Buy Now Buy Now SAPODILLA | http://www.ibs.it/ebook/ser/serpge.asp?aut=0&txt=Sapodilla+J.+G. | Il Cannocchiale blog
.
Annunci online

  SAPODILLA [ SATIRA E RACCONTI BREVI di J G Sapodilla ]
EU
         

Buy Now


8 gennaio 2019

Oliver Pimps

Nonsi può dire che il novello conte Armand avesse gran successo al Circolo degliScacchi, che aveva come soci i nobili del circondario di Narcassonne.  Armand non veniva ai invitato al tavolo dagioco. Se si formavo un crocchio di nobili a discutere sugli incredibiliprogressi della scienza, Armand ne era escluso. Armand era costretto a starseneseduto su una poltroncina isolata a fingere di leggere il giornale.

Allafine un esasperato Armand aveva affrontato il segretario del Circolo.

“Signormio segretario, io sono l’unico che paga la quota annuale di iscrizione.Inoltre rifornisco di vino a volontà i soci, questa banda di ubriaconi.”

Larisposta aveva gelato Armand, come passero colto dalla tormenta fuori dal nido.

“Signormio conte Armand,  il Circolo degliScacchi sopporta la presenza di un vinaio per devozione alla contessaMargherite. Tolleriamo che vantiate le amicizie dei soci per favorire i vostriaffari. Riguardo al vino, sa di tappo scadente e  ha un retrogusto di aceto marcio. Infine,nobili si nasce, non si diventa.”

Armandaveva preso il giornale per ripararsi d una pioggerella in arrivo, se ne eraandato a testa bassa rasente ai muri, seguito da qualche cane randagioincuriosito.  Non voleva farsi vedere acasa con quella espressione triste e adirata, si era fermato alle CantineLucas. I commessi lo avevano accolto ossequiosi.

“Buongiorno, conte Armand, oggi abbiamo avuto più vendite del solito.”

Luidissimulò allegria, si rinchiuse nel suo ufficetto e finse di sfogliare ilgiornale bagnato. Le pagine centrali si erano salvate dalle gocce di pioggia. Presea leggere distratto una inserzione.

‘Francesi,nobili non si nasce, si diventa grazie ai nostri maggiordomi di pura razzainglese.’

Seguivanole istruzioni per un primo contatto con l’agenzia a Londra.

Ilturbine che travolse i commessi era il conte Armand che si precipitava ainviare la sua richiesta all’agenzia di Londra. Presto gli arrivò la risposta. Il loro miglior maggiordomo, OliverPimps,  si sarebbe imbarcato al piùpresto a Dover per raggiungere la Francia.  I giorni seguenti  furono frementi di attesa. In casa Amandsaltellava, correva al cancello se gli sembrava di aver udito l’arrivo di unacarrozza.

Efinalmente il giorno arrivò. Armand era alle Cantine e fu la cuoca Josephineche accolse lo straniero sceso dalla carrozza. Un tipo allampanato e con grandiorecchie a cartoccio mai viste da queste parti.

“Bravadonna, sono Oliver Pimps dei Pimps di Cricklewood.  Avvisate il vostro padrone e conducetemi  al mio alloggio.”

“Benvenutonella casa dei conti Dupont Soleil. Sono Josephine duchessa di Normandia.”

Nellaprecipitazione Josephine si era portato dietro il mestolo fumante di zuppa e sirese ora conto che Pimps la guardava con disapprovazione.

“Pimps,dubitate forse che io sia la duchessa di Normandia? Osservate lo stemma sullemie mutande.“

Peruna qualche ragione le mutande non incontrarono l’approvazione di Pimps.

“Chivi stira le mutande, duchessa Josephine?”

“OliverPimps, non mi piace che facciate tante domande. Pensate a stirarvi le vostreorecchie.”

Moltedonne aveva rifiutato un ballo a Oliver Pimps per via delle sue orecchie.

“Lemutande hanno qualche piccola piega di troppo. D’ora in avanti provvederò iostesso a stirarle. Sempre che non si tratti di pelle raggrinzita.”

ANarcassonne si mormorava che il sedere di Josephine ne rivelasse le originiplebee, altro che duchessa. Josephine lo sapeva.

L’idilliofu interrotto dall’arrivo trafelato di Armand .

“SeiOliver Pimps, non è vero? Fatto buon viaggio? Un goccio di vino tirimetterà  vispo e arzillo.”

OliverPimps osservava Armand in uno strano silenzio.

“Cosati succede, Oliver Pimps? Forse dovresti assaggiare la zuppa calda diJosephine.”

“Col  vostro permesso, signore, portate scarpe nerecon cappello marrone.”

“Miocaro ragazzo, qui in Francia usiamo scarpe nere.  Ma non voglio rattristarti- Cambierò cappello.”

“Colvostro permesso, signore,  nonmetterei  una cravatta verde su unacamicia blu.”

Cravatte al rogo

Bruciavanonel fuoco, rosse di vergogna, le cravatte di Armand condannate da Oliver Pimpscome inappropriate. Nello studio Armand attizzava il fuoco del caminetto. OliverPimps eseguiva la sentenza,  prelevandola colpevole da un cestinello. Attenti al loro lavoro e con le spalle allaporta, i due birbantelli non si accorsero che la porta si apriva per lasciarentrare Margherite.

“Armand,posso chiederti cosa stai facendo con le cravatte che ti ho regalato?”

Armandfarfuglia e lascia la parola a Oliver Pimps.

“Conil permesso della signora contessa posso spiegare ogni cosa. La scelta dellecravatte per il conte Armand fa parte del mio incarico. Ho ritenuto che ipallini gialli in campo blu, per fare un esempio, non fossero appropriati. Lostesso potrei dire per le paperelle rosse in campo bianco. Insomma ognicravatta esclusa aveva la sua pena. Prego la signora contessa di non acquistarealtre cravatte per il conte Armand.”

Attento,Oliver Pimps, non vedi il fumo che esce dalla orecchie di Margherite?

“Armand,questo tuo lampione con le orecchie a cartoccio molesta la nostra cuocaJosephine. Pretende di stirarle le mutande. Al mattino, pretende due uovafritte nel burro con aggiunta di pancetta. Josephine è molto turbata.”

Avanti,Armand, difendi il tuo uomo.

“Margherite,noi a Narcassonne siamo provinciali, dobbiamo accettare nuovi usi e costumi-“

“Armand,il tuo Oliver Pimps , non ha ambizioni solo nel campo delle cravatte. Eglispazia anche nel campo delle mutande femminili. Ha avuto l’ardire di sollevarmi le sottane col pretesto di controllarese le mie mutande erano ben stirate. Ora tu devi spiegargli che noi donne qui aNarcassonne sappiamo come stirare le nostre mutande. Se lui si attenta ancora asollevarmi la gonna, gli infilzo da dietro la punta dell’ombrello e lo spingofino al porto, dove potrà prendere un battello e tornarsene a casa.”

OliverPimps non disse una parola. In silenzio prese la porta, scese in giardino e sinascose tra le fronde di un folto albero.

AmazonKobo Lulu  Appple

LeMemorie di Margherite Dupont Soleil

CopyrightJohn Gerard Sapodilla





permalink | inviato da SAPODILLA il 8/1/2019 alle 12:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



22 dicembre 2018

I libri e gli ebook di Sapodilla

gli ebook di John Gerard Sapodilla sono in vendita (download) su
Amazon 
Kobo
Apple
Barnes Noble
Smashwords 

e tutti gli altri ebookstore

La versione stampata su
Lulu.com

La Vittima Sconosciuta
Rosa e Ferdinando
Le Avventure di Margherite Dupont Soleil
Sigaro Avana 




permalink | inviato da SAPODILLA il 22/12/2018 alle 14:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



6 settembre 2018

Mutande di seta

Unadelle ammiratrici del tenero angioletto Julien era Madame Henriette de LaChastre, purtroppo un giorno il suo consorte le aveva proposto una lunga lunadi miele in giro per il mondo. e lei non era stata in condizione di rifiutare.Giovane ballerinetta di terza fila, con una paga miserabile, Henriette si erasentita proporre il matrimonio da un ricco proprietario terriero, il torbidosignor dr La Chastre. Come rifiutare?

Dopoqualche anno lei aveva finalmente fatto ritorno a Narcassonne r aveva incontratoJulien.

“Julien,sei diventato alto come il mio povero marito. Lui è caduto una nottenell’Oceano Atlantico e io non avevo niente di nero da mettere. Ma tu hai la camicia lisa e i pantaloni rattoppati. Il conte Dupont Soleil sperpera tutto il denaro e non ti consente di vestire in modo appropriato. Devi assolutamenteprovare il corredo lasciato dal signor de La Chastre.”

Nellavilla La Chastre Henriette aveva svestito, rivestito e svestito Julien.

“Julien,il vento dell’Oceano deve avermi procurato un reumatismo. Non vorrestimassaggiarmi la schiena?”

Siera tolta la camicetta.

“Julien,le tue mani sono calde e lievi. Non vorresti massaggiarmi anche le cosce?”

Aveva lasciato cadere le sottane.

“Julien,ti piace il mio sedere?”

Luisi era chinato a baciarglielo e lei aveva presso a sculettare. Julien l’avevadistesa sul letto a pancia in su e la baciava tra le cosce. Poi si era fermato.

“Henriette,si è fatto tardi. Devo rientrare altrimenti mi saranno fatte domande.”

Leigli aveva piantato le unghie tra i riccioli.

“Tifarò accompagnare con una cassa di bottiglie di vini della mia cantina.”

Piùtardi il conte Dupont Soleil in presenza di Julien aveva stappato una dellebottiglie e ne aveva tracannato un buon quarto.

“Saraistanco, Julien, ritirati e comanda per me una brocca e un calice di cristallo.”

 

Ilservizio segreto Giacobino aveva sussurrato a Julien:

“Julien,siamo stati informati che alcune delle tue nobili ammiratrici pretendono diessere rivoluzionarie ma portano mutande con lo stemma dei Borbone. Prima diintervenire devi darci i loro nomi con certezza e le sgualdrinelle avranno ilmeritato castigo.”

MaJulien non fa la spia, anzi. Eccolo che corre ad avvertire le sue amiche, acominciare con Georgette, già contessa de La Doucederriere.

“Georgette,dammi le tue mutande.”

Leiè divertita ma perplessa:

“Vuoiun mio ricordo, Julien? Hai intenzione di lasciarmi? Ho un cassetto pieno dimutande di seta, prendi quelle che ti eccitano.”

“Georgette,il servizio segreto Giacobino ti sospetta e cerca prove contro di te. Devidarmi tutte le tue mutande, penderò io a distruggerle.”

“Eio cosa metterò? Le mutande di lana borghesi mi pizzicano mi fanno venire ilprurito.“

Maalla fine Georgette deve rassegnarsi e Julien la lascia senza mutande.

Comefarà Julien a distruggere le mutande di Georgette? Le brucia? Le tagliuzza? Mano, Julien l’astuto le vende alle sanculotte.

Lebrave e buone rivoluzionarie sanculotte sono affascinate dal fruscio dellaseta, ma il la paura di essere scoperte dai giacobini le terrorizza. Prendiamoper esempio Mariette Bonbouche.

“Julien,ti ringrazio per aver pensato a me, ma cosa sarà di me se il servizio segretoGiacobino mi scopre? Sarò messa in una carretta e scortata a Parigi fino agliinquisitori del Comitato Centrale.”

Julienil Mellifluo la rassicura:

“Suvvia,Mariette, a Narcassonne non facciamo queste cose orribili. Devi solo ricordartidi soffiare sulla candela quando ti togli le mutande. Nella notte scura tuttele mutande sono uguali. Infine potrai sempre dire che le mutande provengono dalsaccheggio della casa di un duca. Tu le indossi per dispregio.”

Mariettechiude gli occhi e le indossa.

“Comemi trovi, Julien?”

Juliendetesta i sederi larghi e volgari delle sanculotte, ma gli affari sono affari.

“Tislanciano le gambe.”

Vendute.





permalink | inviato da SAPODILLA il 6/9/2018 alle 9:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



1 luglio 2018

Soldo di Cacio

Soldo di Cacio

Ilsemaforo diventa rosso e una automobile senza la portiera dalla parte dellaguida fa cigolare i freni e si arresta all’incrocio. Soldo di Cacio scende dalmarciapiede col suo secchiello di acqua fresca pulita. Lei ha riempito ilsecchiello al fontanino e si dirige verso l’automobile con una spugnetta e unostraccino nell’ altra mano. Lei tenta di raggiungere il parabrezza, ma si rendeconto di essere ancora troppo piccola e allora va di fronte auto e comincia alavare con cura e attenzione i fanali.

Soldodi Cacio abita lì, vedete? In quella scatola di cartone sopra la griglia chesoffia aria calda; ma lei ha notato una automobile di lusso abbandonata senzail motore e pensa che potrà avere una nuova sistemazione, stare al riparo edormire sul morbido divanetto di velluto rosso.

Ilsemaforo diventa verde sena passare dal giallo perché i fili sono staccati.

©2017 J G Sapodilla





permalink | inviato da SAPODILLA il 1/7/2018 alle 13:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



1 luglio 2018

Soldo di Cacio


©2017 J G Sapodilla

da Sigaro Avana 

Selezione di Racconti Brevi

di prossima pubblicazione





permalink | inviato da SAPODILLA il 1/7/2018 alle 12:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



20 febbraio 2017

PIMPS

“Ti piaccionoi porci, Elisabeth?”

“Ilvolto paffuto e romantico di Lady Fannyflower si fa rosso peperone e la  costringe a agitare il ventaglio veneziano.Le sue amiche le hanno dato molti consigli su come affrontare un gentiluomo dicampagna incline alle perversioni.

“Suppongo,Algernoon, che un certo grado di divertimento sia di beneficio a un matrimonio durevole. Con una ragionevolemoderazione, potrei  aggiungere. Sonocerta che non hai intenzione di farmi saltellare nella biblioteca rivestita consolo penne di  gallina.”

Siamogiustappunto nella biblioteca di Sir Algernoon Everybottom. Pimps serve il tè eguarda con premuroso affetto  i duepiccioncini.




permalink | inviato da SAPODILLA il 20/2/2017 alle 6:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



11 settembre 2012

Cocaina e Pomodori

 

Allegro Israele. Cocaina e Pomodori
Copyright J G Sapodilla 2011
 
Mussah lavora come aiutante in un negozio di frutta e verdura.
- Ehi, oggi sono passato a comprare cetriolini e pomodori, ma Mussah non si è visto.
-  Infatti non lavora più in quel negozio di frutta e verdura.
-  Mi spiace, se ha perso il posto di lavoro. Mussah ha un talento unico nel saper scegliere il cocomero giusto nel mucchio, non ne trovi in giro tipi che lo sanno fare. E’ stato mandato via per qualche motivo?
- Piuttosto si è dovuto licenziare.
-  Forse il proprietario del negozio non gli vuole riconoscere un aumento di salario? Problemi del genere?
-  Ma no, il fatto è che il proprietario sniffa la droga e voleva che Mussah gli tenesse compagnia
-  Ma dimmi, Mussah è un nome arabo?
-  Si, giusto.
-  E il proprietario del negozio è arabo?
-  Ebreo.
-  Un ebreo che vuole sniffare cocaina con un arabo?
-  Non ti va? Dopotutto la ragazza di Mussah è una giovane ebrea convertita all'Islam per motivi personali, a Primavera si sposano al villaggio arabo di Mussah.
-  Il rabbino che dice di tutta questa storia?
-  Il rabbino mica può stare dietro a tutti.
In conclusione sarei dovuto andare al villaggio arabo, alla festa degli sposi Mussah e Yael, la ragazza ebrea che si converte per amore. Ma ho perso la mia occasione, quando Yael ha cominciato a dire che Mussah è un fannullone e un ubriacone, come fanno di solito le donne.
Mussah ha preso male tutta la storia, ma poi ha trovato un lavoro in un supermercato.




permalink | inviato da SAPODILLA il 11/9/2012 alle 14:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



4 agosto 2012

OLDSMOBILE

 

Oldsmobile
Qualcuno mi ha rubato l’automobile.
Humberto ha fatto di corsa la strada fino al posto di Polizia e tiene appoggiate le mani sul bancone del sergente per riprendere fiato. Il sergente si alza in piedi, posa il giornale e guarda Humberto.
− Per dio, mi hanno rubato l’automobileeee.
− E’ un affare serio, devo avvisare il colonnello Garcia – dice il sergente. Si sentono scricchiolare le sue scarpe sui gradini che portano al piano superiore.
− Colonnello, il signor Humberto dice che gli hanno rubato l’automobile.
− Fallo arrestare, mettilo in prigione − ordina il colonnello senza smettere di osservare Conchita a passeggio dall’altro lato della strada. La gente deve smettere di farsi rubare l’automobile e poi venire qui a romperci l’anima e riempire moduli.
Il sergente rimane immobile in mezzo alla stanza.
− E’ il signor Humberto Velarde, colonnello.
− Ah, Humberto, certamente. Vedi il mio cappello, sergente?
Il colonnello scende amabile i gradini. Humberto è un amico di famiglia, si dimentica sempre dove ha lasciato la sua Oldsmobile.
− Mi hanno rubato l’automobile.
Il colonello si esibisce nella sua parte preferita, l’umorismo surreale
− Sei venuto qui con la tua automobile? Prova a vedere se non è parcheggiata fuori.
Humberto si gira e se va, può contare ancora sull’aiuto della famiglia.
Il colonnello si torce un baffetto
− Ahi, Humberto. Forse hai lasciato la Oldsmobile al teatro di fronte all’uscita delle ballerine.
Di mio nonno, che io chiamavo Papapa, tutto si può dire ma non che non fosse distratto. Papapa era molto orgoglioso di questa distrazione, sapeva che sarebbe diventato uno scienziato o un inventore, se le circostanze fossero state diverse, e la distrazione era la prova. Tutti i grandi scienziati e inventori sono molto distratti, caramba.
 
Gli capitava sempre qualcosa. Un giorno esce con la sua Oldsmobile verde per comprare il pane. Quando viene fuori dal fornaio, va a comprare il giornale. Era domenica, una domenica di sole, Papapa se ne torna a casa inebriato dal profumo dei fiori e dai cinguetti degli uccellini di primavera. E così, dopo un piacevole mattinata a leggere notizie, mangiare pane e tamales con caffè, Papapa viene a pranzo con tutti noi. Quando ci alziamo da tavola, Papapa decide che non sarebbe una cattiva idea andarcene in automobile a prendere un gelato o un milkshake in quella famosa gelateria che era rimasta la stessa dagli anni Cinquanta. Ma quando siamo fuori l’automobile non c’è. Papapa si mette le mani sopra la testa
− Qualcuno mi ha rubato l’automobileee.
Ma nessuno di noi si agita e Papa, suo figlio, gli chiede in che posti è stato la mattina. E dopo qualche giro intorno al fornaio, ritroviamo la Oldsmobile dimenticata la mattina.


 




permalink | inviato da SAPODILLA il 4/8/2012 alle 20:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



30 agosto 2011

Pasqua senza pane

 

Ora so cosa significa la persecuzione religiosa. Venti giorni senza un pezzo di pane, una brioche, un biscotto e senza vera pasta di grano duro. Per i venti giorni della Pasqua ebraica non si devono mangiare prodotti fatti con farina, mi pare di aver capito. I rabbini ortodossi vanno per negozi e supermercati, appiccano il loro foglietto – Il rabbinato centrale di Israele dispone - e noi buoni cristiani siamo vittime.
In un eccesso di zelo, o per smaltire le scorte dice il diavolo, i gestori di alcuni supermercati coprono anche gli scaffali con i prodotti di importazione: addio passata di pomodoro Cirio, addio Heinz ketchup.
Infine in ogni evento si trova il lato positivo, infatti mangiare pane da queste parti è ogni giorno un castigo, pane ne sfornano in continuo in varie forme e formelle, con e senza zenzero, sempre colloso e stopposo.
 




permalink | inviato da SAPODILLA il 30/8/2011 alle 16:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



25 agosto 2011

MOOSHIE

 

J G Sapodilla
Mooshie
 
- Ti ricordi di Mooshie?
-Il tuo amico gay di Haifa? Vagamente. Che cosa è successo al buon Mooshie?
-Come sai, da queste parti ogni famiglia ebrea vuole che il figlio si sposi al più presto. E’ una tradizione religiosa, inoltre lo stato di Israele favorisce le famiglie numerose perché la popolazione  araba fa molti figli.
-Se continuate a questo modo presto in Israele ci sarà un esercito di soldati e un esercito di disoccupati. Continua con Mooshie.
 -Mooshie si trova in acque profonde. Mooshie si è sposato molto giovane e ha avuto due bambini, ma subito ha scoperto le sue vere inclinazioni  e ha divorziato. Adesso sua moglie si vede con un musulmano e ha intenzione di convertirsi all’Islam per sposarselo. Mooshie è disperato, perché i suoi bambini cresceranno in una casa musulmana, in un villaggio lontano da Haifa. E’ stato insieme ai suoi bambini tutta questa settimana, perché sua moglie è in viaggio in Turchia col suo nuovo partner, il tipo musulmano. La moglie di Mooshie ritorna domenica e si riprende i bambini. Mooshie mi ha chiamato in lacrime.
-Secondo la legge in Israele Mooshie ha il diritto di intervenire nell’educazione dei figli. Non è così?-
-Mooshie può chiedere che i suoi figli vadano in una scuola ebrea, ma non ha diritti sulla loro educazione nella futura casa della sua ex moglie. Ma questo non è tutto. Ho detto a Mooshie di andare a parlare col rabbino, per avere una guida e assistenza. Domani Mooshie va al Rabanut, oppure va al Sidur dopodomani durante lo Shabbath.
-Fammi sapere le risposte del rabbino, è una cosa che non mi devo perdere.
 -Ti farò sapere. Ma adesso sta a sentire questo. Se sei gay in Israele, non è contro la legge, ma è meglio che non vai in uno dei nostri villaggi arabi, perché ti ammazzano. Quando la polizia indaga, tutto il villaggio è d’accordo: nessuno ha visto, nessuno sa. Come vedi, non è conveniente essere gay e musulmano allo stesso tempo. Se poi sei ebreo e gay, non è proprio consigliabile entrare in uno dei nostri villaggi arabi, dove ti ammazzano due volte: una perché sei ebreo, una perché sei gay. Mooshie, se va a vedere i suoi bambini al villaggio, prima o poi lo ammazzano.
-Ma la moglie d Mooshie può essere obbligata a portagli i bambini in visita ad Haifa.
-Anche questo è un problema. Ad Haifa bambini verranno a sapere da persone o da altri bambini ebrei come stanno la cose e tornati al villaggio lo racconteranno ai bambini musulmani. Alla fine Mooshie sarà odiato dai suoi figli. Ora capisci in che pozzo è caduto Mooshie.
 
 
 
 
 
 
 




permalink | inviato da SAPODILLA il 25/8/2011 alle 8:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



23 agosto 2011

NASCITA DEL BRIGANTAGGIO NEL SUD

 

Giuseppe Garibaldi conquista il regno delle Due Sicilie e lo consegna a Vittorio Emanuele re del Piemonte. Molti giovani conquistati non vogliono far parte dell’esercito piemontese e si fanno briganti. Il breve racconto che segue è tratto da un diario dell’epoca.
 
Meglio briganti che arruolati dai Piemontesi.
La partita se la stanno giocando tra di loro, ma appena la situazione sarà più chiara se la prenderanno con noi.
Ferdinando Candela, tira giù la carta battendola sul tavolo in un gesto istintivo di rabbia e determinazione. Guarda negli occhi i compagni fermando il gioco con una mano e chiede attenzione.
Statemi bene a sentire e dopo penserete a giocare a briscola. Noi siamo qui a perdere tempo, mentre i capoccioni sul Comune stanno stabilendo come si devono comportare. La circolare che è arrivata tre giorni fa parla in modo esplicito. Tutti coloro che non fanno parte della guardia nazionale o che sono tornati come noi al paese dopo lo scioglimento dell’esercito borbonico saranno richiamati alle armi. Questo significa che andremo a morire o in guerra o in qualche ospedale. Con il Plebiscito di due mesi fa siamo diventati italiani e stavolta non è come le altre volte. Stavolta credo che non si torna più indietro. Però, anche se non capisco molto di politica, è facile intuire che Franceschiello per tornare sul trono di Napoli muoverà i suoi amici e parenti in Europa, anche il Papa a Roma come si dice in giro. Questo significa che l’Italia per difendersi ha bisogno di molti soldati da mandare al macello e li prenderà proprio qui da noi . Se non decidiamo alla svelta, ci troveremo a marciare con un fucile puntato nella schiena.
Pietro De Feo gli mette la mano sulla spalla.
Ferdinà, non ti crucciare, giochiamoci questa bottiglia di vino a “sotto e padrone”, poi penseremo al da farsi. Oggi è domenica e tra poco è Natale. Questi non faranno niente, penseranno solo a mangiare. Se ne parla a anno nuovo.
Caro Pietrillo, ti sbagli, e questo sbaglio rischiamo di pagarlo caro. Giochiamo pure, ma se non decidiamo cosa fare alla svelta, faremo la fine del carbonaro senza carbone. Io sono dell’opinione che bisogna nascondersi, scappare sulle montagne ed attendere gli eventi. Se tornano i Borbone siamo a piedi e a cavallo, in caso contrario voglio morire libero piuttosto che povero e braccato.
Elia Petito interviene nella discussione e trattenendo a stento un moto di stizza riprende i due interlocutori
− Ma come? Ero venuto a passare questa domenica per dimenticare i miei guai e voi me la rovinate con le vostre chiacchiere di uccelli del malaugurio. Sappiamo benissimo che il nostro futuro è nero. Ma almeno oggi lasciatemelo godere in santa pace. Anzi sapete che vi dico ? mi avete rotto le scatole. Me ne vado.
Chiama Nicola Montefusco e Vincenzo Pisacreta e li invita ad andarsene con lui. I toni della voci hanno creato un silenzio irreale e tutti gli avventori della Cantina osservano da alcuni minuti l’animata discussione. Una malcelata paura s’impadronisce degli astanti. Sanno che quelli sono i peggiori del Freddano e che quando si arrabbiano sono capaci di tutto, e sanno anche che in caso di rissa le guardie nazionali hanno l’ordine di sparare per evitare disordini che possano turbare l’ordine pubblico, soprattutto oggi che è Domenica ed il gioco a carte è proibito. Nessuno vuole avere a che fare con la legge, che quando ti prende non ti lascia più andare, e che ti perseguita anche per un parente arrestato in passato. Tutti tirano un sospiro di sollievo solo quando vedono il gruppo uscire seguendo il loro compagno.
Alessandro Picone se li trova davanti mentre sta rincasando dal posto di guardia, dove aveva svolto il suo turno di Nazionale. Non ha molta voglia di parlare, anche perché Ferdinando Candela gli è sostanzialmente antipatico, e si limita a salutare il gruppo, che dimentico dal nervosismo di prima, si diverte a tirarsi palle di neve e a buttarsi nel manto bianco con la schiena e le gambe divaricate per poi controllare chi ha lasciato il “ritratto” più nitido. Il loro modo di fare ad Alessandro non va proprio giù, e aveva detto mille volte al fratello Luigi di non frequentarli più, perché l’intuito gli diceva che avrebbero fatto una brutta fine, violenti e ladri come erano.
E in effetti se potesse sentire quello che si stanno dicendo, non avrebbe di certo gioito.
Ferdinà, sono stanco di tornare a zappare la terra in attesa che i marpioni della piazza decidano di richiamarmi alle armi. Ci sono tanti fessi in giro pieni di soldi, soprattutto nei paesi vicini ed in campagna. Se ce li prendiamo noi, potremo nasconderli da qualche parte e fare poi la bella vita. Tanto in questa confusione chi vuoi che si accorga di noi .
Le parole di Pietro De Feo spezzano l’aria festosa che regnava nel gruppo e la risposta di uno del gruppo non tarda ad arrivare.
 Bravo Pietro, hai avuto il coraggio di dire quello che ognuno di noi pensa da tempo. Sono sicuro che tutti siete d’accordo come me. Da questo momento individuiamo i pollastri da spennare e passiamo all’azione. Noi cinque bastiamo. Se vuole, può aggiungersi Luigi Picone, fratello permettendo, e se me lo consentite voglio scegliere a capo Giuseppe Nardiello. Mi ha chiesto varie volte di aiutarlo nei suoi lavoretti, e gli ho sempre risposto di no, ma stavolta è diverso. Non abbiamo scelta. Se riusciamo a mettere qualcosa da parte, soldi e roba da mangiare, abbiamo la possibilità di sopravvivere quando saremo costretti a fuggire sulle montagne, in caso di richiamo per la guerra.
Allunga la mano in attesa di consenso e ben presto tutti gli altri poggiano la loro mano sulla sua in segno di solidarietà e giuramento. Si guardano negli occhi con un misto di paura e rabbia, sanno di imboccare una via pericolosa e forse senza ritorno, ma la fame è così forte che stare ad aspettare un destino infame e senza speranze è come un morire senza dignità.
 
j g sapodilla   WWW.SMASHWORDS.COM




permalink | inviato da SAPODILLA il 23/8/2011 alle 7:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



3 maggio 2011

VIVA VERDI

 

       I fazzolettini ricamati, intrisi di essenza di violetta e lacrime di gioia, sventolano verso il palcoscenico nelle mani aristocratiche delle dame milanesi. Prima un lungo applauso e poi il grido di Viva Verdi si leva dai velluti dei palchi, dalle poltrone, dal sudore povero del loggione. E' appena terminato il coro 'O mia patria si bella e perduta ' . Le bianche uniforme degli ufficiali austriaci a un cenno imperioso del Maresciallo Radetsky si dirigono verso le uscite del Teatro alla Scala, perché Viva Verdi significa Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia. Il Maestro Giuseppe Verdi sul podio rappresenta la sperata unità d'Italia, la cacciata degli austriaci da Milano, per questo che i fazzolettini ricamati sventolano verso il podio. Per la verità, dietro a un grande ventaglio veneziano due occhioni neri guardano in direzione di un biondo tenentino austriaco che si è girato per ammirarla , e la mano della giovane dama, presa dall'emozione, pare sventolare dalla parte sbagliata.
Il Maestro Giuseppe Verdi si volge al pubblico adorante, si inchina, sembra godersi il successo. Ma i pensieri di un genio sono imprevedibili.
La bacchetta si agita e l’orchestra suona dove il baiocco tintinna, dove si ama la bella musica. La memoria di Giuseppe Verdi torna a quel 1848, quando la  Corte di  Ferdinando di Borbone re delle  Due Sicilie gli fa giungere discretamente un invito a comporre l'inno al re. Un gran re quel Ferdinando, gran signore, altro che questo zotico di Vittorio Emanuele piemontese, che di musica capisce solo la tromba della Sveglia e della Zuppa. Consoliamoci che almeno questa Unità d'Italia ci toglierà di mezzo lo stato pontificio con preti e monache.
Questo pensa Giuseppe Verdi, il Cigno di Busseto, sorridente al pubblico dei liberali aristocratici e benestanti di Milano e agli studenti esaltati del loggione.




permalink | inviato da SAPODILLA il 3/5/2011 alle 16:45 | Versione per la stampa



1 maggio 2011

LA PRINCIPESSA HA PERSO LA TESTA

 

 
 La principessa ha perso la testa, dove metterà la corona, se sposa un re?
- Madre mia, ho perso la testa.- La principessa è davvero disperata, ma la regna madre la vuole uccidere. 
-Vuoi dunque condurci alla rovina, figlia mia disgraziata? Non sai che sei destinata al Rajah di Banga-Loor? Faremo uccidere l’uomo che ti ha lusingata. Dimmi subito il suo nome. Uno dei servi che ti accompagna al mercato? Un mercante straniero di tappeti?
- Madre mia, allora non capisci? Io ho perso la testa.
La madre sorride sprezzante. – Ci penserò io a fartela ritrovare, non devi stare in angoscia. E adesso devi dirmi dove è successo.
- E’ stato al lago, madre mia, le mie amiche mi hanno preso sulla loro barca e a un tratto mi è parso di sentire il guizzo di un pesce.
- E dunque? Chi è arrivato?
- Nessuno è arrivato. Mi sono voluta sporgere per osservare l’acqua, ma ho visto solo il mio riflesso senza la testa.




permalink | inviato da SAPODILLA il 1/5/2011 alle 21:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



30 aprile 2011

GALLINE MISSIONARIE

 

                                                           GALLINE MISSIONARIE
Più volte abbiamo accennato al fatto che sul  Lago il pasto preferito dei Coccodrilli erano le Galline, ma da dove venivano questi animali insoliti per quei luoghi?  Ebbene, esse erano le Beate Sorelle del Sacro Chicco di Granoturco, venute al Lago per assistere un missionario nella diffusione della verità e della fede.
Esse s’erano ormai mille e mille volte pentite di essersi convinte a venir qui nel Paese Tropicale, dietro al missionario. Oh come le aveva incantate bene monsignor Tacchino, per convincerle a partire. Con voce suadente a faconda, egli narrava loro di come avrebbero potute leggere i testi sacri persino agli Elefanti, animali densi di pensiero filosofico antico. Di come avrebbero potuto convertire al pensiero cristiano le belve più feroci, e gran rimerito ne sarebbe venuto all’Ordine del Granoturco. Di come avrebbero potuto metter su una scuola per insegnare il catechismo alle bestie. Di come, esssendovi nel Paese Tropicale tanto spazio, ognuna di loro, col tempo s’intende,  avrebbe potuto avere il suo convento e divenir Gallina Priora. E poi il bel viaggio per mare e i larghi orti dove razzolare. Insomma un futuro di meraviglie, in un luogo dove i miscredenti da convertire crescevano a grappoli sui rami e non aspettavano che loro, Beate Sorelle Galline, per cader maturi nelle mani della fede.
Una volta sbarcate e arrivate alla loro destinazione, il Lago giustappunto,  le Beate Sorelle ebbero una rapida illusione e una ancora più rapida disillusione. Oh, l’incanto del raggio di sole che prende un colore diverso saettando di foglia in foglia, e  il piccolo campo ove il missionario decise di erigere la nuova chiesa, così piena di lombrichi d’ogni sorta mai visti prima d’ora. Ma la felicità, o almeno la vita tranquilla, durano il tempo di un sospiro.
Non  appena s’affacciarono sul Lago, le Sorelle furono accolte da un moltitudine di  scimmiette che parevano avide di apprendere la verità e convertirsi, tanto è che vollero subito avere in mano i sacri testi, tendendo avide e curiose manine. Ma non appena ne ebbero masticato qualche pagina, le piccole malvage presero a tirare i volumi ben  rilegati sulle teste delle Beate Sorelle, tra smorfie di riprovevole  disgusto.
Intanto dietro le canne che crescono nelle acque placide del Lago, occhi curiosi e interessati spiano le nuove arrivate, le Beate Sorelle erano state notate dai Coccodrilli, in specie le più pienotte.  A una di loro sembrò che un Coccodrillo la chiamasse  con gli occhi umidi, come se avesse bisogno di lei. La sventurata si avvicinò e rispose al muto sguardo:
- Quale religione pratichi? Sei forse un seguace di Maometto?
- Sono agnostico - rispose il Coccodrillo – ma avvicinati un poco, che le parole mi giungono confuse.
La Gallina fece qualche passetto avanti e invano la cercarono per molti giorni. E non fu la sola a sparire. Prese dal terrore, le Galline cercarono scampo nella chiesa, ma il missionario le respinse fuori, parlando di martirio e altre cose simili.
Ma come potete intuire, questo loro andare al martirio, a causa dei problemi che avevano coi Coccodrilli,  aveva  alla fine spezzato la loro ferma volontà e certo sarebbero fuggite se avessero saputo ove andare. Ormai esse non pensavano  che a se stesse e alla loro salvezza, invece che a quella delle anime dei Coccodrilli miscredenti. Le Galline si tenevano ora alla larga dal Lago e invano il missionario le incitava ‘Felici coloro che saranno mangiate dai Coccodrilli, perché diverranno Beate Sorelle’.
 
  
 
 




permalink | inviato da SAPODILLA il 30/4/2011 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



26 aprile 2011

TRILOGIA DI GALLINE

 

                            
                                                                    
                                                          IL BRODO DI CAMILLA
 
Il giovane Peppino è stato assunto come cameriere di sala da appena un giorno, grazie a un zio che un tempo era capocameriere. La divisa è di recupero e i calzoni gli lasciano scoperte le caviglie con sua grande vergogna, Peppino è alto e magro una figura che poco si addice a un cameriere,
Spinto dal destino e da un cliente crudele, Peppino entra nella cucina e cerca di parlare con tono deciso, ma né il cuoco né le pentole lo prendono in considerazione.
- L’ultimo cliente, quello che ha chiesto brodo di pollo, si lamenta.
Silenzio.
- Il cliente dice che il brodo è acido.
Il cuoco gli risponde senza neppure smettere di battere la carne sul legno.
- Riprenditi il piatto e portalo qui, aggiungi una grattatina fine di buccia di limone., rimescola bene, riversa su una fondina calda e riportagli il suo brodo. Digli che abbiamo usato un’altra gallina.
Ma qualcuno era in ascolto, in quell’istante arrivano strani rumori dalla pentola sul fuoco, come di un’anima inquieta che si aggrappa al bordo per aiutarsi uscir fuori. 
Tutta l’attenzione è ora per la pentola, ne esce fuori la gallina Camilla, tutta bagnata ma soprattutto infuriata.
-Chi è quello stecco? - chiede al cuoco.
Peppino cerca di allungarsi i calzoni in basso.
-Sono Peppino, il nuovo cameriere, mio zio era capocameriere un tempo in questo locale.
-Vedo, vedo, un artista di famiglia,- gli risponde sarcastica Camilla, che poi riprende col cuoco:
-A quanto pare questo palo della luce si fa mettere i piedi in testa dai clienti, andiamo a risolvere questo problema.
Nessuno prova a fermarla, inorridito il cuoco fa volare uno straccio bianco verso le mani di Peppino.
- Coprila! Non può entrare in sala in quello stato.
Ora Camilla fronteggia il cliente.
- Signore, permette che mi sieda al suo tavolo?
Il cliente continua a leggere il giornale e risponde per cortesia.
- Ho chiesto un brodo non una gallina.
Camilla è già saltata sul tavolo e si è messa comoda.
- Sento dire in giro che il brodo che le hanno portato non è di suo gradimento.
Il cliente capisce che si è cacciato in un guaio, come se non bastassero le cattive notizie del giornale, bisogna trovare il modo di liberarsi di questa importuna, ci mancava solo ls gallina. Cerca di svicolare:
- Temo lei si sbagli con un altro cliente.
Camilla freme, batte e ribatte sul tavolo il tridente della zampetta sinistra. Un bicchiere pieno oscilla e Peppino preso dal terrore riesce ad afferrarlo prima che spruzzi il vino bianco sulla camicia del cliente. Cosa dirà allo zio se viene licenziato il primo giorno?
Camilla ora è in tempesta:
- Caro signore, noi facciamo brodo dal tempo delle invasioni barbariche, mia madre, mia nonna, tutte le altre prima di loro.
Il cliente sospira ma cerca di sorridere umile:
- Suvvia cara, si è trattato di un malinteso, e poi lei è troppo giovane per fare un buon brodo.
Camilla è colpita, cerca di darsi un contegno:
- Ebbene signore, vedo che lei è un gentiluomo, accetto le sue scuse.
Il cuoco vede rientrare in cucina una Camilla trasognata, le fa cenno di rientrare nella pentola, lei sorride e scuote la testa, poi va alla ricerca di uno specchio.
 
 
 
                                 
                                                                         CON PATATE ARROSTO
 
Il cameriere entrò di furia sbattendo le due mezze porte della cucina, la sala ristorante era piena di tipi e tipe affamati.
- Una coscia di pollo con patate arrosto - gridò al cuoco.
Il cuoco lasciò sospeso a mezz’aria il coltellaccio con cui stava tagliando le bistecche con l’osso.
- Gli diamo un qualcosa di surgelato?- chiese calmo al cameriere.
- Niente da fare. E’ il cliente con l’orologio a carillon, Paperone grandi mance. Gli devi dare qualcosa di fresco.
Il cuoco si guardò attorno perplesso, notò la tartaruga che si limava le unghie, rovesciata al sole sotto la finestra. La tartaruga fece cenno al cuoco di guardare sotto la sedia impagliata. A questo punto la gallina decise che era meglio uscire allo scoperto, si mosse zoppicando con una gamba sola e la stampella, lo sguardo torvo.
Il cuoco non si lasciò impressionare e fece subito notare alla gallina come stavano le cose.  
- Al cliente piacciono le tue cosce, sei pagata per questo, devi accontentarlo.
La gallina si fece ancora più torva e indicò la stampella.
- Cuoco della mia pasta scotta, non vedi che mi è rimasta una coscia sola? Come farò a camminare?
Il cuoco prese ad affilare il coltellaccio e le rispose indifferente.
-Ti compreremo una carrozzella elettrica.
In quel momento rientrò il cameriere con un altro ordine.
- Un brodo.
Il cuoco si guardò di nuovo intorno e fece attenzione al fischio della tartaruga che gli indicava la posizione della gallina con la limetta per le unghie. Rasente al muro la gallina cercava di svignarsela dalla cucina. Ma il cameriere non aveva finito l’ordine.
- Un brodo di tartaruga.
La tartaruga continuò a limarsi le unghie. La cosa non la riguardava, lei era l’anima e la memoria storica del ristorante. Era entrata bambina col fondatore, un tipo tosto coi grandi baffi e la bombetta sempre in testa. Il frigo era pieno di tartarughe surgelate, gente da poco, il cuoco si arrangiasse al meglio.
- Gli diamo un qualcosa di surgelato? – chiese il cuoco al cameriere.
- No. Definitivamente. Il brodino è per la bambola che è arrivata e si è seduta di fronte a Paperone. Ci vuole roba fresca.
La tartaruga impugnò la limetta con forza, aveva già sentito in giro queste storie di ingratitudine.
-Vammi a prendere la tartaruga, ho da fare.- Ordinò il cuoco al cameriere. E gli porse una pentola mezza piena d’acqua.
La tartaruga guardò tutti con disprezzo e maledisse il momento in cui si era lasciata girare sul guscio. Sulle quattro zampe avrebbe potuto trovare un buco dove infilarsi.
Il cameriere la depose nella pentola. Lei evitò di guardarlo, ma lui picchiò sul guscio con un dito.
- Ehy sorella era uno scherzo, vieni fuori.

Lei contrasse tutti i tendini, si girò come furia e morse il dito del cameriere.   

 

 

 

         
                                                                              DUE UOVA FRITTE
 
: - Due uova fritte, ma fresche.- Disse arcigno il cliente.
 
- Questo é il miglior ristorante in città.- Sorrise Anselmo il cameriere.
 
Con la sua miserabile paga e con le umiliazioni sofferte dal capocameriere, Anselmo era tuttora inebriato dal fatto di essere stato accettato al Miramare-San Giorgio, e aveva sempre evitato le amicizie con i camerieri di trattoria.
 
Dalla cucina arrivava la voce del cuoco, parlava al telefono con il fornitore di frutta di importazione. Veloce e silenzioso Anselmo entrò in cucina e passò l'ordine al cuoco con un cenno convenzionale che significava 'Stai attento cuoco, questo é cliente da cento euro di mancia".
 
Il cuoco mise la padella sulla brace, poi aprì lo sportellino della stia. Le galline finsero indifferenza, ma smisero di beccare il granoturco e si guardarono l'un l'altra di traverso.
 
Il cuoco scelse Maria, le reiette ripresero a beccare il granoturco con furia crudele. Maria fu posta a sedere sulla padella con grande attenzione e depose due uova fritte.
 
Anselmo servì le due uova in una nuvola di burro, con una fetta di pagnotta cotta al forno a legna, come si conviene.
 




permalink | inviato da SAPODILLA il 26/4/2011 alle 22:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



23 aprile 2011

PASQUA 1861

J G SAPODILLA

 
Alessandro Sarno sa che, se non si muove lui, la tradizionale scampagnata di Pasquetta si risolverà in niente e sarebbe un vero peccato non godersi l’ultimo giorno di vacanza prima di tornare a Napoli a studiare. Questa Pasquetta è certamente particolare, viverla da italiano è un’esperienza unica entusiasmante. Mentre scende per il Campanaro dirigendosi al Freddano a chiamare l’amico Vincenzo, Pasquale, torna con la mente agli avvenimenti degli ultimi mesi.
 
Come dimenticare quel 7 Settembre 1860 a Napoli? non aveva chiuso occhio per tutta la notte, e la finestra lasciata apposta aperta portava l’eco dei colpi di cannone in lontananza. Le notizie che circolavano negli ambienti universitari, circa l’arrivo di Garibaldi a Napoli, trovano conferma, infatti a prima mattina sarebbe arrivato a Palazzo Reale per prendere possesso della città. La scena del dittatore che percorre le vie tra ali di folla gli rimbomba nella mente e gli procura ancora brividi di entusiasmo e di determinazione. Alessandro Sarno è imbevuto di idee progressiste e liberali come una spugna nuova. Si sente Giuseppe Mazzini esule incompreso e Bruto che pugnala Cesare il liberticida.
 
- Come è possibile che esistano persone incapaci di capire la portata di questo momento, che sicuramente resterà nei secoli come espressione di libertà e di democrazia? La fine del Re Bomba con il suo governo dovrebbe essere salutata con esultanza, invece resistono rimasugli del passato che vogliono bloccare il progresso.-
 
Qualcuno, che conosce bene la sua abitudine di parlarsi da solo, sta seguendo il nostro idealista, con un sorriso scettico e divertito.
 
 - Sei sempre il solito sognatore, Don Alessandro - la voce di Vincenzo sembra provenire da lontano e lo riporta alla realtà di un mattino tranquillo e freddo.- A che stai pensando, a Garibaldi o a Mazzini? Lo so che sono i tuoi eroi, i tuoi chiodi fissi, ma per oggi lasciali in pace, falli riposare tranquilli. Piuttosto dobbiamo fare le ultime spese perché manca il pane e il castrato per il pranzo. Ho fatto preparare la carrozza di mio padre, metteremo tutto dentro, perché Tortoricolo è lontano e a piedi non ci voglio arrivare. Gli altri della comitiva tardano e come al solito devo pensare a tutto io, poi mi diranno che sono pignolo e pedante.-
 
 - Caro Vincendo, amico mio, sei l’unico che mi capisce in questo paese di incolti e maligni. Un uomo come te è sprecato a perdersi in un posto come questo. Devi avere il coraggio di andartene e aprire una farmacia nella capitale, voglio dire ex capitale, a Napoli.-
 
- Alessandro, non aprire una ferita che sanguina e duole. Sai benissimo le sventure di mio padre. È dal 1850 che è controllato dalla polizia e in questi dieci anni, è stato maltrattato, vituperato,. Lo hanno preso di mira nel suo lavoro, nelle sue proprietà. Quanti processi ha dovuto subire. Oggi non abbiamo nemmeno gli occhi per piangere e se riuscirò a laurearmi in Farmacia è frutto di sacrifici immani. D’altronde quante volte hai dovuto tu pagarmi il teatro a Napoli o una cena in qualche ristorante di Posillipo. Anche tuo padre Salvatore è stato maltrattato, ma per fortuna è riuscito a mantenersi le proprietà; l’appartamento che ti ha comprato in via Duomo a Napoli ti servirà per la futura professione di avvocato, te lo meriti perché hai tutte le qualità per arrivare nel difficile mondo della giurisprudenza. Ma bando alle chiacchiere, oggi mi voglio proprio divertire e non pensare a niente. Ho contato, siamo in diciotto alla scampagnata, non manca proprio nessuno.-
 
Si avviano speditamente al Freddano a preparare gli ultimi ritocchi per il pranzo di Pasquarella.
 
Qualcuno li ha guardati passeggiare e appare preoccupato e pensieroso. Dietro la finestra della sua cucina, Don Nunzio Pasquale, padre di Vincenzo, ha l’aria di chi le ha viste tutte, ma il suo sguardo corrucciato prelude a situazioni gravi e piene di incognite. Ci si può liberare di tutto ma non dei ricordi. È la stessa scena del ‘48, ampliata mille volte. Allora i Borbone avevano fatto finta di cedere alle richieste di riforme e una nuova ventata di ottimismo aveva percorso le strade del Regno delle Due Sicilie. Ma era stato fuoco di paglia. Se lo ricorda bene, Don Nunzio, perché era Sindaco proprio dal ‘48 al ‘50, anno in cui comincio la repressione che lo investì in pieno. I Borbonici spinti dalla paura o dalla furbizia avevano finto e promesso di far sbocciare il fiore della libertà, poi avevano tagliato i gambi. Più lo avevano fatto parlare più lo avevano punito, più si era dimostrato liberale più lo avevano perseguitato. Quegli infami se li era scrollati di dosso solo col decreto del Luglio 1860, dopo dieci lunghi penosi anni. Oggi i Borbonici sono rintanati nella Fortezza di Gaeta, circondati e pare senza scampo. Ma i Borbone sono duri a morire, magari ritorneranno, e più feroci di prima, come nel 1799 dopo la sconfitta dei Francesi da parte delle bande del Cardinal Ruffo, o nel 1815 alla caduta di Napoleone. Saremo perseguitati e derisi ancora. Sarà un bagno di sangue, forse si salveranno solo i soliti camaleonti. Chiama la serva Anna, come a scuotersi dalle sue riflessioni, e la manda ad avvertire Don Salvatore Sarno, il padre del giovane Alessandro, che c’erano stati strani movimenti di ex soldati borbonici sbandati e renitenti alla leva verso Cruci e che stesse attento, come Ufficiale della Guardia Nazionale, a far pattugliare il territorio in quel giorno per evitare guai ai figli che noncuranti del pericolo volevano passare una giornata allegra in compagnia degli amici.
 
Mentre dalla finestra osserva la donna che si avvia verso la Piazza, incrocia con lo sguardo Alessandro Picone che sta ritornando a casa e istintivamente cala gli occhi per non salutarlo. Non lo odia, ma sa che sta sbagliando di grosso ad accanirsi contro il Nuovo Ordine di cose che ha portato all’Unità d’Italia. Tipico volturarese analfabeta e arrampicatore, che non si cura di diventare italiano e liberale, ma guarda solo agli interessi spiccioli e immediati. Possidente ma incolto, capace ma improvvido e istintivo. Se avesse avuto voglia di studiare, e qualche anno fa poteva permetterselo, avrebbe capito che solo nella cultura c’è il progresso e nel progresso la libertà dall’assolutismo borbonico e dalle aberrazioni della Polizia. Invece oggi è il fautore del passato regime credendolo nuovo ed è pericoloso per sé e per gli altri. Dio non voglia il ritorno di Franceschiello, questo vorrà fare il Capourbano e userà i moschetti al posto della vanga.
 
Riesce a vedere fino al ponte del Freddano e l’animazione che c’è, in Piazza, gli fa capire che è meglio rimettersi vicino al fuoco a fumare la pipa, senza pensare a nulla, distaccandosi da una realtà che gli crea solo sofferenza.
 
È una giornata strana, in cui si intrecciano situazioni diverse in un momento storico particolare. Le voci di una possibile rivolta popolare imminente mettono in movimento tutte le Guardie Nazionali che perlustrano il paese. La tensione è palpabile negli sguardi di tutti. Tra gli opposti schieramenti ognuno evita qualsiasi tipo di provocazione, che potrebbe sfociare da un momento all’altro in alterchi o scontri fisici difficili da controllare.
 
Qualche scalmanato prendendo coraggio inveisce contro il posto della Guardia Nazionale, ma gli ordini da Avellino sono di non rispondere a nessuna provocazione verbale per non far degenerare una situazione che non assicurerebbe un intervento militare immediato per mancanza di uomini. I campagnuoli sembrano estranei allo svolgersi degli eventi, ma si sa che sotto sotto tutti hanno caricato il fucile o per attaccare la Guardia Nazionale o per difendersi da attacchi improvvisi di sbandati che girovagano senza meta e senza cibo.
 
Stanotte o domani ci potrebbe essere l’ora in cui nessuno comanda, l’ora dei lupi: le truppe Borboniche sono in fuga, le Guardie Nazionali non ancora in arrivo in forze da Avellino, chi ha subito offesa potrebbe alzare il fucile e tirare, quasi certo di restare impunito. Per questo si sta riuniti in branchi o non si esce di casa.
 
 La notizia che in mattinata a Montella, in pubblica Piazza, il disertore capobrigante Cicco Cianco ha ucciso un compaesano, che aveva avuto il solo torto di contraddirlo, senza essere poi arrestato, fa intuire ai filoborbonici le enormi difficoltà in cui si trovano le Guardie Nazionali, che hanno paura e pensano solo a salvarsi la pelle in un clima di incertezza assoluta. La riunione tra gli ufficiali nel posto di guardia serve a creare un piano di ordine pubblico per la giornata che si presenta di difficile controllo, prima di raggiungere le famiglie che non vogliono rinunciare alla scampagnata, senza curarsi o forse senza nemmeno capire troppo i pericoli incombenti.
 
Don Leonardo dà le ultime disposizioni, organizzando una decina di pattuglie che gireranno sul territorio, con un occhio di riguardo per le zone a rischio, dove stazioneranno alcune guardie armate: precisamente alla Masseria Vecchi, in contrada Occhielli, dove pranzeranno il Sindaco e i familiari, a Cruci alla Masseria Masucci e a Tortoricolo dai Pasquale dove si incontrano tutti gli studenti del paese. L’ordine è di sparare solo in caso di attacco armato, di non rispondere alle offese verbali e di non accettare di bere vino nel controllo dei gruppi di gitanti.
 
Le persone che passano in Piazza chinano la testa come a non salutare e, alla domanda di qualche esagitato filoborbonico che chiede loro “viva a chi?’, la risposta ricorrente è “viva a chi comanda”, con una sorta di rassegnazione e di paura. Non ci si vuole compromettere neanche con un saluto dato o negato: è troppo pericoloso, quando non si conosce ancora il nome del vincitore. Pochi sono quelli schierati apertamente e le provocazioni innescano scene preoccupanti di invettive e maledizioni reciproche. Solo la paura verso gli ufficiali che sono conosciuti come caratterialmente terribili serve da deterrente a situazioni che sembrano esplosive. La paura di essere arrestati per offese allo Stato mantiene una calma apparente ma pericolosa.
 
Solo il crocchio di giovani che si sta formando in Piazza sotto il Tiglio sembra estraneo agli eventi, per il brio dei discorsi e per le risate che ogni tanto rimbombano nell’aria.
 
In quel mentre arriva dalla Pozzella Gioacchino Benevento, il dottore che era andato a visitare il collega Pasqualino, ormai in condizioni di salute disperate, il quale riferisce loro che gli altri amici hanno preferito andare dai Pennetti, nella masseria di Sorbo Serpico, su consiglio dei genitori. L’atmosfera s’incupisce e si intravede qualche muso lungo.
 
- Maledetta politica, nemmeno oggi ne saremo esenti, c’era da immaginarselo che non li avrebbero mandati con noi. I rancori tra i nostri genitori pesano sempre sulle nostre scelte, nostro malgrado. Oggi volevo ubriacarmi per dimenticare le tante sofferenze di questi ultimi tempi e non pensare a Pasqualino, ma vedo che sarà un po’ difficile.- La voce di Achille Vecchi, il fratello del Sindaco, sembra rotta dall’emozione.
 
Non ti crucciare più di tanto - gli risponde Alessandro Sarno.- Andremo lo stesso a divertirci. Alla fine lo sapevamo che potevano anche non venire con noi. Negli ultimi tempi, a Napoli, hanno fatto sempre gruppo a parte. E poi, chi se ne frega. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è. Con la comitiva di Sorbo sono andati Pietroantonio Pennetti, Alfonso e Mattia Marra e quel rompiballe di Vincenzo Santoro, il figlio di Don Mariano, l’impiegato comunale. Come vedete i conti tornano. Sono tutti filoborbonici fottuti e hanno come ospiti anche Achille De Cristofano, il farmacista e suo fratello Ferdinando l’avvocato, che manco a farlo apposta non hanno firmato al Plebiscito del 20 Ottobre scorso e che fanno come al solito il doppio gioco. Si mostrano Italiani, ma in cuor loro sono seguaci di Franceschiello. I Pennetti, poi, stavolta nessuno li perdonerà. Hanno vita corta a Volturara Irpina. Vincenzo, il segretario comunale, e suo nipote Gerardo l’avvocato soprattutto, si sono creati molti nemici e appena le cose si acquieteranno gliela faranno pagare cara. Lo stesso Mariano Santoro, non sottoscrivendo il Plebiscito ha le ore contate. Già si sente dire in giro che presto lui e Vincenzo Pennetti saranno licenziati dal Comune.-




permalink | inviato da SAPODILLA il 23/4/2011 alle 11:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



23 aprile 2011

SAN GIOVANNI D’ACRI

 

                    SAN GIOVANNI D’ACRI
Chiedi di andare a Nazareth. No, il villaggio é in mano agli arabi, circondato dall'esercito di Israele che ti sconsigliano di entrare col passaporto di Israele, e se poi ci riesci lo stesso, gli arabi ti levano i vestiti e le scarpe prima di buttarti nel pozzo. Chiedi di andare a Betlehem. No, stessa situazione. Solo che qui gli arabi ti tagliano la gola.
Ma sia Nazareth che Betlehem vivono di turismo cristiano, agli arabi conviene essere selettivi e tolleranti nel decidere chi far entrare e chi no. 
Ti spiegano che l'origine dell’odio tra ebrei e arabi é un conflitto religioso che dura da migliaia di anni, differenze che non si potranno mai cancellare. Poi vai in giro per le stradine e i vicoli di Akko, sulla costa, e non incontri un solo soldato dell'esercito di Israele. Ti muovi rilassato, questi abitanti di Akko sembrano proprio tutti brava gente. Ma attenzione, chi sono quei quattro arabi seduti a un tavolino? Uhm, hanno l'aria pacifica di pensionati, e invece stanno preparando un piano di rivolta? L'arabo è infido, i quattro fingono di giocare a carte e si mandano segnali in codice? Facciamo cadere in trappola queste spie. Ci avviciniamo al loro tavolinetto.
- Come va, arabo infido?
- Facciamo una partitina a carte, vuoi bere il mio caffè turco?
- Grazie, vi posso fotografare?
- Fai pure.
Ora si è mai vista una spia che si fa fotografare mentre prepara un piano segreto? E le carte da gioco non sono segnate, onesti amiconi, quattro pensionati arabi che giocano a carte in una viuzza in mezzo a passanti ebrei. Giri la testa e vedi la croce di una chiesa cristiana accanto alla cupola verderame di una moschea, Akko un tempo si chiamava San Giovanni D'Acri ed era un fortezza dei Templari. poi del feroce Saladino, oggi fa parte dello stato di Israele.
 Quattro passi avanti la targa sulla facciata di una casa dice 'quest'anno sono andato alla Mecca con tutta la mia famiglia'.

 Akko è una città abitata soprattutto da arabi ed ebrei, a parte qualche buon cristiano, ma altrove il crogiolo delle razze è più vario: dopo le grandi ondate degli immigrati dal Sudamerica ora è il momento dei russi, che arrivano col fermo proposito di sopravvivere e poi magari arricchirsi. Poco si sa della mafia russa, che pare unisca ad una grande discrezione lo scarso rispetto per la concorrenza. 




permalink | inviato da SAPODILLA il 23/4/2011 alle 1:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



10 aprile 2011

Pecorino kosher

 

Ricevo a commento queste affermazioni della propaganda sionista sul parmigiano e altro.
Ma l’onesto SAPODILLA informa i lettori. Leggete tutto.  
 
DEBORAHFAIT-   lasciato il 8/4/2011 alle 19:14
 
 
 
 
Ti assicuro che trovi dell'ottimo parmigiano made in Israel e in ogni supermercato puoi trovare anche il grana o il parmigiano reggiano. Quihndi , come vedi, la grattugia la puoi usare. Trovi anche la pasta barilla, e tutti i tipi di pasta italiana,. oltre alla israeliana Perfecto che e' buona uguale.
 
 
noto la differenza da come descrivi gli arabi con tanta dolcezza e dal veleno che usi nel descrivere gli israeliani.
Chissa' perche' mi sorge un dubbio.....che ti stiamo antipatici?
 
 
inoltre parli di pubblico arabo e di kippot (kipa' e' singolare) che dondolano. Allora parli di arabi o di ebrei? mi sa che sei un mistificatore ahahahahah!
 
 
 

 

 
 
                                                                                   Pecorino kosher
 
- Giovanni, dammene anche per mia sorella Sarah, è malata non è potuta venire.
 Abraham, mi porge la scodella con gli occhi bassi, ma da dietro nella fila si alza un coro di imprecazioni.
- Abraham ci prova sempre, questa volta abbiamo la povera sorella inferma.
- Adesso gli spacco la scodella della sorella in testa al nostro Abraham.
La fila si scuote, molti ne approfittano per passare davanti. Volano insulti e pugni sulle kippah.
Una voce indignata:
- Non c’è un rabbi a mettere ordine? Ne manteniamo a migliaia di questi fannulloni, mai ce ne fosse uno quando serve, quelli pregano invece di lavorare.
Finalmente riesco a mettere ordine grazie al rispetto e alla gratitudine di cui godo.
Ora viene avanti la scodella di Jakob. Gli riempio la scodella, ma Jakob non è mai contento.
- Giovanni, ma una spruzzatina di pecorino romano con la lacrima non me la metti?
- Mi spiace Jakob, purtroppo è finito. Vuoi una grattatina di pecorino kosher del vostro? Quello col bollo del rabbinato centrale? Un poco di parmigiano del negozio russo?
Urla di terrore fanno eco alle mie parole. No! No! Nella fila si toccano, fanno scongiuri.
 
Oggi è shabbath, e come ogni shabbath vengono a me ricchi e poveri, dal Sinai e dalla Galilea, tutti con la kippah in testa. Non vengono a dare, ma a ricevere una razione di spaghettini aglio-oglio-peperoncino. Buon cibo cristiano, aggiungere un poco di passata di pomodoro.
Aglio e peperoncino di ogni qualità e varietà si trovano facilmente. Ma l’olio d’olivo di quello decente, non diciamo buono, me lo sono dovuto andare a scovare. La passata di pomodoro ebraica sa di rancido e acido, ma una passata italiana si trova. Per quanto riguarda gli spaghettini in sé, le cose andarono a questo modo.
Me ne andai al supermercato e trovai la nostra pasta Barilla. Ma una rapida occhiata al colore giallastro degli spaghetti mi rese estremamente sospettoso, cerco di leggere ma è tutto scritto in ebraico, tranne una frasettina in inglese che dice ‘importato dalla Malaysia’. Allora prendo il direttore del supermercato e gli dico:
- Tu, rispondimi, come devono essere gli spaghetti?.
E lui furbo:
- Lunghi e sottili.
- No, devono essere di grano duro. E gli rompo la scatola in testa.
E così gli spaghetti della Malaysia furono sostituiti sugli scaffali da qualcosa di presentabile.
Infine quale è la morale di tutto questo? Dove si mangia bene in Israele? Da Giovanni.
 
   
                                  JERUSALEM, JERUSALEM
Un buon cristiano non dovrebbe sedersi all’aperto, in una specie di osteriola araba nelle vie intorno al Santo Sepolcro. L'oste si mette comodo e sorridente nel tavolo di fronte, egli da buon esperto del settore ha individuato il turista che non conosce i luoghi e gli usi, facile da imbrogliare. Infatti, dopo il secondo morso al suo panino con cotoletta, capisco che il primo morso non mi aveva mentito, la carne e' marcia. Cerco di deglutire con un sorso di spremuta d'arancia tiepida. Il sorriso dell'arabo si fa ancora più scintillante.
- Ah, italiano, io venuto a Italia.
Mi alzo e me ne vado, ma non senza lasciare dietro di me un consiglio.
-Oste arabo, meglio tu non venire a Italia.-
 




permalink | inviato da SAPODILLA il 10/4/2011 alle 14:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa



3 aprile 2011

DELITTO AL CASTELLO

J G Sapodilla

UN THRILLER A PUNTATE. UN NUOVO EPISODIO LA DOMENICA  

PRIMO EPISODIO

                              Delitto al Castello 

- Servo vostro.

- Il Cancelliere Giovanni Augusto Tarvisino muove la testa per un accenno di inchino al suo superiore, Il Capitano di Verona, ma sorride, i due sono legati da forte amicizia.

- Giovanni, ti sono grato per la premura di venire subito nel mio ufficio. Passerai il Natale con il tuo cavallo, lontano da casa. Devi partire ora.

- La ragione?

-Un uomo è stato ucciso a colpi di pugnale a Illasi, come sai. Il Massaro del paese è venuto da te a far denuncia, tu stesso me ne hai fatto avvertire qualche ora fa.

- E mandi me per una indagine su un affare di nessun conto? La neve continua a coprire tutte le strade e i sentieri, ci vorrà più di un giorno a cavallo per salire fino a Illasi, col rischio che il mio cavallo scivoli sul ghiaccio e addio a Giovanni Augusto, e questo per un bravaccio pugnalato perché ha offeso un contadinotta o qualche sordida storia di denari.

- Giovanni, l’ucciso era un tale Gregorio Griffo, uomo d’arme e di fiducia del conte Pompei, nessuno del paese avrebbe osato solo affrontarlo. Devi indagare, mi occorre la tua abilità nell’interrogare, la tua prudenza nel dimenticare le risposte se occorre. Su quest’uomo pugnalato a morte correvano voci arrivate fino a Venezia. Queste voci devono essere ascoltate e riferite o messe a tacere.

- E se quel pugnale dell’assassino mi fosse mandato incontro per mettere a tacere me?

- Incontrerai la menzogna, la paura, cercheranno di sviarti, ma non oseranno oltre. L’assassinio del mio Cancelliere lascerebbe macchie di sangue sulle mani di persone che ne dovrebbero rispondere direttamente al Doge di Venezia.

- Dunque, mio signor Capitano, il pugnale che ha ucciso quest’uomo a Illasi appartiene a un sicario, che appartiene a un mandante.

- Giovanni, ho dato ordine che ti sia predisposta ogni cosa per il tuo viaggio. Mandami presto una relazione, mi saranno fatte domande alle quali devo dare risposte.

Giovanni Augusto Tarvisino arriva stanco e irrigidito dal freddo nella piazza di Illasi il 26 dicembre 1592 in tarda mattinata, dopo quasi due giorni a cavallo e due notti in locanda. Durante il viaggio aveva parlato di continuo col suo cavallo per chiedergli consiglio.

Gli sguardi sospettosi dei paesani lo fissano. Viene accolto dal Massaro del paese Andrea Disanti, il 24 dicembre “per dovere del suo ufficio ha denunziato che Martedì passato, il 22 del mese, è stato ammazzato messer Gregorio Griffo uomo d’arme in Illasi”. Il Massaro non si spreca in inutili parole, tanto di cappello e di riverenza al Cancelliere poi in silenzio verso la chiesa, ove li attende.

il cadavere di un uomo dall’apparente età di circa trentasei anni, con la barba nera, disteso su una tavola di marmo gelida, sotto una finestrella sbarrata e coperta di ghiaccio. Il Massaro rimane sull’uscio, il cappello in mano, sembra aver paura di avvicinarsi, fissa il cancelliere con uno sguardo attento e curioso, ma non di suo, piuttosto come di uno che dovesse poi riferire. Arriva anche lo scrivano comandato.

Il Cancelliere si china sulla testa del’ucciso, ma prima di cominciare l’esame con un gesto della mano ordina allo scrivano di tenersi pronto

‘Una ferita nella testa, da dietro l’orecchio sinistro, di taglio, di lunghezza di quattro dita trasversali, con incisione della cotica e osso, fatta con pugnale pistolese, ovvero altra simil arma’.

La vittima aveva lasciato avvicinare il sicario, che gli era a fianco dietro di lui quando aveva alzato il pugnale.

Il Massaro ora a si era mosso dall’uscio e si era avvicinato per vedere.

Il Cancelliere continua l’esame con parole come di soldato e chirurgo.

‘Un’altra ferita vicino alla soprascritta.’

Lo scrivano riporta la descrizione completa, ma man che gli arrivano le parole tra una corta pausa e l’altra.

‘Un’altra ferita sopra l’orecchio sinistro ’.

Lo scrivano ogni volta tiene a mezz’aria la penna in attesa della descrizione completa.

‘Una ferita in mezzo alla schiena.’

Lo scrivano ha riempito un foglio e lo cambia con uno bianco.

Il Cancelliere fa in silenzio una ipotesi sulla scena. Uno o più uomini che conosceva bene, forse che credeva fidati, a cui si erano aggiunti uno o più sicari venuti da fuori. La prima pugnalata di un Giuda alla schiena, Gregorio Griffo, uomo d’arme esperto e forte, era rimasto sgomento e indebolito.

Lo scrivano lo guarda in attesa, il Cancelliere continua l’esame.

‘Quattro ferite di punta sopra la spalla sinistra, da dietro’.

Per un minuto le parole si alternano allo scricchiolio della penna sul foglio.

‘Due ferite nel fianco sinistro.’

‘Due ferite nel ventre.’

‘Una ferita nel fianco destro.’

Lo avevano circondato per nasconderlo alla vista e pugnalato fino a essere sicuri che non potesse mai più parlare.

L’esame era finito, Il Cancelliere si muove e con un cenno ordina allo scrivano di seguire.

Il Massaro era stato reticente e vago, nella sua deposizione di denuncia a Verona, la Vigilia di Natale. Il Massaro sperava di essere prima protetto e poi dimenticato. Da parte sua quel giorno il Cancelliere aveva più voglia di tornarsene a casa in famiglia che sentire storie di paesani ammazzati.

- Massaro, come avete visto l’esame del corpo è finito, ora dovete accompagnarmi dalla moglie di Gregorio Griffo. Ma per via rispondetemi a qualche domanda tra noi, senza lo scrivano.

- Servo vostro, signor cancelliere.

- Che cosa è successo dunque Massaro, chi ha pugnalato il Griffo?

Il Massaro ha pronto il discorso di risposta.

- Per quanto mi ha detto ieri la moglie del Griffo, il signor Conte Girolamo Pompei si presentò alla loro casa con due suoi bravacci e chiese allo stesso Griffo di seguirlo al Castello per avere una informazione. Il Griffo gli rispose che non poteva, stava male, ma gli poteva dare subito l’informazione che cercava. Il signor Conte aveva insistito che venisse fuori e il Griffo si era dovuto convincere, si era alzato dal letto dove giaceva ammalato, si era rivestito e aveva seguito il Conte Pompei.

I due, il Cancelliere e il Massaro, si fermano qualche attimo in silenzio. Il Massaro riprende a parlare.

- Passa poco più di un quarto d’ora, da quando Griffo era uscito, che qualcuno viene a informare la moglie: suo marito è stato ammazzato.

- Ammazzato da chi, Massaro? Dal Conte Pompei?

-La voce pubblica dice che è stato pugnalato dalla moglie del Conte Pompei.

Il Cancelliere sorride sarcastico.

-Continuate, Massaro.

-Alcuni, non ricordo chi fossero, vennero a dirmi di andare a prendere il Griffo morto ammazzato in un cortiletto di proprietà del Conte.

- Vedeste sangue in terra?

- Non mi pare.

- E per quale ragione è stato ammazzato Gregorio Griffo?

Adesso vediamo cosa inventa, pensa Giovanni.

- Mi è stato detto che Gregorio Griffo aveva preso trecento ducati alla moglie del Conte Pompei e per questo lei lo ha ammazzato.

- Massaro avete visto le ferite durante il mio esame in chiesa?

Non c’è tempo per la risposta, la moglie del Griffo li aspetta sulla porta.




permalink | inviato da SAPODILLA il 3/4/2011 alle 9:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



22 gennaio 2011

UNITA' D'ITALIA

 

I Piemontesi sono arrivati. Confusione sul fronte liberale

J G Sapodilla

- Svegliati, svegliati don Salsiccio, non li senti gli spari. Madonna mia, e adesso chi sarà, Franceschiello o i Piemontesi? Ma ti vuoi svegliare, o no?

Adesso lei lo scuote a tal punto che lui non può fare a meno di tornare alla realtà.

- Che succede, che vuoi, fammi dormire.

- Sparano, si ammazzano, questo succede. Ma noi stavamo così bene, finalmente ci eravamo comprati la vigna a Montemarano, ci stavamo mettendo a posto la masseria, ma proprio adesso dovevano venire i Piemontesi. Svegliati, madonna benedetta, qua passiamo chi sa quali guai e don Salsiccio se la dorme.

E finalmente il marito capisce quello che succede, per una volta tanto i sogni cominciano quando uno si sveglia, si stropiccia gli occhi felice, ride come uno scemo, grida e sgrida la moglie:

- I Piemontesi, sono arrivati i Piemontesi con la guardia nazionale. Ci voleva il tricolore alla finestra, io te l’avevo detto di cucire il tricolore. Dove stanno i miei vestiti?

La moglie fa una smorfia e gli risponde pronta:

- E se invece sono i soldati di Franceschiello, che gli diciamo del tricolore? che abbiamo messo le lenzuola colorate a stendere? I tuoi vestiti stanno sopra la sedia, dove devono stare?

Benedetta donna, il marito scuote la testa:

- Ma quale Franceschiello, quello a quest’ora sta imbarcato sopra una nave per scappare a Roma dal Papa. E le scarpe? dove stanno le scarpe? È possibile che mi devi nascondere le scarpe tutte le sere?

- Le scarpe sono sotto la sedia. Viva la rivoluzione.

- Ma quale rivoluzione? Devi dire viva il re Vittorio Emanuele e viva Garibaldi. Statti zitta che mi combini solo guai.

Scende al portone, scarmigliato, la barba lunga, una scarpa in mano, cerca di infilarsi la camicia che gli penzola fuori dalla cintura. Apre il portone con una mano, con l’altra tiene il fucile. Grida:

- Viva…

Il colpo di fucile del soldato piemontese non lo ammazza per poco, ma lo lascia stupito, innocente, offeso, a bocca aperta. Una mano lo tira dentro, lo manda contro il muro, sbarra il portone, è la moglie. Lui cerca di capire se è vivo o se è morto.

- E tu che fai qua in camicia da notte?

- La prossima volta mi metto il cappello con le piume, stamattina non ho fatto in tempo.

Lui comincia a rendersi conto, cerca giustificazioni.

- Mi dovevo mettere la coccarda tricolore.

- La coccarda tricolore la mettiamo a quella grandissima zoccola di tua sorella mia cognata, che se ne va in mezzo alla strada a salutare i Piemontesi. Vattene di sopra che ti porto il caffè, così ti svegli.

- Ma dovevi venire fuori con la camicia da notte?

Lei non lo pensa nemmeno.

(Da un diario dell’epoca, pervenuto a Edmondo Marra in Volturara Irpina.)




permalink | inviato da SAPODILLA il 22/1/2011 alle 10:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


sfoglia     dicembre       
 







Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom