, quando andremo alla corte imperiale a leggere i vostri racconti alla zarina?’
Nessuno al Circolo considera Tremellov un letterato, egli è solo un noioso contabile, ed è a causa di questo suo stato che occupa in silenzio l’ultimo posto al tavolo del circolo. Ma ora il suo momento è arrivato. La parola a Tremellov, Tremellov si alzi in piedi.
E Tremellov parla, cerca di essere tragico, incisivo, non vuole che si dica che è un noioso contabile.
- La cassa è vuota, signori miei,- dice Tremellov, e guarda soddisfatto gli sguardi angosciati nel vuoto dei soci.- Dirò di più, siamo indebitati coi fornitori per una somma considerevole. – Tremellov ha concluso e ricade seduto tremante, in preda a sfinimento.
Lo sguardo dei soci passa dal proprio bicchiere vuoto alla bottiglia di vodka al centro della tavola, al vassoio ancora colmo di panini imbottiti coi cetriolini e il salmone, forse l’ultimo vassoio, ma nessuno osa muoversi.
- Noi tutti sappiamo come gli affari siano andati male ultimante, - dice Serghej Trepcovich.-
- Per non parlare del ritardo con cui il governo paga gli stipendi,- ci mette sopra Anton Platanov.
L’assemblea ora tace, gli sguardi sono volti al centro verso il presidente. Tocca a lui, egli si alza e parla deciso.
- Animucce mie, questa è l’ora in cui non vi pentirete di avermi nominato vostro presidente. Noi non lasceremo che Anatol Anatovich, colui che a pochi passi da noi, nella casa di mattoni rossi, scrisse ‘La steppa piange' , noi non lasceremo, dicevo che egli sia dimenticato per colpa del governo e dei burocrati di Pietroburgo. Io, Semion Semionovic ho un piano finanziario.
La slitta che passa veloce sotto la finestra del circolo, i sospiri di Ivan Ivanovich verso Marya Selonova, la ricca vedova che siede accanto a Tremellov, ogni più sottile fruscio si ode nella sale dell’assemblea del circolo letterario Anatol Anatovich.
- Diteci dunque, sollevate le nostre anime.- Prorompe la vedova Selonova.
Si dunque diteci, prorompe il coro dell’assemblea. Il presidente sorride benevolo, rassicurante.
-Animucce mia, faremo un concorso letteraria. Ne ho parlato anche col nostro beneamato sindaco.-
Si procede con la discussione sul concorso letterario Anatol Anatovich.
-Ma signor presidente,- osa interrompere la vedova Selenova,- avremo spese, dovremo pagare premi ai vincitori del concorso, che piano finanziario è mai il vostro, voi ci portate nel baratro.-
- No, Marya, essi pagheranno, gli scrittori intendo. Lasciate che vi spieghi, vi prego. -
Il presidente fa apparire come d’incanto un foglio, con righe scritte ben allineate, e prosegue
- Questo è il bando del nostro concorso, animucce mie, ora ve lo leggerò e poi sarà messo ai voti per la vostra approvazione.-
Art. 1 Il circolo letterario Anatol Anatovich, in nome del suo presidente e con la approvazione del sindaco di Kolygrad, bandisce un concorso in onore del grande scrittore russo Anatol Anatovich di Kolygrad.
Art 2 Il concorso ha per tema ‘Il cosacco e il suo cavallo in viaggio per la steppa.‘ Tema assai caro al nostro grande scrittore.
Art 3 Ogni scrittore e ogni anima nobile che aspiri a diventarlo, invierà entro la prossima estate il suo racconto al presidente del circolo letterario di Kolygrad, unitamente a un vaglia di 350 rubli.
Art 4 Grandi festeggiamenti attendono il vincitore nelle feste d’autunno a Kolygrad. Il signor sindaco di Kolygrad farà stampare a sue spese il racconto vincitore e ne ordinerà la lettura a tutti gli impiegati pubblici.
Il presidente ha finito la lettura del bando e come si conviene a ogni saggia assemblea, vi è un momento di intenso silenzio nel quale ognuno cerca il lato debole della proposta. La vedova Selonova chiede la parola che le viene concessa come suo diritto.
-Signor presidente, come farete a far sapere in giro di questo nostro concorso e cosa mai pensate di ricavarci alla fine?-
L’assemblea fa sue le parole di Anna Selenova. Grida arrivano da ogni posto. Non ci faremo che pochi rubli. Alla fine ci rimetteremo le spese. E’ una idea pazza. Questi sono i commenti ingrati e acidi dei soci.
Ma un buon presidente non si deve aspettare gratitudine. Semion Semionovic fa ampi gesti di calma con le mani , sorride poi riprende.
- Ci siamo informati animucce mie, ci siamo preparati. Faremo apparire il bando sui giornali. Calma signor primo socio, il sindaco anticipa tutte le spese. E quanto al resto, Marya Selenova, non mi aspetto che meno di diecimila racconti in risposta. Che moltiplicato per 350 rubli fanno, signor Tremellov?-
- Fanno 350 mila rubli.- Risponde un attonito Tremellov .- Ci potremo pagare i debiti e alla fine ne dovrebbero rimanere abbastanza per i prossimi sei mesi.-
Qualcuno versa la vodka nei bicchieri vuoti, qualche altro fa girare il vassoio dei panini. Ma le assemblee non sono mai contente, non del tutto almeno.
-E cosa faremo dunque tra sei mesi,- attacca ancora il lamentoso primo socio.- Dovremo ancora indebitarci. Quello di cui avevamo bisogno era un vitalizio del ministero.-
Il primo socio ambisce alla carica di presidente alla prossima elezione. All’ultima elezione è stato battuto per due voti, ma la prossima volta vince di sicuro. Peraltro il presidente è pronto a rintuzzare l’assalto e rassicura l’assemblea.
- Animucce mie, è tutto predisposto, tra sei mesi faremo il concorso per i poeti, basterà cambiare qualche cosuccia, giusto qua e là. Il nostro sindaco è poeta egli stesso e ci ha proposto il tema ‘I lamenti del cosacco a cavallo per la steppa ’. Con il che abbiamo vodka e panini per il prossimo anno. Poi si vedrà. –
Ma ancora una volta è l’instancabile vedova Marya Selenova a non essere soddisfatta.
-Ma signor presidente, ai poeti non balla un copeko in tasca, non pagheranno i 350 rubli per l’iscrizione.
Semion Semionovic ha ben studiato il suo piano finanziario e non ha difficoltà a replicare.
- Oh, Marya Selenova, di poeti ve ne sono a mucchi a montagne di ogni condizione sociale. Abbasseremo la quota di iscrizione se necessario, i poeti ricchi parteciperanno più volentieri, quelli poveri si venderanno l'orologio.-
L’assemblea è davvero in fermento. Si, concorso, concorso, l’avevo detto io che bisognava fare un concorso. Ognuno vuole dire la sua a voce alta, persino il timoroso Tremellov ha qualcosa da dire.
- Signor presidente, io dico che bisognerebbe aggiungere un premio in denaro per il vincitore. Quelli di Gregorygrad hanno fatto un concorso per una sonata in onore del compleanno della Zarina e hanno messo diecimila rubli per il primo premio. Peraltro hanno fatto in modo che vincesse il secondo cognato del loro sindaco, per modo che il denaro non uscisse dalla città. Così hanno detto.-
Il presidente è davvero furibondo, quando mai si è fatto intenerire da Tremellov e lo ha ammesso al circolo. Ora davvero si pente di questa sua eccessiva generosità. Non resta che replicargli con durezza.
- Mio caro Tremellov, noi siamo letterati. Se volete lasciarci per unirvi agli usurai e ai venditori di cetriolini marci di Gregorygrad fate pure. –
Il piccolo Tremellov cerca ora di appiattirsi sulla sedia, come oserà fingere ancora di urtare per caso la sedia di Marya Selenova, egli intuisce il definitivo disprezzo della vedova.
Ora tutti i soci se ne vanno, la bottiglia di vodka è vuota. Il presidente pensa alla lettera di risposta al ministro, bisogna invitarlo subito a leggere le sue poesie, la vedova Selenova lo ospiterà, le poesie del ministro saranno lette più volte in pubblico e tutti i cittadini dovranno piangere, occorre pensare subito al futuro.
| inviato da SAPODILLA il 31/5/2010 alle 21:8 | |
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30 maggio 2010
LA COPPA MATEMATICA
Le tasse scolastiche e universitarie sono troppo basse. E' il cosidetto diritto allo studio. Occorre moltiplicare le tasse per dieci. Borse di studio e prestiti d'onore garantiranno il diritto allo studio. E poi le mamme italiane devono abituarsi a mettere da parte i soldi per l'università del loro pezzetto di cuore.
La scuola italiana è finita in mano ai sindacati e alle clientele. Le facoltà di giurisprudenza sfornano aspiranti burocrati che andranno a scannarsi per un posto inutile al ministero o alla regione.
Mamme che scopiazzano il libro di testo sulla lavagna con la testa allo shopping dovrebbero formare i nostri scienziati?
Certo esiste un venti per cento di bravi docenti, eroi senza riconoscimento, se non la presa per il culo dei colleghi e le rotture di scatole dei genitori.
Il fanciullo si matura con la favoletta di Garibaldi che sbarca a Marsala e conquista il regno delle Due Sicilie. Figuriamoci se la prof di storia si mette a fare una analisi critica per avere rogne con la preside. Con quella che costa oggigiorno una borsetta griffata ? andiamo.
Il ministro della pubblica istruzione che si azzarda a mettere le mani in questa melma viene sgozzato dai comapagni, prima che azzannato dai banchi dell'opposizione. -Sei pazzo? vuoi farci perdere voti ?-
La scuola italiana è fallita, Vendere la scuola forse non si può, Ci vuole in commissario, meglio un dittatore illuminato.
LA COPPA MATEMATICA J G Sapodilla
Non dobbiamo nasconderci una verità che tutti conoscono. Di che è fatta la nostra scuola? Mamme in cattedra e mamme che vanno a lamentarsi con le mamme in cattedra perché il loro bambaccione non ha preso la sufficienza al compito in classe. Mamme che gridano contro mamme, ma purtroppo non si uccidono tra loro: solo uno sterminio di mamme salverà la nostra scuola. Oppure qualcosa si può fare per attirare di nuovo in cattedra i barbuti professori del buon tempo? Colto, severo, dotato di buona dialettica, il barbuto tracciava il solco e seminava buoni frutti. Gli stipendi sempre più bassi, la mancanza di incentivi, libri di testo fatti per soddisfare gli editori, programmi irreali, hanno mandato in esilio il buon barbuto. Perché non provare ad attirarlo di nuovo con La Coppa Campioni di Matematica (o qualsivoglia altra materia).
La domenica si gioca, Seconda C di Borgo contro Seconda A di monte. E come nella Coppa Campioni di Calcio, chi vince prende premi e va avanti nelle eliminatorie. Premi veri, non il buono sconto per comprare libri. Il barbuto che vince la finale di Coppa Matematica si divide cinquanta milioni di euro con la classe. Somme inferiori a quelli che vengono via via eliminati. Come nel gioco del Calcio si dovrebbe poi creare un mercato dove il preside-presidente compra studenti e professori.
Si può immaginare questa scena tra un professore barbuto famoso vincitore e un preside che vuole acquisirlo.
Professore – Caro preside, la sua offerta è allettante, ma io non mi metto in cattedra ovunque. Per esempio avete somarelli qui, in questa scuola?-
Preside – Professore, lei vuole farsi burla di me. L’anno scorso siamo arrivati ai Quarti con tre classi.-
Le mamme ambiziose dovrebbero rassegnarsi a qualche paio di scarpette e borse in meno, perché nelle scuole vincenti le tasse di iscrizione sono alte. Abbondanza di borse di studio e prestiti d’onore agli studenti poveri. In pochi anni avremmo la scuola migliore del mondo, non siamo forse sempre tra i primi in campo internazionale nel gioco del Calcio? Le tasse di iscrizione alte servirebbero a pagare anche i premi ai vincitori. Vi sarebbe una forte spinta a modificare i programmi seguendo il mercato del lavoro. Gli studenti, e loro famiglie, che fanno sacrifici per mantenere la scuola, chiederebbero garanzie sul ritorno dell’investimento. Basta Donzellette Che Vengono Dalla Campagna In Sul Calar Del Sole. Che se ne stiano a casa.
| inviato da SAPODILLA il 30/5/2010 alle 17:30 | |
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27 maggio 2010
SUICIDIO ALL’ORA DI PRANZO
J G Sapodilla SUICIDIO ALL’ORA DI PRANZO
- Ho trovato questo biglietto.-
Il giudice istruttore Papapa evita di toccare il biglietto che il detective Tito gli ha messo davanti sul tavolo.
“ Nessuna ha colpa, mi sono amazata da sola.”
- Allora si tratta di un suicidio, raccontami qualcosa Tito. -
-Quando sono arrivato ho visto la scena nel giardino dal cancello. Era distesa e coperta da fogli di giornale.Due donne in piedi accanto a lei. Una terza donna inginocchiata a terra gridava in disperazione ‘Margherita, noooo’.
- E allora?-
- Mi sono messo a fare domande. Se la conoscevano, perché si era suicidata .-
- E che viene fuori?-
- Viene fuori che le due in piedi sono cugine della vittima, quella che grida è la sorella .-
- Perché dici la vittima, Tito, è un suicidio.-
-Il quadro è storto.Non mi convince. Quattro donne giovani e molto ricche che vivono in una villa, si suppone che abbiano frequentato le scuole migliori e invece nel biglietto c’è un errore di grammatica. Il suicidio non ha movente, dicono le tre donne .-
- E che altro dicono le tre donne? -
- Niente. La vittima era sempre allegra. Almeno finché non si è pugnalata al cuore con un coltellaccio da cucina. Mai sentito .-
- Tito, non chiamarla vittima. Abbiamo a che fare con gente importante, è stata una disgrazia, alla poveretta è sfuggito di mano il coltello in cucina ed è rimasta pugnalata .-
-Ma era in giardino, non in cucina .-
-Si è trascinata fuori in cerca di aiuto. Non cerchiamo guai, e poi adesso è ora di pranzo .-
Infatti si sente una voce.
- Tito, ragazze, è pronto in tavola, Portatevi dietro quel fannullone di Papapa .-
Margherita viene fuori da sotto ai giornali che la coprono, col vestitino pieno di terra. Si lamenta con le altre.
-Perché sempre io mi devo suicidare?-
-Perché sei la più piccola .-
Tutti si avviano alla sala pranzo, seguendo il profumo della zuppa. Tutti meno Papapa.
- Vivian, vieni qui, con quante zeta si scrive ammazzata?-
Vivian guarda gli altri che se ne vanno, presa dal terrore.
-Dipende Papapa, a volta con una zeta a volte con due. Dipende, Papapa.
| inviato da SAPODILLA il 27/5/2010 alle 22:45 | |
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27 maggio 2010
Che fa se si vuotano le casse
Se dio chiude una porta apre un portone
E cche ffa ssi sse vòteno le casse? Si Ddio serra una porta opre un portone. A ttutto s’arimedia co le tasse.
31 maggio 1837 Gioacchino Belli
| inviato da SAPODILLA il 27/5/2010 alle 8:27 | |
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26 maggio 2010
Auto grige e auto blu
A Roma le auto blu con autista in divisa blu sono l’odiato simbolo di un potere arrogante e spagnolesco, prima ancora che uno spreco di denaro pubblico. Ogni governante per sopravvivere deve rassegnarsi a navigare nelle acque melmose della demagogia e dunque promettere di ridurre le auto blu quando tira vento di burrasca nelle piazze. Togliere l’auto blu a qualcuno significa farsi un nemico spietato per sempre, ma non si può sempre solo promettere, qualche auto blu ogni tanto va fatta sparire. Ed ecco trovato il trucco: le auto blu sono dipinte di grigio, l’autista vestirà in modo dimesso niente divisa di sartoria, la sirena sarà del tipo leva e metti sul tetto . Al mattino, non troppo presto, l’uomo importante verrà accompagnato al suo ufficio sgommazzando e strombettando, al mezzodì si porterà a far spese la moglie dell’uomo importante, con maggior discrezione
| inviato da SAPODILLA il 26/5/2010 alle 10:1 | |
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25 maggio 2010
Pazienza, Giovannino
Pieno di ottimismo mi dirigo alla carrozza 7 , dove di sicuro troverò il mio posto 54, prenotato sul sito internet di Trenitalia. Le cose si stanno mettendo bene, il treno ha solo quindici minuti di ritardo. Come metto piede nella carrozza mi complimento per la mia saggezza, ci sono passeggeri dappertutto, sotto i sedili, nel corridoio, sul tetto. Di sicuro il mio posto 54 è occupato da qualche furbo, la vedremo. Infatti è così, ma il mio furbo non sembra cercare la guerra, si alza, viene fuori nel corridoio e mi mostra il suo regolare biglietto, carrozza 7 posto 54, anche lui. Penso velocemente, forse ci sono due posti 54? No, pare di no. Ancora pieno di ottimismo mi dirigo alla volta del controllore e subito lo trovo: è un giovin signore bello lindo e autoritario, infatti egli altri non è che la Matricola 2935686. Merita riportare il nostro dire nella notte.
-Controllore, ascolta, sono stati emessi due biglietti per lo stesso posto.-
-Ah, vediamo il tuo biglietto.-
Egli tira fuori una sua macchinetta e ci picchia sulla tastierina.
-Passeggero, il tuo codice non risulta qui. Non esisti. –
-Controllore, cosa vuoi che risulti? Ti dico che sono stati emessi due biglietti per il posto 54 carrozza 7.-
-Andiamo a vedere.-
-Vai che ti aspetto. Il corridoio è pieno, la mia borsa è grande.-
- No, dobbiamo andare insieme.-
Pazienza Giovannino, o lo seguo oppure lo ammazzo.
Si riscopre che ci sono due biglietti uguali. Mi aspetto che Matricola 2935686 si profonda in scusa, prometta indagini severe, soprattutto mi procuri un posto al più presto.
Non è la nottata giusta.
-Passeggero, sei senza biglietto. Paghi?-
-Non ti pago.-
-Passeggero, dammi un documento.-
-Controllore, poi mi scrivi due righe che su questo treno ci sono due prenotazioni identiche.-
Non ci stringiamo la mano, ma si capisce che siamo d’accordo, per il fatto che lui dice di sì.
Matricola 2935686 scrive tutto nella sua macchinetta, nome, indirizzo, chi era il vicino di Giuseppe Garibaldi a Caprera, finché esce fuori un altro biglietto, che mi consegna e se ne va.
-Controllore, mi devi fare una dichiarazione, ricordi bello mio?-
L’infame risponde beffardo.
-Passeggero, adesso non ho tempo. Fottiti.-
Passano i giorni ed eccomi qua che scrivo a webmaster@trenitalia.com
“ IL VOSTRO COMPUTER E' BALORDO.
NON HA MODIFICATO SU TUTTO IL SISTEMA
IL CAMBIO PRENOTAZIONE DAL GIORNO 19 AL GIORNO
18, CON SGRADEVOLI CONSEGUENZE.”
Suggerisco di concordare un risarcimento per il viaggio disagiato, senza posto. A meno che non preferiate risolvere la questione davanti al giudice di pace.”
Manco passa un minuto, che arriva la risposta. Santo cielo, momenti irripetibili.
Il recapito non è riuscito per i seguenti destinatari o liste di distribuzione: webmaster@trenitalia.it La cassetta postale del destinatario è piena e non può accettare messaggi in questo momento. Non verranno effettuati ulteriori tentativi di recapito del messaggio. Effettuare un ulteriore tentativo di invio del messaggio oppure contattare direttamente il destinatario.
| inviato da SAPODILLA il 25/5/2010 alle 12:13 | |
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25 maggio 2010
INTERCITY NOTTE
Intercity Notte Torino Napoli. Un insolito cigolare, come un raspare, proviene dal corridoio: un finestrino malfermo? Qualcosa di più grave? Il passeggero si fa attento, si concentra. Il rumore sale dal pavimento con ritmo quasi periodico; forse cattiva manutenzione delle ruote, dio ne scampi, qui finisce che il vagone esce dai binari. Cauto il passeggero si muove in esplorazione e scopre l’origine delle sue paure. Una allegra e variopinta famigliola di immigrati romeni, distesa sopra i loro asciugamani sul pavimento, ronfa come fanfare di orsi in letargo. Il treno è più che pieno, il viaggio lungo. L’intercity Notte Torino Napoli è il treno degli stranieri immigrati, Italiani sono tre o quattro agenti di polizia ferroviaria e i controllori, tutti in divisa lucida da sfilata di moda.
| inviato da SAPODILLA il 25/5/2010 alle 10:47 | |
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16 maggio 2010
TAXI DRIVER
TAXI DRIVER
La Commissione per i Taxi e le Limousine di New York sta cercando di togliere la licenza a 635 tassisti, i quali hanno usato ripetutamente il trucco di attivare al tassametro la tariffa del fuori città, anche per le corse nel perimetro urbano.
I passeggeri diventano sempre più furiosi e diffidenti. Un tassista dichiara: - Il cliente ha contestato quanto leggeva sul tassametro, mi ha rotto gli occhiali con un pugno, mi ha buttato fuori il telefonino. -
| inviato da SAPODILLA il 16/5/2010 alle 7:30 | |
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15 maggio 2010
Don Nicolino è fedele a Franceschiello
IL MIGLIOR modo di celebrare il Centenario è raccontare come andarono le cose.
I libri di storia dividono sempre in buoni a cattivi. A seconda di chi scrive, il buono può essere il piemontese Cavour, con Garibaldi, o al contrario Franceschiello re delle Due Sicilie. Un diario dell’epoca, capitato per un caso imprevisto nelle mani del vostro umile servo Sapodilla, rivela una realtà nuova. Il laborioso e buon popolo del Sud era diviso in buoni e cattivi, che si alternavano nelle parti e profittavano di ogni invasione straniera per scannarsi tra loro e regolare conti passati.
Una guerra civile strisciante, sotto la cenere, dal tempo della Rivoluzione Francese.
Sapodilla ha risciacquato e aggiunto un poco di fantasia al diario, ve ne propone venti righe .
Don Nicolino Coscia è fedele a Franceschiello
Il clero spera di cavarsela ancora una volta, si sente parte della terra e ha le chiavi del cielo, ma le gerarchie capiscono che questa volta è diverso e non trasmettono completa sicurezza al basso clero, come le volte precedenti. L’alleanza coi Borbone, tra trono e altare, esiste e resiste da molto tempo. Il clero possiede chiese, terre, conventi, monasteri, santuari, scuole, case, palazzi e oro. È il frutto nei secoli di acquisizioni, lasciti, concessioni e privilegi. Il prete è santo e guerriero, va a caccia e insegna. Il clero possiede le anime, specie quelle delle donne contadine. A Napoli regna il re, ma è attorniato da cardinali che governano spesso più dei ministri. In periferia i vescovi soccorrono il potere temporale e lo controllano in molte circostanze, senza apparire. Il prete fa parte della classe sociale che domina e sfrutta i contadini, non a caso i preti hanno il Don davanti al nome come i notabili. Il titolo di Don è contrazione dal medioevale donno, il dominus, il padrone in latino.
Tutto questo dovrebbe finire perché Garibaldi con mille banditi è sbarcato in Sicilia?
Don Nicolino non è un pretino timido e pauroso, di quelli che passeggiano in campagna gli occhi bassi sul breviario, presi da tremito se qualche brutto ceffo sbuca fuori e lo attende in fondo alla strada. Si è fatto prete per avere e per comandare, non per cercare rifugio prima in seminario e poi in chiesa. Ha recitato la funzione con le formule in latino a voce alta, ma intanto pensava a tutt’altro. Con voce sibilante ha bestemmiato e minacciato il chierichetto che gioca troppo coi turiboli d’incenso.
- Mannaggia a quella grandissima zoccola di tua madre, ti vuoi stare fermo.-
Ha rimproverato il Signore.
- Ma Padreterno mio, i Piemontesi scomunicati vengono qua, si prendono tutto e Tu che fai? Niente.- Si è ripassato la lista dei traditori dei Borbone. A ognuno di loro ha predetto quello che gli sarebbe toccato di condanna e le proprietà che gli avrebbe preso. Poi si è fatto l’elenco dei preti che stanno sia di qua che di là aspettando a vedere chi vince. Dovranno venire in ginocchio a baciargli la mano. Il re Franceschiello gli farà fare carriera, a lui, a Don Nicolino, lo dovranno chiamare monsignore e baciare la terra dove passa, questi gran figli di zoccola di preti che si arruffianano di nascosto gli scomunicati e dicono di stare coi Borbone. E infine ha pensato agli ufficiali della Guardia Nazionale: devono finire tutti impiccati in mezzo alla Piazza e gli manderà i chierichetti a sputare sulle tombe.
| inviato da SAPODILLA il 15/5/2010 alle 6:38 | |
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14 maggio 2010
IL BOTTONE DELLA PALANDRANA
Nei lavori edilizi, nella vendita e affitto di case, la corruzione a Roma é un albero di larghe radici. L'amministratore del condominio volentieri affida la pittura della facciata alla piccola impresa di suo nipote. Dal basso lo scambio di favori sale per il tronco al centro, si ramifica a destra e a sinistra, si allarga tutto intorno in folta oscura chioma. Quando il corruttore è un incapace la la condanna é unanime. Altrimenti si ripropone l'antico dilemma: è meglio un ladro efficace o uno scemo onesto?
Luigi Pirandello
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IL BOTTONE DELLA PALANDRANA |
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Non gridarono; non fecero chiasso. A bassa voce, anzi senza voce, l'uno di fronte all'altro, prima l'uno e poi l'altro, si sputarono in faccia l'accusa:
- Spia!
- Ladro!
E seguitarono così - spia! ladro! - come se non volessero più finire, allungando ogni volta il collo, come fanno i galli a pinzare, e pigiando a mano a mano sempre più, l'uno su l'i di spia, l'altro su l'a di ladro.
Gli alberetti, affacciati di qua e di là dai muri di cinta che incassavano quella viuzza stretta e sassosa tra i campi, pareva stessero a godersi la scena.
Perché quelli di qua sapevano da qual parte del muro Meo Zezza s'era poc'anzi collato; quelli di là, dove don Filiberto Fiorinnanzi si teneva prima nascosto.
E di qua e di là, passeri, cince e beccafichi, quasi n'avessero avuto il segnale dagli alberetti in vedetta, accompagnavano con un coro di sfrenata ilarità quell'aspra rissa sottovoce, a petto a petto, ferma ancora su quelle due parole, che invece di levarsi su, acute, si stiracchiavano pigiate sempre più dallo sprezzo:
- Spiiia!
- Laaadro!
- Spiiiia!
- Laaaadro!
E alla fine, quando entrambi sentirono di essersi raschiata la gola e credettero d'aver ciascuno impresso su la grinta dell'altro, indelebilmente, il marchio d'infamia contenuto in quella parola tante volte e con tanta veemenza ripetuta, si voltarono le spalle, e Meo Zezza prese di qua e don Filiberto Fiorinnanzi di là, frementi, ansimanti, schizzando faville dagli occhi, stirandosi il collo in su, il panciotto in giù, e ripetendo, fra il tremolio delle labbra aride, quello: - Spia... spia... spia... - e questo: - Ladro... ladro... ladro...
Ultimi guizzi della fiammata.
Ma l'ira e lo sdegno si riaccesero in don Filiberto Fiorinnanzi, appena varcata la soglia di casa.
Spia, lui?
Si sentiva tutto insozzato da quella parola; e si levò, sbuffando, la palandrana.
Spia, un galantuomo, perché s'accorge di un ladro, che da tant'anni ruba a man salva?
E, con le mani che ancora gli ballavano, si mise a spazzolar la palandrana, prima di riporla nell'armadio.
Ma a chi e quando aveva lui denunziato i furti continuati di quel ladro? Non aveva mai aperto bocca con nessuno, mai! Si era solamente contentato, fino a poco tempo fa, di fissarlo: ecco, sì, di guatare Meo Zezza in un certo modo speciale, quando costui, sempre tutto fremente di calda bestialità festosa, gli s'appressava e, con un lustro sguajato negli occhi e nei denti, accennava con le manacce paffute e pelose di toccarlo qua e là.
Rigido, interito, egli aveva schivato quei toccamenti, e con una grave opaca durezza di sguardo nei grossi occhi sempre un po' ingialliti dalle continue bili che si pigliava, gli aveva chiaramente significato, che s'era accorto e sapeva.
- Ladro... ladro... - andava ancora ripetendo aggirandosi per la stanza, in maniche di camicia, e tastando qua e là con dita ignare e malferme questo e quell'oggetto.
Alla fine sedette stanco morto, appiè del letto, e si mise a guardare la candela, come se gli paresse strano che essa quietamente ardesse sul comodino da notte e lo invitasse, come ogni sera, ad andare a letto.
Non si ricordava d'averla accesa.
Finì di spogliarsi; si cacciò sotto le coperte; ma per quella notte non poté chiudere occhio.
Da molti anni, dopo molte e intricatissime meditazioni, credeva d'essere riuscito a darsi una spiegazione sufficiente di tutte le cose; a sistemarsi insomma il mondo per suo conto; e pian piano s'era messo a camminarci dentro, non molto sicuro, no, anzi con l'animo sempre un po' sospeso e pericolante, nell'aspettativa d'una qualche improvvisa violenza, che glielo buttasse all'aria tutt'a un tratto, sgarbatamente.
S'era da un pezzo costituito esempio a tutti di compostezza e di misura, nel trattar gli affari, nelle discussioni che si facevano al circolo o nei caffè, in tutti gli atti, nel modo anche di vestire e di camminare. E Dio sa quanto doveva costargli tenere anche d'estate rigorosamente abbottonata quella sua palandrana vecchiotta, sì, ma piena di gravità e di decoro, e regger su ritto quel suo testone inteschiato e venoso sul lungo collo esilissimo per sostenere la rigida austerità del portamento.
Voleva che il suo sguardo, il suo mostrarsi a ogni bisogno fossero tacito ammonimento o muta riprensione; specchio, sostegno, intoppo, consiglio. È vero che, sempre, per paura che lo specchio fosse appannato dai fiati brutali della plebe, o che il sostegno fosse scalzato con qualche spintone che lo mandasse a schizzar lontano, soleva tenersi alquanto discosto; ma pur sempre restava con tutto il corpo a far atto di volersi appressare e parare e moderare, secondo i casi.
Soffriva indicibilmente nelle dita vedendo qualcuno andar per via con la giacca sbottonata o col giro della cravatta fuori del colletto; avrebbe pagato lui, di sua borsa, un operajo per dare una mano di vernice allo zoccolo dello sporto nella bottega di faccia al caffè, rifatto nuovo e lasciato lì di legno grezzo; e ogni sera se ne tornava oppresso e sbuffante dalla passeggiata fino in fondo al viale all'uscita del paese, dopo aver constatato, che ancora (dopo tanti mesi) dal Municipio non era venuto l'ordine di rimettere un vetro rotto all'ultimo lampione di quel viale. Come se tutt'intorno l'universo s'imperniasse in quel lampione rotto, don Filiberto Fiorinnanzi non aveva più pace.
L'incuria, la rilassatezza altrui lo offendevano; se protratte, lo esacerbavano, ma, a poco a poco, per quietarsi, per salvare quella sua sistemazione dell'universo, si metteva a escogitar scuse e attenuanti a quell'incuria, a quella rilassatezza. E ci riusciva alla fine; ma con questo: che la sistemazione, a mano a mano, accogliendo quelle scuse e quelle attenuanti, perdeva di rigidità, s'ammolliva, pencolava di qua e di là; e don Filiberto si vedeva da un altro canto costretto a darsi pena per tenerla su, a furia di rincalzi, ora da una parte, ora dall'altra.
Santo Dio, era giunto finanche ad ammettere che si potesse rubare! Si, ma con una certa discrezione, almeno; per modo che il ladro salisse a poco a poco nella stima e nel rispetto della gente onesta e desse tempo a considerare che dopo tutto forse non è tanto ladro il ladro, quanto imbecille chi si lascia rubare.
Il caso di Meo Zezza era veramente grave. In pochissimo tempo costui era saltato su, coi denari rubati, a pretendere, a imporre una considerazione che gli doveva assolutamente esser negata; a trattare confidenzialmente, a tu per tu, con chi per nascita, per età, per educazione doveva essergli e restargli superiore. E poi qua non si poteva in nessun modo ammettere che fosse imbecille il padrone a cui Meo Zezza rubava. Si sapeva anzi a Forni, che il marchese Di Giorgi-Decarpi amministrava i suoi vastissimi beni così esemplarmente, che ogni anno gli alunni delle scuole commerciali erano condotti dai loro professori a studiare il congegno di quell'amministrazione come un modello del genere.
Circa trent'anni fa, il padre del Marchese aveva rischiato tutti i suoi capitali nella grande impresa del prosciugamento delle paludi dell'Irbio, ed era morto prima di veder l'esito felice dell'impresa. Il figliuolo, giovanissimo, ora si godeva in città la rendita d'una delle più estese e ubertose tenute del mezzogiorno d'Italia. Non era mai venuto neppure una volta a visitarla, è vero; ma il merito dell'amministrazione era suo. La tenuta era divisa in settori; ogni settore, con a capo un ministro, comprendeva dieci poderi. Uno dei ministri era Meo Zezza.
Come mai una così specchiata amministrazione non si rendeva conto dei furti continuati e così esorbitanti di quel cagliostro? Saltavano agli occhi di tutti; e lui stesso lo Zezza, lui stesso, con la sua espansiva spontaneità di bestia impudente, quasi non ne faceva più mistero.
Levatosi la mattina appresso, con negli orecchi ancora il fischio di quella parola: spia, don Filiberto Fiorinnanzi fece animo risoluto. Serrò i denti; serrò le pugna. Doveva aver fine, perdio, una così enorme sconcezza, una siffatta oltracotanza.
Spia? Ebbene, sì, spia. Raccoglieva la sfida. Avrebbe steso una formale denunzia di tutti i furti perpetrati da colui in tanti anni.
Ci lavorò una decina di giorni. Quando alla fine ne venne a capo, si chiuse più rigidamente che mai nell'austera palandrana, e senza punto nascondersi, con la denunzia sotto il braccio, prese posto nella vettura che conduceva alla stazione ferroviaria, e parti per la città.
Appena giunto, si recò difilato all'amministrazione del marchese Di Giorgi-Decarpi.
Subito, entrando, si sentì compreso di tanta riverenza e ammirazione, che non solo non si ebbe a male delle molte difficoltà che gli furono opposte per esser ricevuto dal signor Marchese, ma anzi se ne compiacque assai e le approvò tutte e vi si sottomise con infiniti inchini e sorrisi di beatitudine.
Era il regno dell'ordine, quello! L'interno d'un orologio. Tutto lucido e preciso. Usceri in livrea; scale di marmo, corridoj da potercisi specchiare, con magnifiche guide, illuminati a luce elettrica, riscaldati a termosifone; e per tutto tabelle: Sezione I, Sezione II, Sezione III, e a ogni uscio l'indicazione dell'ufficio. L'illustrissimo signor Marchese non concedeva udienza se non nei giorni fissati e nelle ore fissate: il mercoledì e il sabato, dalle 10 alle 11: e, per essere ammessi a quelle udienze, bisognava farne domanda due giorni avanti, riempiendo un modulo a stampa sul primo tavolino della seconda stanza della segreteria particolare, al primo piano, Sezione I, secondo corridojo a destra. Per chi avesse fretta e non potesse aspettare quei giorni fissati, c'era l'ufficio delle comunicazioni urgenti, nello stesso piano, alla stessa Sezione, primo corridojo a sinistra, uscio terzo.
- No no, ah no no... - disse don Filiberto.
Le comunicazioni, ch'egli aveva da fare, non erano tanto urgenti quanto gravi, e voleva farle al Marchese direttamente.
- Viene apposta da Forni? - gli domandò il capo-usciere.
- Sissignore, da Forni, apposta.
- Ma oggi è giovedì.
- Non fa nulla. Se questa è la regola, aspetterò fino a sabato, alle dieci.
Il capo-uscere si rivolse allora a un ragazzotto anch'esso in livrea.
- Va' su a prendere un modulo!
Ma don Filiberto Fiorinnanzi non volle assolutamente permetterlo.
- No no, scusi, che c'entra? Vado io, vado io.
E risalì a riempire il modulo a stampa sul primo tavolino della seconda stanza della segreteria particolare, al primo piano, Sezione I, secondo corridojo a destra.
Si preparò in quei due giorni all'udienza, raccogliendo come a un supremo cimento tutte le sue facoltà mentali. Un esordio, breve, perché certo il Marchese non poteva aver tempo d'ascoltare parole che non si riferissero a fatti; ma egli doveva pure, innanzi tutto, dichiarare l'animo e le ragioni che lo movevano a quella denunzia; poi, punto per punto, avrebbe esposto i fatti. Era felice di mettere a servizio l'opera sua, disinteressatamente, contro quel ladro che con tanta pervicacia s'accaniva a imbrogliare un ordine di cose così maravigliosamente costituito.
La mattina del sabato, dieci minuti prima dell'ora fissata, si trovò nell'anticamera della segreteria particolare. Era il primo iscritto e, appena scoccate le dieci, fu introdotto alla presenza del Marchese.
Era costui un omettino a cui la raffinata eleganza dell'abito non riusciva a togliere, anzi accresceva una certa ispida acerbità campagnuola. La spalliera del seggiolone su cui stava seduto innanzi alla scrivania gli superava d'un palmo la testa. Inchinò appena il capo in risposta al profondo ossequio del visitatore; con la mano gli fe' cenno di sedere; poi poggiò un gomito sul bracciuolo e abbassò la fronte sulla palma, nascondendovi un occhio.
L'altro occhio, armato da una rigida caramella cerchiata di tartaruga, don Filiberto Fiorinnanzi se lo vide piantare in faccia con una fissità così dura e ostile e persistente, che sentì gelarsi il sangue nelle vene e imbrogliarsi in bocca le parole del breve esordio con tanto studio preparato.
Quell'occhio diffidava; quell'occhio non credeva al disinteresse; quell'occhio severissimamente lo ammoniva a non dir cosa che non avesse prova e fondamento nei fatti, e con inflessibile acume scrutava attraverso ogni parola che gli usciva con tremore dalle labbra.
Se non che, a un certo punto, il Marchese si tolse la mano dalla fronte, e scoprì l'altro occhio: un languido, melenso occhio svogliato, un occhio che, per così dire, sbadigliava e che si rivolgeva al visitatore, come a chieder pietà.
Don Filiberto Fiorinnanzi si sentì a un tratto crollare in fondo allo stomaco tutte le viscere sospese.
Quell'occhio, quell'occhio che gli aveva incusso tanto terrore, era... era dunque finto? di vetro? Ah Dio, sì, di vetro. E dunque il Marchese, tenendo coperto quello vero, non solo non lo aveva finora così terribilmente fissato e scrutato e minacciato, ma neppure s'era curato di veder chi fosse entrato a parlargli; e forse non aveva neanche ascoltato nulla di quanto egli con tanta trepidazione gli aveva detto.
- Vengo... signor Marchese... vengo ai fatti... balbettò tutto smorto e smarrito.
- Ecco, sì, mi faccia questa grazia, - miagolò il Marchese.
E posando il pugno, ora, sulla scrivania, vi appoggiò la fronte. Non si rimosse più da quella positura. Don Filiberto Fiorinnanzi poteva supporre che dormisse. Alla fine, alzò la fronte dal pugno; disse:
- Permette?
E stese la mano a ricevere il foglio della denunzia. Lo scorse sbadatamente; poi si cacciò una mano in tasca, ne trasse un mazzetto di chiavi, aprì un cassetto dello stipo accanto alla scrivania, ne prese una carta, la pose accanto al foglio, e su questo con un lapis turchino si mise a far brevi segni di richiamo, a mano a mano che leggeva in quella. Quand'ebbe terminato, senza dir nulla, porse a don Filiberto Fiorinnanzi il suo foglio segnato e quella carta tratta dallo stipo.
Don Filiberto, perplesso, imbalordito, guardò l'uno e l'altra, poi il Marchese, poi di nuovo il suo foglio e quella carta, e s'accorse che in questa erano già esposti, quasi con lo stesso ordine, tutti i furti dello Zezza, ch'egli era venuto a denunziare.
- Ah dunque... - disse, appena poté rinvenire dallo sbalordimento, - ah, dunque a Vostra Signoria... a Vostra Signoria Illustrissima... erano già noti...
- Come vede, - lo interruppe freddamente il Marchese. - E anzi, se ella guarda più attentamente nella mia carta, vedrà che ci son noverati molti altri furti che non si trovano nella sua denunzia.
- Già... già... vedo... vedo... - riconobbe più che mai smarrito nello stupore, don Filiberto. - Ma dunque...
Il piccolo Marchese tornò ad appoggiare il gomito sul bracciuolo e a nascondersi con la mano l'occhio sano, stanco e svogliato.
- Caro signore, - sospirò, - e che vuole che me n'importi?
La terribile fissità dell'occhio di vetro, armato della caramella cerchiata di tartaruga, fece un contrasto orribile con la stanchezza di questo sospiro.- Sono cose, - seguitò, - che esorbitano dalla mia amministrazione.
- Esorbitano?
- Già. Noi qua dobbiamo guardare e guardiamo Zezza ministro. Come tale, lo abbiamo trovato sempre ineccepibile. Zezza uomo non ci riguarda, caro signore. Dirò di più: è per noi anzi un vantaggio, che egli sia così ladro, o piuttosto così desideroso di arricchirsi. Mi spiego. Agli altri ministri che si tengono paghi, più o meno, al loro stipendio soltanto, non preme affatto che i poderi rendano qualche cosa di più di quello che potrebbero rendere. Preme invece allo Zezza, perché, oltre che a noi, essi debbono rendere anche a lui. E il risultato è questo: che nessuno dei settori ci rende tanto quanto quello di cui Zezza è ministro.
- Ma dunque... - fece ancora una volta, come in un singhiozzo, don Filiberto.
- Oh, dunque, - ripigliò alzandosi per licenziarlo il Marchese, - io la ringrazio tanto, a ogni modo, caro signore, dell'incomodo che Ella ha voluto prendersi; quantunque... oh Dio, sì... forse avrebbe potuto immaginarsi che a una amministrazione come la mia questi fatti non potevano restare ignoti. Questi e altri, com'Ella ha potuto vedere. Ma a ogni modo, io la ringrazio e me le professo gratissimo. Si stia bene, caro signore.
Don Filiberto Fiorinnanzi uscì stordito, stonato, insensato addirittura, dalla sede dell'amministrazione.
- E dunque...
La conclusione l'aveva in mano.
Un bottone della palandrana. Sentendo parlare a quel modo il Marchese, se l'era tante volte rigirato sul petto, quel bottone, che esso alla fine gli s'era staccato e gli era rimasto tra le dita.
Ma, ormai, a che gli serviva più? Poteva bene andar per via con la palandrana sbottonata, e anche svoltata, con le maniche alla rovescia, e anche col cappello assettato sotto sopra sul capo.
L'universo, ormai, per don Filiberto Fiorinnanzi era tutto quanto e per sempre scombussolato. |
| inviato da SAPODILLA il 14/5/2010 alle 15:10 | |
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13 maggio 2010
IL RITORNO DI COCCO
3 - Come ricorderete (e se non ve lo ricordate leggete più sotto), Cocco non trova lavoro ed è dovuto partire volontario per il Marocco, dove si combatte una moderna crociata.
Finita la Crociata, Cocco deve tornare a casa. Purtroppo questa volta hanno vinto gli infedeli e i cristiani si ritirano senza neppure un magro bottino.
L'orto amorosamente coltivato da Cocca non basta, e così Cocco Cocca attrezzano una baleniera a remi e vanno a pesca.
IL RITORNO DI COCCO
Sull'ardita baleniera
Escono all'alba e tornano a sera
Mangiano poco
Un pero e una pera
Non hanno vela
Ma grattan la mela.
Zitti e contenti
Vivon di stenti
Un sol fagiolo nella cambusa
Che cosa astrusa.
Bolle la pancia
Non pesa il grasso sulla bilancia.
Questo fagiolo chi se lo mangia?
Finita é perfino
La buccia d'arancia.
Ci vorrebbe piuttosto
Un pezzo d'arrosto.
2 -Tra una crisi finanziaria che viene e una che va, cocco non trova lavoro e decide dunque di partire volontario per il medio oriente contro l’islam.
Cocco nel Marocco
Passa un giorno passa l’altro
Ma non torna a casa Cocco
Che andò in guerra con lo stocco
Contro il regno del Marocco.
La servetta Saladina
Ei corteggia ogni mattina
Ma poi scrive a sera a Cocca
Che lì il sangue scorre e fiocca,
Certo non ti fan Salam
Questi figli dell'Islam
Scrive Cocca disperata
' Sto crescendo l'insalata
E se torni colmo d'ori
Ci aggiungiamo i pomodori.
Qui le spese sono tante
Per i semi e per le piante.
Quando pensi di tornare
Che c'è i conti da pagare ? ‘
1 -La grande crisi finanziaria e’ dunque alle porte?
La grande crisi finanziaria e’ dunque alle porte?
Torneranno i tempi di cocco e cocca?
La filastrocca dell'albicocca
Stanno rinchiusi nella bicocca
Tesi e affamati il Cocco e la Cocca
Che la dispensa non cricca e non crocca
Non c'è rimasta una crosta di pane
E son finite arrosto le rane
E siccome il mare è in tempesta
Neanche il pescare a loro resta
Mentre al villaggio tutti fan festa
E del bucato è colma la cesta
Quando del sole illumina il raggio
S'affaccia all'uscio sempre un miraggio
Appare in pentola nella cucina
Torpida e grassa bella gallina.
Senti gridare - ho fame, ho fame –
Ma non si vede neanche un salame.
Che se i porcelli erano tanti
Ora son via tutti emigranti.
Ma finalmente il destino rintocca
Arriva un camion con tutta la scocca
E lascia cadere una bella albicocca.
Che mezza per uno fan Cocco e la Cocca
Perché l'amore non cricca e non crocca.
Ma dura poco l’albicocca
E di vin non ha la brocca
Mai che ci fosse a dar coraggio
Un pezzetto di formaggio.
C’era in dispensa un tozzo di pane
Se l’è mangiato un sorcio, l’infame
-Ah, tu sorcio maledetto
Vieni qua che or or t’affetto.-
-Ma signor, non son salame
Che dovevo? Morir di fame?.-
E’ ben triste la bicocca
Vanno in gita Cocco e Cocca
Su pei monti non al mare
Che han paura di nuotare.
Si precipita un ruscello
Che davvero è molto bello
Ma giù in fondo dove sbocca?
Si domandan Cocco e Cocca.
Sono stanchi Cocco e Cocca
Tornano indietro nella bicocca
Or la campana d'un tratto rintocca
E' mezzanotte sotto a chi tocca
Dice il Cocco alla Cocca.
| inviato da SAPODILLA il 13/5/2010 alle 7:42 | |
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