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22 giugno 2019

Che ci Facevo Quell’anno a Firenze

Checi Facevo Quell’anno a Firenze

 

Sarà stato alto due metri, propriogrande e grosso, portava una maglietta senza maniche di tipo militare e un paiodi calzoncini corti. Avanzava calmo e si tirava dietro con un filo di ferro unascatola di latta con quattro rotelle. Non siamo al manicomio, ma nellostabilimento delle Officine Galileo, un insieme di palazzi dell’Ottocento. Inuna di quelle stanze lo scienziato Amici studia le proprietà del suo prisma.

In quella scatola di latta, piatta esenza coperchio, il nostro omone porta certi pezzi da un palazzo all’altro. Chepezzi? Un momento e ve lo spiego. Di sicuro sapete cosa è un carro armato. Inquesti tempi perversi, sul carro armato viene montata una rampa di missili. Acosa serve un missile? Tu vedi un carro armato nemico che avanza con cattiveintenzioni, lo punti e gli spari un missile. Ma come lo punti? Col sistemaottico delle Officine Galileo. Una delizia. Adesso sapete che pezzi c’erano inquella scatola di latta.

E poi c’era l’armadio del Fantechi con isuoi segreti. Nessuno sapeva quale fosse il lavoro del Fantechi, da un punto divista formale, voglio dire. Tutti sapevano che era il custode dei pezzi discarto, ma nessuno osava parlarne. Alle Officine Galileo il Controllo diQualità era una cosa seria, per un minimo difetto il pezzo era scartato, qualeche fosse la sua importanza. Le regole sono regole. Per vie misteriose il pezzoscartato arrivava nelle mani del Fantechi, che si avviava claudicante a riporlonel suo armadio, di cui solo lui aveva la chiave. Verrà un giorno che il pezzodi scarto tornerà buono. Non sempre era rapido produrre un pezzo nuovo al postodi quello scartato: per la difficoltà di trovare subito il materiale o per lalavorazione complicata. Ed ecco che entra in scena il Fantechi, apre l’armadio,mentre gli spettatori trattengono il fiato, compie ancora una volta la magia.

Alle Officine Galileo avevano un talentounico nel mettere la persona sbagliata al posto sbagliato. Merlini, ildirettore di produzione, meglio di ogni altro rappresentava questa stravaganza.Alto, elegante, uomo di nobile famiglia, il conte Merlini era nato per vendereRolls Royce o diventare ambasciatore in Costarica. Il destino si era burlato dilui, di sicuro con l’aiuto di potenti raccomandazioni.

Erano tempi di guerre e minacce traIsraele e i suoi vicini. Ufficiali dell’esercito di Israele avevano messo sucasa alla Galileo e tempestavano per sollecitare le consegne. L’armadio delFantechi era ormai quasi sempre vuoto. Merlini era il capro espiatorio, nonsenza qualche merito. Tentai di salvarlo, la ragione diceva che era unincapace, ma il cuore non poteva che essere dalla parte di un conte fiorentino.Gli davo buoni suggerimenti, lo mettevo in guardia dai nemici, andavo al suoposto in Officina a pungolare i capi reparto. E un giorno mi dice raggiante:

“Sono venuti nel mio ufficio gliIsraeliani, si sono congratulati, hanno chiesto come ho fatto.”

Ma ormai il conte Merlini ne avevacombinate troppe e aveva troppi nemici.

 

Qualche volta la sera andavamo in unatrattoria in centro. Era sempre piena d’avventori, vi si mangiava decentementee a buon prezzo. Più che il menù la vera attrazione era l’oste: un omaccionebonario e rubicondo, se mai ve ne furono. Il suo arrivo era ancor più godutoper la sua allegra cadenza fiorentina. Senza mai mostrare un’ombra di noia, ciaccoglieva sempre come fossimo i suoi figlioli appena tornati dall’America.

“Che cosa vi do?” E subito per primacosa poggiava sul tavolo il fiasco di Chianti.

Una sera lo vedemmo d’improvvisodiventar cupo, triste, offeso e minaccioso. Inveiva contro la porta sullastrada. Era accaduto che uno squattrinato, seduto a un tavolinuccio accantoalla porta, dopo aver consumato un pasto miserello, se la fosse svignata senzapagare.


 





permalink | inviato da SAPODILLA il 22/6/2019 alle 17:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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