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  SAPODILLA [ SATIRA E RACCONTI BREVI di J G Sapodilla ]
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22 luglio 2012

Sigaro Avana

 

Sigaro Avana
Mi ero fermato solo per accendere il sigaro nel modo giusto, ma la ragazza non lo poteva sapere, aveva pensato che l’avessi vista nascosta dietro la siepe e mi era venuta incontro. La sua valigia sfondata e rattoppata aveva trascinato la ragazza e il suo vestitino corto color giallo canarino fino allo sportello della mia limousine scoperta.
− Portami dove ti pare aveva detto.
Mentre saliva le avevo guardato i fianchi. Lei aveva sorriso contenta.
− Mi chiamo Maria.
Una pioggia improvvisa mi aveva trasformato in un pesce bollito. Il caldo faceva evaporare le gocce che rimbalzavano sulla strada. Le moto si erano fermate sotto i ponti. La ragazza aveva cominciato a cantare una storia di banane fritte nello sciroppo di zucchero.
− Siamo arrivati al distributore di benzina. Puoi fare quello che ti pare per dieci minuti. − Le avevo aperto lo sportello senza scendere.
− Devi spegnere il sigaro. − Mi rispose. E prese con sé la valigia, perché voleva cambiarsi. Mi ero messo il sigaro spento nel taschino della camicia, con cura, prima di scendere davanti alla pompa. Dopo il pieno di benzina, avevo riacceso il sigaro e mi avviavo verso il bar in cerca della ragazza, quando la vidi uscire. Ma non era sola, due tipi uscivano con lei, il primo le teneva un braccio, l’altro portava la valigia. Entrai nel bar per bere qualcosa col ghiaccio.
Il barista raccontava a tutti di nuovo la storia: i due tipi della centrale di polizia si fermavano sempre a mangiare qualcosa a quest’ora, il loro piatto preferito erano le salsicce arrosto con patate e birra fredda inglese. Uno dei due aveva visto il rigagnolo denso rosso scuro che usciva dalla valigia. Lei molto gentile aveva spiegato che era suo marito fatto a pezzi. Aveva detto che era scesa alla fermata dell’autobus nella strada per seppellire la valigia nei campi, ma faceva caldo e prima voleva rinfrescarsi.
Poi il barista mi aveva osservato con sospetto.
− Ehi, signore, deve spegnere il sigaro, qui dentro non si può fumare.
 
J g sapodilla***




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29 settembre 2011

Il controllore Talleyrand

 

Ai viaggiatori che muovono dalla stazione Termini alla volta di Fiumicino con la navetta express di trenitalia, che li conduce all’interno aeroporto, capita talora una grande fortuna, incontrare il fantasma del principe di Talleyrand, travestito da controllore.

Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, detto anche semplicemente Talleyrand, 2 febbraio 1754 – Parigi, 17 maggio 1838, appartenente all'illustre Casato dei Talleyrand-Périgord, fu principe, vescovo e politico. Servì la monarchia di Luigi XVI, poi la Rivoluzione francese nelle sue varie fasi, l'impero di Napoleone Bonaparte e poi di nuovo la monarchia, questa volta quella di Luigi XVIII, fratello e successore del primo monarca servito.

Inappuntabile nella divisa stirata, gli occhialini cerchiati in oro pendono sul panciotto, il principe controllore ritira i biglietti ai viaggiatori e constata, scotendo il capo senza rancore, che in massima parte non sono stati obliterati nella apposita macchinetta obliteratrice collocata negli appositi spazi. Incorrono nel peccatuccio soprattutto i viaggiatori stranieri. Famoso per la frase con cui congedava i suoi gendarmi ‘soprattutto non metteteci troppo zelo’ Talleyrand non applica la prevista multa di euro tanti e quanti, ma ritira il biglietto colpevole, se lo ficca in saccoccia e tira avanti, indi sparisce.

Che cosa ne fa Talleyrand di questi biglietti, ancora buoni per essere rivenduti a un altro passeggero? Pare ne faccia grazioso omaggio alla regina Maria Antonietta, per la sua collezione di biglietti del treno e ricette di brioche.

J G Sapodilla




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9 settembre 2011

don nicolino contro Giuseppe Garibaldi

 

Don Nicolino Coscia è fedele a Franceschiello

I fatti e le persone provengono da un Diario originale.

1861.
Il clero spera di cavarsela ancora una volta, si sente padrone della terra e ha le chiavi del cielo, ma le gerarchie capiscono che questa volta è diverso e non trasmettono completa sicurezza al basso clero, come le volte precedenti. Il regno borbonico delle Due Sicilie sopravvive alla rivoluzione illuminista giacobina, alle truppe di Napoleone Bonaparte, ai moti Carbonari, ai tentativi mazziniani.

L’alleanza con i Borbone, tra trono e altare, esiste e resiste da molto tempo. Il clero possiede chiese, terre, conventi, monasteri, santuari, scuole, case, palazzi e oro. È il frutto nei secoli di acquisizioni, lasciti, concessioni e privilegi. Il prete è santo e guerriero, va a caccia e insegna. Il clero possiede le anime, specie quelle delle donne contadine. A Napoli regna il re, ma è attorniato da cardinali che governano spesso più dei ministri. In periferia i vescovi soccorrono il potere temporale e lo controllano in molte circostanze, senza troppo apparire. Il prete fa parte della classe sociale che domina e sfrutta i contadini, non a caso i preti hanno il Don davanti al nome come i notabili. Il titolo di Don è contrazione dal medioevale donno, il dominus, il padrone in latino.

“Tutto questo dovrebbe finire perché Giuseppe Garibaldi con mille banditi in camicia rossa è sbarcato in Sicilia?” Don Nicolino Coscia controrivoluzionario e filoborbonico si ripete di continuo questa frase.

Don Nicolino non è un pretino timido e pauroso, di quelli che passeggiano in campagna gli occhi bassi sul breviario, presi da tremito se qualche brutto ceffo sbuca fuori e lo attende in fondo alla strada. Si è fatto prete per avere e per comandare, non per cercare rifugio prima in seminario e poi in chiesa. Ha recitato la funzione con le formule in latino a voce alta, ma intanto pensava a tutt’altro. Con voce sibilante ha bestemmiato e minacciato il chierichetto che gioca troppo coi turiboli d’incenso la domenica mattina nella chiesa di San Nicola a Volturara Irpina.

- Mannaggia a quella grandissima zoccola di tua madre, ti vuoi stare fermo.

Ha rimproverato il Signore - Ma Padreterno mio, i Piemontesi scomunicati vengono qua, si prendono tutto e Tu che fai? Niente.

Si è ripassato la lista dei traditori dei Borbone. A ognuno di loro ha predetto quello che gli sarebbe toccato di condanna e le proprietà che gli avrebbe preso. Poi si è fatto l’elenco dei preti che stanno sia di qua che di là aspettando a vedere chi vince. Dovranno venire in ginocchio a baciargli la mano. Il re Franceschiello gli farà fare carriera, a lui, a Don Nicolino, lo dovranno chiamare monsignore e baciare la terra dove passa, questi gran figli di zoccola di preti che si arruffianano di nascosto gli scomunicati e dicono di stare coi Borbone. E infine ha pensato agli ufficiali della Guardia Nazionale: devono finire tutti impiccati in mezzo alla Piazza e gli manderà i chierichetti a sputare sulle tombe.

Don Nicolino ha un pano, o crede di averne uno, ha coinvolto nella congiura i due fratelli Solito. In verità uno dei due, Angelo Solito, vorrebbe ritirarsi, ma non sa come fare a scansare i sicuri aspri rimproveri e magari le minacce di Don Nicolino. E poi non gli piace fare il giuda. Ma i rimproveri di sua moglie a casa, quelli li dovrà affrontare, e gli pare non solo di risentirla, ma anche di vederla con gli occhi inferociti. La rappresentazione va in scena ormai tutti i giorni in casa. Alla signora Solito non piace la politica.

- Te la do io la congiura, a te e ai congiurati tuoi. Ma non lo sapete che Franceschiello se ne è scappato da Napoli e sta chiuso a Gaeta aspettando l’imbarco per Roma dal Papa? Il Re pensa a scappare e un povero disgraziato come te assieme a quattro fessi gli vuole salvare il Regno. – E continua come torrente in piena che non vuole ostacoli. - Ma non ci pensi ai figli tuoi, a queste povere creature? E che facciamo quando le Guardie Nazionali vengono a bussare alla nostra porta, chiamiamo Franceschiello a Gaeta? I Piemontesi ci si prenderanno tutto e noi dove andremo? Stammi bene a sentire, o ti tiri fuori subito o a me non mi conosci più. Ci siamo capiti signor congiurato?

Sembra che abbia finito, ma è solo l’intervallo prima del secondo atto. La signora Solito riprende a caricare come una bufala inferocita. È arrivato il momento di ricordare la storia della famiglia Rinaldi.

- Tu e quello scimunito di Don Nicolino il prete, che si crede il ragno al centro della tela, fate la fine dei Rinaldi, vi ritrovate ad aggiustare le scarpe rotte, uno taglia le suole e un altro incolla e mette i chiodi. Te li ricordi i Rinaldi? Erano importanti e rispettati, amministratori e preti, ma Nicola e Aniello Rinaldi, per seguire i Borboni contro i Francesi, formarono una banda e si unirono a Laurenziello di S. Stefano, divennero i briganti più terribili della zona. Fecero una male fine e da allora non si sono più ripresi. Adesso Giovanni Rinaldi fa il ciabattino.

Tentare di fermarla sarebbe come far straripare il torrente, meglio far scorrere le acque turbolente e lasciarla continuare.

- Ho buttato il sangue mio per tenere la casa, crescere le creature e zappare la nostra terra, adesso per colpa dello scimunito che sei verranno le Guardie Nazionali e i Piemontesi, e si pigliano la roba nostra.

Serra i pugni e stringe gli occhi, la premonizione delle Guardie Nazionali che si siedono in terra davanti alla sua porta e bevono il suo vino, mentre i Piemontesi si portano le zoccole in casa sul suo letto di sposa, la fa scoppiare. Il vulcano esplode, mentre suo marito Angelo rapido infila l’uscio di casa e respira all’aria libera, la porta in legno massiccio non basta a fermare le urla minacciose di sua moglie. – Ma io vi ammazzo a tutti e tre, a te a tuo fratello e a quel prete brigante. - Contro la porta tuonano piatti, sedie e zoccoli di vero legno.

L’alto clero, dove non mancano le menti politiche e diplomatiche raffinate, ha fatto le sue valutazioni. Si chiede come mai Garibaldi ha imbarcato mille volontari armati in qualche modo a Quarto di Genova e ha attraversato il Tirreno senza che nessuno gli desse fastidio. Si chiede come mai è sbarcato calmo a Marsala, che mancava solo dicesse al primo siciliano incontrato – Scusate, non sono di qui, un posto dove si mangia bene e si spende poco?

Poi il nostro Eroe ha traversato la Sicilia nella quasi indifferenza della maggior parte del popolo siciliano. L’alto clero del regno valuta che questa volta il re Borbone ha contro Garibaldi, l’esercito Piemontese e la flotta inglese, spinta da interessi e improvvisi liberali rimorsi. Alleati reazionari dei Borboni in Italia non ce ne sono ormai più, a parte lo stato pontificio imbelle. Le potenze europee a quanto pare hanno scarsa voglia di consumare risorse per Franceschiello. L’alto clero si rende conto che ormai anche nel Regno delle due Sicilie esiste una classe nuova liberale che ne ha le tasche piene del potere della Chiesa e delle scuole confessionali. L’alto clero questa volta se ne va con Franceschiello nella Fortezza di Gaeta e lascia al basso clero di allearsi coi briganti e chi capita per l’ultimo tentativo di restaurazione.

La Chiesa nel 1861 perderà tutto, se rimarrà presente è grazie al fatto che queste sono terre in cui i miti e il sopranaturale incombono da migliaia di anni. Dove Euclide e Pitagora considerarono i numeri sopranaturali. Dove molte rappresentazioni religiose attuali derivano da riti pagani. Dove si parla con Dio, mentre con i Santi ci si litiga, li si minaccia e li si prende in giro. Queste terre non possono fare a meno delle divinità. Per questo la chiesa sopravvivrà, non ci sarà la grande rivoluzione sociale, le caste sociali rimarranno e i preti serviranno a mantenere buoni i contadini.

A Volturara l’ultima cospirazione del clero a favore dei Borboni è affidata a Don Nicolino Coscia.

Don Nicolino, finito di celebrare la Messa nella cappella del Cimitero di Montemarano, sale sul terzo dei tre carretti che aspettavano fuori sulla strada. Si cala il cappello sulla fronte, si avvolge il mantello sulle spalle e nell’anonimato del suo aspetto assume il ruolo leggendario del cospiratore. I carretti si avviano lentamente verso le Tavernole, in un silenzio rotto dal rumore delle ruote sul selciato.

La nebbia del Dragone sale verso i carretti e li nasconde in una nuvola irreale. Nella mente del cospiratore un tumulto di sensazioni che non traspaiono, torna coi pensieri ai giorni precedenti fatti di preghiere e di fughe, di incontri e di persuasioni. Napoli sembra così lontana e non più il luogo rassicurante dove ci sono il Re, la Regina Sofia, il cardinale, il potere. La paura di essere preso dalle guardie piemontesi, più che per la sua persona è preoccupazione di non poter portare a termine il piano, di dover consegnare Napoli e il Regno a uno straniero amico dei notabili e dei potenti trasformisti, lontano dalle esigenze del popolo e della Chiesa. Don Nicolino cerca di riordinare le idee, di mettere a mente con chi deve o può parlare a Volturara, come a vincere eventuali malesseri o ripensamenti.

- Il dado è tratto - si dice, mentre spontanee sorgono sulle sue labbra preghiere alla Madonna e a San Giovanni, che gli facciano ritrovare serenità e calma.

Gli occhi del conducente il terzo carretto si posano sul furtivo passaggio di una lepre che scompare dietro a un cespuglio, un attimo, poi segue la curva della strada che appare indistinta nella nebbia, quei vecchi ruderi sulla destra gli fanno fare il segno della croce e si ricorda del passeggero dietro di lui. Come è diverso Don Nicolino da come lo conosceva, la lunga barba incolta, il cappello calato sugli occhi, lo fanno apparire uno dei tanti briganti della zona, forse lo è diventato davvero. Cosa è rimasto del Don Nicolino buon prete che conosceva? La bonarietà è diventata determinazione, lo spirito allegro ha fatto posto a silenzi interrotti solo da discorsi seri che lui non capiva. Qualcosa sta succedendo, e senza volere un brivido lo fa sobbalzare. Perché Don Nicolino è così pensoso? che ci va a fare a Volturara? Mah, in fondo che me ne importa, l’importante è ritornare a Montemarano per finire di potare il vigneto. Franceschiello e i Liberali si possono strafottere. Le prime case della Tavernole frenano i pensieri del conducente. Tira le briglie, e le esclamazioni degli altri due conducenti per fermare i cavalli fanno capire che fa troppo freddo. Il salto dal carretto serve a Don Nicolino per compiacersi che i quarantuno anni se li porta ancora bene. Saluta con la mano i cocchieri e si avvia verso il paese.

Angelo e Luigi Solito escono sulla strada nel momento in cui Don Nicolino appare dietro la curva, gli si fanno incontro. Si guardano intorno per vedere se sono spiati. Non vedono nessuno. Ma Nicola Raimo, spia per le Guardie Nazionali e per suo piacere, li sta osservando senza farsi vedere.’Stavolta li frego’, e se ne va verso Volturara. Con riverenza i fratelli salutano Don Nicolino e gli portano i saluti di Matteo Marino e Alessandro Picone che lo aspettano a Volturara. Chiedono della situazione e Don Nicolino li rassicura che tutto è pronto per il grande ritorno di Franceschiello.

-Figli miei, duecento persone sono pronte a Bagnoli, cento a Montemarano, cinquanta a Castelfranci. Domenica si parte. Volturara sta nel mio cuore e dovrà essere il centro della sommossa. I tanti amici personali che ho da voi vi daranno una mano senza comparire. Non vedo l’ora di incontrare Don Angelo, il parroco di Volturara, assieme a suo fratello, per avere le ultime notizie.

– State tranquillo Don Nicolì siamo pronti anche a morire contro questi traditori che sono passati con il Re Scomunicato del Piemonte.

Le parole di Angelo Solito sono più per rassicurare sé stesso che il sacerdote. Sa che la situazione è difficile per loro, se non disperata.

- Non si può consegnare il Regno agli stranieri ed essere ridotti in schiavitù - aggiunge. - Il Signore è con noi e ci aiuterà. - D’altronde, pensa, questo prete sta dicendo che a centinaia nei vari paesi si stanno muovendo e che il Re Franceschiello sta per tornare a casa vincitore.

I tre congiurati, Don Nicolino e i due Solito, si avviano di buon passo e apparente buon umore verso la Piazza. Le prime casa di Volturara sono ormai davanti a loro. La spia Nicola Raimo li osserva e la loro allegria gli mette rabbia e premura, si tiene una mano in tasca per proteggerla dal freddo, con l’altra mano cerca di tenere bene serrato il mantello al collo per non sentirsi il gelo sulla gola. Il mio destino sta nelle mie mani, pensa, la mano che sta in tasca si terrà i denari che mi faranno guadagnare i favori che mi aspetto, per aver fatto favori alla Guardia Nazionale, la mano che tengo al collo mi dovrà proteggere dalla corda che cercheranno di mettermi i filoborbonici se torna Franceschiello. Ma domani si vedrà, adesso c’è un problema immediato da risolvere. Trovare una persona fidata nella Guardia Nazionale e riferire quello che ha visto, la divisione tra amici e nemici di Franceschiello è ambigua, in una stessa famiglia ci può essere un liberale e un filoborbonico. Ci sono poi i vincoli di amicizia e interesse, il vicino si rifiuterà di dare rifugio al vicino con cui ha scambiato frutta e pomodori fino a ieri? Il figlioccio farà arrestare il compare che lo ha tenuto a battesimo? Nicola Raimo tutto questo lo sa bene, cerca di farsi notare poco, si confida solo con gente che tiene le orecchie aperte e la bocca chiusa. Non vuole fare la fine del topo che vede il formaggio ma non la trappola. Attraversa il Serrone e va in cerca di Don Ferdinando De Cristofano, Tenente della Guardia Nazionale, lo conosce bene e sa che il Tenente vuole mostrarsi il più duro, il più severo, gira sulla Spiezeria ed è fortunato, lo vede venirgli incontro.

– Don Ferdinà muovetevi, sta arrivando. Arrestatelo prima che combini guai grossi. Questo è pericoloso più di quanto immaginate. Voi capite di chi parlo..

I due insieme si avviano in Piazza, il Tenente adesso vede chi stanno cercando: Don Nicolino parlotta davanti al grande tiglio affianco al Campanile, dietro alla fontana. Una certa eccitazione si sta impadronendo di Don Nicolino, tutti la aspettavano con ansia, qualcuno con curiosità, mentre parla osserva gli astanti per carpire qualche sensazione. Vede Don Generoso Sarno salire al Campanaro e gli corre dietro. Sorpreso di vederlo Don Generoso, gli chiede il motivo del suo stare a Volturara e alle prime parole di risposta resta come interdetto, con una scusa lo saluta e riprende a salire verso casa.

Sempre lo stesso, pensa Don Nicolino, eccolo qua il solito vigliacco che non si compromette e aspetta chi vince. Ma queste tue scuse te le devo mettere nel cappello che terrai in mano, quando verrai a cercarmi aiuto. Si gira verso la Piazza e riprende il controllo di sé stesso. Sente passi leggeri dietro di sé, Don Ferdinando gli si è avvicinato e lo tira per il lembo del cappotto.

– Buongiorno Don Nicolino, sono il Tenente De Cristofano. Posso offrirvi un bicchiere di vino? Vorrei scambiare due chiacchiere.

Il prete resta sorpreso, ma accetta, rifiutare non si può e sarebbe un errore. Si avviano in silenzio al Posto di Guardia. Ma la Piazza ha occhi e orecchie a ogni pietra di lastricato. Qualcuno si stacca da un gruppetto che ha seguito quell’invito a bere che pare piuttosto una rispettosa cattura e ferma i due a mezzavia.

- Don Nicolino bello, che fai qui a Volturara?- Le parole di Don Salvatore De Cristofano, fratello del Tenente, spezzano l’aria tesa-. Non cambi mai, sempre in movimento. Chissà che stai combinando adesso -. Poi rivolto al fratello - Ferdinando, ti presento un caro amico di Montemarano. Abbiamo trascorso a Napoli tante belle giornate insieme.

Don Ferdinando lo guarda storto, vorrebbe malmenare il fratello, ma si mantiene.

- Va bene ho capito vi lascio soli, ci vediamo dopo.

Don Nicolino si riscuote ha fatto un brutto sogno, chiede a Salvatore degli amici, dell’altro suo fratello Achille De Cristofano, di Don Nicola De Feo e degli altri.

- Don Nicolì, mio fratello Achille è sicuramente in Farmacia, andiamo a trovarlo. Svoltano l’Orto della Chiesa, attraversano sulla destra la strettoia che va al Carmine, salgono sul ponte di legno posto sul vallone e si infilano nella Farmacia. Secondo le buone regole il Farmacista, in quanto rappresenta la Ragione e la Scienza, è in contrasto col Prete che rappresenta l’Irrazionale. Ma a Volturara le cose non funzionano a questo modo. Don Achille esce dal piccolo sgabuzzino laboratorio, attirato dal suono del campanello alla porta. Alla vista dei due i suoi occhi sopra gli occhiali sembrano brillare di gioia.

– Don Nicolino bello, finalmente, vieni mettiamoci dietro, ci facciamo un bel bicchiere di vino.

Salvatore improvvisamente sembra non sentirsi a suo agio, si avvia alla porta preso da una fretta improvvisa.

- Don Achì, io me ne vado che ho da fare - dice avviandosi alla porta. - Vi lascio soli -. E poi rivolto a Don Nicolino - Vienici a trovare qualche volta, resti a pranzo a casa mia. -

- Non lo pensare a mio fratello. E’ falso e contro di noi - fa Don Achille appena Salvatore chiude la porta.

- Ma come?- lo guarda stupito il suo ospite. - Appena due minuti fa mi ha sfilato dalle mani di Don Ferdinando, che mi stava portando al posto di guardia per offrirmi un bicchiere di vino intossicato.

Ma Don Achille scuote la testa. – Eppure ti dico che è così. Tengo questi due fratelli, Ferdinando e Salvatore, il primo si è messo l’uniforme da giuda e sta coi Piemontesi per fare carriera, il secondo cammina con una scarpa nuova e una antica. Piuttosto fammi sapere, sono ansioso di capire quando si parte, noi siamo pronti, gli amici ci aspettano.

- Donn’Achì, le cose vanno bene. - E sorseggiando il bicchiere - Buono questo vino, scommetto che è della vigna al Saracino.

La calma di Don Nicolino rincuora il farmacista, che si apre con determinazione.

- Li dobbiamo ammazzare tutti questi traditori cascettoni, si sono venduti per mantenere il potere, come sempre. Una pausa poi riprende - il popolo è con noi, è stato fatto un buon lavoro, gli amici si sono impegnati al massimo in questi mesi, soprattutto Matteo e Alessandro Picone.

Don Nicolino coglie la palla al balzo - Li mando a chiamare?

- No, forse è meglio che io non mi faccia vedere, sono più utile se resto riservato.Questi sospettano tutto e non vorrei che ci scoprano prima di cominciare.

Ma Don Nicolino è venuto a spingere.

- Achì, non c’è più tempo. Domenica si deve partire tutti insieme in tutti i paesi dove possiamo arrivare. Il Re è alle porte della Campania, la flotta è nelle acque di Manfredonia secondo le ultime notizie. Dobbiamo creare confusione per alcuni giorni, prendere in mano la situazione e aspettare in stato di massima all’erta per creare un governo provvisorio. Li spazzeremo come nel ’99.- Poi aggiunge - senti, adesso io vado a trovare gli altri. Tu sai quello che devi fare.

Si baciano, poi Don Nicolino ritorna in Piazza. La tensione che avvertiva all’arrivo sembra stemperarsi in questi incontri con amici, una specie di euforia gli pervade l’animo. È meglio di quanto credessi, pensa. Ho fatto bene a venire qui, se riesco a far crescere la tensione Volturara può diventare il fulcro della rivolta. Va a finire che Franceschiello lo devo portare a Volturara per ringraziarli di averlo salvato, un giorno speriamo non lontano.

È arrivato davanti alla fontana della Piazza, quando vede due suoi compaesani di Montemarano che di spalle passeggiano. Si avvicina e tira per l’orecchio Don Nicola Gallo, suo vecchio amico. Il fastidio dell’amico per il gesto ricevuto si trasforma in piacevole sorpresa appena si gira.

- Donnicolì e che ci fai qui? fatti guardare, lo sai che non ti riconoscevo più? Con questa barba sembri un brigante.

- Nicola Gallo è veramente sorpreso. Sa qualcosa, sa anche che il prete è ricercato per i fatti di Napoli del Novembre scorso.

- Niente, sono venuto a trovare i vecchi amici, ma tu, piuttosto, come ti trovi a lavorare a Volturara? Mi fa piacere vederti qui . L’ ho sempre detto che Volturara e Montemarano devono stare insieme, fare un unico paese, l’uno può aiutare l’altro.

Mentre parla, con la coda dell’occhio vede arrivare Don Nicola De Feo l’Arciprete. Lascia i due amici montemaranesi all’improvviso, senza nemmeno salutarli, corre incontro al suo grande amico.

- Don Nicola, come stai?- Si abbracciano, si baciano con affetto, in nome di un’amicizia da ragazzi al Seminario di Nusco, culla dei loro impegni scolastici.

- Non mi chiedere perché sto qui, adesso so solo che sono contentissimo di vederti.

- Nicolì, oggi resti ospite a casa mia, a pranzo, non dire di no, sennò mi arrabbio.

- Vabbene, vabbene hai vinto tu. Ho tanto da fare, ma a te non saprei dire di no.

- Oh, vedi però che adesso ho da fare. Sai, è morto Don Pasqualino Masucci, il dottore, e devo officiare il funerale, tu aspettami a casa mia che ti raggiungo subito.

Don Nicolino si fa il segno della croce.

- Madonna mia, Don Pasqualino è morto? povero amico mio così giovane, mi hai dato una tristissima notizia..Pregherò per lui. Il Signore lo abbia in gloria.

Il cielo è coperto e livido, risuonano in lontananza di cupi rumori di tuono e dietro la collina di San Michele improvvisi bagliori fanno presagire un tempo non proprio primaverile. I due sacerdoti si avviano al Campanaro. L’Arciprete fa strada ed è contento di annunciare la visita di un amico ritrovato dopo tempo.

- Maria, oggi abbiamo un gradito ospite, non farmi fare brutta figura, prepara qualcosa di buono, io torno tra poco.

La donna fa accomodare Don Nicolino nella stanza dove Don Michele, il padre dell’Arciprete, sta aggiustando una sedia. L’ospite montemaranese viene salutato cordialmente e invitato a prendersi un bicchiere di vino. Ma Don Nicolino è nervoso e avverte una strana sensazione di inquietudine dentro di sé, cercando di non apparire scortese chiede di potersi assentare. Non posso perdere tempo – pensa..- Qua se non mi muovo rischio di rovinare tutto il filato.

Scendendo attraversa la Piazza d’un fiato, dirigendosi verso il Freddano, gira sotto i Portoni verso la casa di Don Angelo, il parroco. Sa che troverà comprensione e aiuto, sa che Don Angelo gli indicherà la strada giusta. Al bussare il parroco si affaccia alla finestra e senza parlare scende ad aprire la porta. Solo dopo che Don Nicolino è entrato lo abbraccia con affetto. Si scambiano parole di circostanza e salgono al piano superiore. Matteo Marino il fratello del parroco è lì. Alto, robusto, con baffoni tendenti al grigio, sopracciglia forti e nere, sotto una capigliatura castana e corta, incute rispetto, ma nello stesso tempo offre disponibilità al dialogo e senso di sicurezza. Don Nicolino ne aveva sentito parlare, ma trovarselo di fronte così come se l’era immaginato gli mette allegria e lo fa aprire senza remore.

- Matteo, dobbiamo muoverci. Solo tu puoi concretizzare i nostri sforzi e i nostri ideali contro questi traditori venduti allo Scomunicato.

- Don Nicoli’, fatevi salutare, e state senza paura, Volturara è con noi. Lo straniero non passerà. Garibaldi e Vittorio Emanuele pagheranno la loro tracotanza. Piuttosto come va negli altri paesi? quando ci sarà l’ordine di accendere il fuoco?

- Il momento è vicino, sono qui per questo. Dopo domani comincerà in cento paesi una rivolta contro cui i pochi Piemontesi potranno fare nulla. A Volturara prenderai tu il comando delle operazioni e con i tuoi amici costituirai il nucleo che attenderà il ritorno del nostro Re Francesco.

- Ho già parlato con loro e sono pronti Comunque vogliono conoscerti. Abbiamo parlato tante volte di te che non vedono l’ora conoscerti. Non sanno ancora che sei qui a Volturara, ma se usciamo li troveremo senz’altro.

Don Nicolino non se lo lascia dire due volte e prendendo il cappotto dalla poltrona dice a Matteo di andare avanti, lui lo seguirà. Arrivano al fontanino del Freddano, mentre l’orologio della Piazza suona mezzogiorno e le campane ricordano a tutti che è ora di fermarsi a mangiare, prima di riprendere il lavoro nei campi, perché così vuole nostro Signore. I due si fanno il segno della croce senza neanche accorgersene, mentre si infilano nel sottano di Alessandro Picone, il punto di riferimento della congiura. Finalmente i capi della cospirazione sono a raccolta. Con Alessandro Picone ci sono suo fratello, Luigi e Angelo Solito. Matteo Marino fa le presentazioni e invita tutti a fare una passeggiata al Dragone. Si parlerà meglio, senza occhi e orecchie indiscrete. Nessuno si accorge che da dietro la finestra di fronte Pietro Candela li sta osservando con attenzione. Una sorta di euforia pervade l’animo dei congiurati. Matteo parla con Don Nicolino sugli appoggi che sono riusciti a ottenere tra i notabili. Fa il nome dei figli di Don Angelo Marra, i fratelli Mattia e Alfonso Marra, il nome di Don Gioacchino Benevento e di altri che pur essendo loro favorevoli non vogliono esporsi troppo, dato che le Guardie Nazionali tengono tutto sotto osservazione e conoscono i movimenti di tutti. Alessandro Picone e gli altri due un poco più indietro guardano il prete ed esprimono i primi giudizi sulla persona. L’impressione che ne hanno ricevuto è senz’altro positiva. Ammirano la serietà del volto, nascosto dalla barba, la determinazione del linguaggio e la sicurezza che le sue parole infondono. Alessandro si sfregola le mani impaziente e l’eccitazione nei suoi occhi si concretizza nelle invettive contro quelli che si vogliono prendere il paese a danno degli altri. A turno i congiurati danno sfogo alle tensioni: Don Leonardo Masucci, Don Salvatore Sarno e Don Nunzio Pasquale sono coperti di insulti liberatori.

- Cascettoni, traditori, sempre loro, pur di comandare non esitano a mettersi con i Piemontesi, stranieri scomunicati.

La passeggiata si conclude nei pressi dell’aia di San Michele in località San Carlo. Don Nicola osserva davanti a sé lo spettacolo della Natura e ne è impressionato.

- Avete un panorama degno del Paradiso, se non fosse per il freddo e l’umidità.

Il Dragone è pieno d’acqua fin sulla stradina che lo costeggia e lo spaccato che hanno davanti agli occhi fa vedere solo acqua con mallardi che salgono e scendono, centinaia di uccelli che volteggiano sull’acqua creando figure geometriche che assumono mille contorni e mille forme. Il cielo grigio e minaccioso rende più colorata la superficie del lago e le pieghe dell’acqua con fare soffice sembrano cullare un mondo a sé, eterno, senza tempo. È stato un convegno ben poco operativo, anzi nulla si è concluso. I congiurati non hanno un vero piano e si rendono conto della forza dell’avversario, che al momento controlla quasi tutto il territorio e ha spie dappertutto. Si rincuorano e si convincono l’un l’altro che i Borbone non cadranno mai, parlano e riparlano di flotte ed eserciti che si stanno muovendo a soccorrere Franceschiello. Non si risparmiamo imprecazioni e minacce contro i traditori, si ripetono i nomi dei paesi nel territorio pronti alla rivolta contro i Piemontesi. Ma dietro l’aria decisa si cela l’incertezza e dietro l’incertezza arrivano due compagne pericolose: nostalgia e insicurezza. Un brivido più di piacere che di freddo scuote Don Nicolino, i cui pensieri erano arrivati chi sa dove, facendosi il segno di croce invita i compagni ad affrettare il passo perché ha troppi impegni in paese.

- Devo passare da Don Nicola Gallo, non per altro quello si offende - pensa Don Nicolino mentre arrivano alle prime case del Freddano.

Al fontanino li lascia non senza averli baciati a uno a uno. Una stretta di mano a Matteo come per dirgli vai avanti senza paura e si avvia verso la Piazza.Trova Don Nicola Gallo che va a tavola. Un altro bicchiere di vino che gli viene offerto, senza ancora aver mangiato, gli mette allegria. Ritrovarsi con un collega, e di Montemarano, stempera quel nervosismo che lo aveva assalito da quando era arrivato a Volturara. Gli racconta che tutta l’Europa si sta organizzando per riportare sul Trono di Napoli Francesco II. Una flotta attaccherà a Manfredonia, un’altra a Palermo, mentre da Roma l’esercito marcerà su Napoli con in testa il Re per scacciare gli atei.

- Don Nico’ fra giorni mi tolgo la barba, l’incubo è finito. Torno a fare il mio dovere di sacerdote, non senza aver scacciato questi demoni che si sono venduti allo Scomunicato.

Se ne va rinfrancato, attraversa la Piazza e al Campanaro bussa alla casa di Don Nicola De Feo.

Chiede scusa per il ritardo, ma la simpatia che accoglie il suo ritorno gli fa capire che non sono offesi. A tavola l’aspettano in tre, tutti desiderosi di conoscere questo personaggio di cui avevano sentito parlare così bene. Giovanni, il fratello di Don Nicola De Feo, fidanzato con Agnese la sorella di Alessandro Picone, non fa che chiedere notizie su come si sono conosciuti e delle marachelle che combinavano in Seminario. Il padre Michele scruta l’ospite cercando di capire cosa voglia e la sua mente va ai moti del ‘48 e del ‘21. Questo Don Nicolino ha lo stesso furore negli occhi di quelli che allora volevano il contrario di quello che voleva lui. Quante vite bruciate per cacciare i Borbone e ora c’è chi ancora li vuole far ritornare. Cinquant’anni di lotte, di paure, di riunioni segrete. Ne aveva sentito parlare tanto da suo padre. I volti di Don Cosmo e di suo fratello Don Domenico, di Antonio Candela e tanti altri ballano davanti ai suoi occhi e si mescolano allo sguardo duro, accigliato, forse un po’ cattivo di questo prete che sembra un brigante. Si, questo è proprio un brigante, a me non piace, mi voglio fare i fatti miei, ma lo devo dire a Nicola di non fidarsi troppo. Questo porta guai appresso, glielo devo proprio dire. Il pranzo va avanti in silenzio, poi i due sacerdoti passano nel salotto e Don Nicolino spiega, come se fosse la prima volta nella giornata, tutto il piano per il ritorno di Francesco II con la stessa partecipazione e veemenza di sempre. Gli dice che è in diretto contatto con Roma, tramite il fratello Mariano che sta a Napoli nascosto, dopo che tutti e due nell’anno precedente avevano partecipato a una rivolta ed erano riusciti a sfuggire alla cattura per un soffio. Fuori sta calando la sera. I cinque rintocchi dell’orologio così vicini li scuotono, smettono di parlare. Con rammarico Don Nicolino si alza e abbracciando l’amico gli rinnova l’invito a combattere contro lo scomunicato e nemico di Roma, apportatore di rovina dei popoli. Mentre dalla finestra lo guarda che attraversa la Piazza, Don Nicola De Feo a stento riesce a frenare il tumulto dei sentimenti suscitato dalla visita del suo amico. È turbato, sia perché lo ha visto sofferente, sia perché ha scatenato nel suo animo di uomo tranquillo orizzonti di lotte e di intrighi. Nei suoi occhi appaiono le figure di Don Gennaro Vecchi, di Don Salvatore Sarno, di Don Leonardo Masucci, i padroni di Volturara in questo momento. Come sarà possibile combatterli? chi ne avrà il coraggio? Potranno Matteo e Lisandro Picone far fronte a un potere forte con mille tentacoli?. Mah! forse è meglio non pensarci. Che Iddio li aiuti. Chiude la finestra, perché le prime gocce di pioggia portate dal forte vento penetrano tra le imposte creandogli fastidio agli occhi. Don Nicolino torna a Chianzano, e sa che la sua giornata non è finita. Per recarsi in paese, chiama Achille e Giovanni Mongiello e li prega di andare con lui. Ivi giunti si dirigono in Piazza all’osteria di Beatrice Picariello e si rilassano bevendo un bicchiere di vino. Agli sfottò di Beatrice, la quale gli chiede come mai un prete porta la barba, Don Nicolino risponde che è un voto fatto per il ritorno del Re Francesco e che fra alcuni giorni se la taglierà, una volta raggiunto lo scopo. Un po’ infastidito, accorgendosi che l’ora è passata e la persona che aspettava tarda a farsi vedere, esce dall’osteria con i compagni e si avvia alla casa del fratello Silvio, dove conta di passare la notte. A letto Don Nicolino ripensa alla lunga giornata. Rimasto solo non ha più necessità di ingannare sé stesso per ingannare gli altri. Il vento ha girato e soffia deciso contro i filoborbonici. A Volturara tra gli amici tira un’aria di armiamoci e andate, figuriamoci poi gli indecisi. Si pente di aver spinto ed eccitato i pochi decisi, ha paura che andranno al massacro, confidando nelle sue parole sugli avvenimenti. Diventa sempre più irrequieto minuto dopo minuto. Senza neanche accorgersene pensa alle vie di fuga. Chiedere umilmente ospitalità al Santuario di Montevergine? Cercare la banda di Cicco Cianco? Avviarsi per Napoli e poi Roma? Sente voci dabbasso, guarda alla finestra e al fucile appeso alla parete, ma le voci sembrano amiche.

- Fate scendere Don Nicolino, ditegli che lo cercano e verranno qui di certo. Lo mettiamo noi al sicuro stanotte.

La persona che Don Nicolino aspetta a Chianzano non arriverà mai. Arriveranno poi le Guardie Nazionali per arrestarlo, ma senza trovarlo. Da questo momento si perdono le tracce di Don Nicolino. Per non essere arrestato, si nasconde nelle campagne di Chianzano. Il 20 Giugno 1862 la Sezione di Accusa di Napoli lo accusa di “Cospirazione e attentato, avente per oggetto distruggere, cambiare il Governo e eccitare i cittadini ad armarsi contro i poteri dello Stato Italiano”. Lo condanna in contumacia. Il 19 Dicembre 1863 accetta l’Indulto emanato per tutti i reati politici legati all’Unità d’Italia e ritorna libero cittadino dopo tre anni di latitanza, ma è segnalato e controllato continuamente. Due anni dopo, il 29 Giugno 1865, un ordine di cattura per i vecchi reati riporta in vita una situazione che sembrava appartenere al passato. Don Nicolino si affida a un Legale, che con lettera del 3 Luglio rintuzza le accuse mosse al suo cliente. La Corte di Assise in data 5 Luglio 1865 archivia la sua pratica, essendosi i reati estintisi con l’amnistia del 1863.




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24 agosto 2011

I RABBINI DI HADERA

 

Ho sperato invano di incontrare un rabbino per strada. Voglio dire un rabbino autentico, autorevole. Viceversa si incontrano a ogni passo pseudo rabbini, aspiranti rabbini o tipi dall’aria affamata vestiti di nero con le treccine. Lo straniero di passaggio è tratto in inganno dalle apparenze, ma torna a casa appagato e dichiara agli amici di aver visto un sacco di rabbini. Il vero rabbino è tondo e rubicondo, anche prepotente, si aspetta che lo facciano passare per primo, quando scende dall’automobile ci deve essere sempre qualcuno intorno a baciargli la mano, sull’aereo allungano la mano e prendono i panini dal carello della hostess.  Per tutta Hadera non si  incontra un rabbino autentico, una ragionevole spiegazione è che se stanno nascosti, defilati, cercano di passare inosservati. Il fatto è che i rabbini in Israele hanno fama di fannulloni, buoni a nulla, mangiapane a tradimento. Sono peraltro indispensabili per mantenere viva la satira nei giornali arabi. In verità i rabbini cercano di rendersi utili in qualche modo: celebrano matrimoni, portano parole di speranze, e altre cose del genere. I veri fannulloni sono gli yashiva, sorta di monaci che pregano e pensano, stipendiati dallo stato. La parola yashiva deriva dal verbo ‘star seduto’.




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22 agosto 2011

ZINAH, IL TUO NOME FA DOLCE IL MIO CUORE

Nella antica fortezza di San Giovanni d'Acri, oggi Akko, nella città turistica di Eilat, al confine con l'Egitto, nel centro di Tel Aviv, nei quartieri moderni di Gerusalemme, si respira un'aria cosmopolita, liberale tollerante.

 

                                   ZINAH, IL TUO NOME FA DOLCE IL MIO CUORE

Nell'Auditorium musicale di Gerusalemme l'orchestra egiziana accompagna orchestrali e   cantanti nelle loro esibizioni romantiche. La musica non cambia molto a ogni canzone e le parole neppure, ma il pubblico è in pieno godimento. Orchestrali e cantanti, tutti uomini, vestono in grigio uniforme, se portassero la cravatta sarebbero una comitiva di bancari. Dietro l'orchestra un piccolo coro di egizie voci femminili. Il pubblico arabo è uno spettacolo attivo, le signore piangono, i signori battono le mani a ritmo e cantano al meglio dondolando teste e braccia. Come barchette lievi e quete, le kippah sulle teste del pubblico ebreo si godono discrete le brezze dei canti.
J G Sapodilla

 




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20 agosto 2011

Affitti delle case a Tel Aviv

 

 
A TEL AVIV
I cittadini di Tel Aviv, in Israele sono scesi sul boulevard principale, hanno montato le tende ed esprimono il loro disappunto pe l’aumento dei prezzi delle case e degli affitti. In generale i cittadini contestano l’abbandono della politica di assistenza pubblica, dominante fino qualche hanno fa. La protesta pittoresca non manca di aspetti insoliti, arabi e israeliani discutono sotto la stessa tenda, uniti dallo stesso problema dell’affitto che aumenta di continuo.
Un gruppo di contestatori è andato a protestare di fronte alla casa del responsabile del wellfare, o qualcosa del genere. Alcuni di loro sono stati invitati a entrare nel giardino, hanno cominciato a fare domande e hanno ottenuto risposte. Un esempio.
Domanda. E’ possibile aumentare il sussidio alle madri divorziate – single – con figli?
Risposta. Il governo non sa cosa siano le single. Dopo il divorzio i figli continuano ad avere una madre e un padre che si devono occupare di loro come prima.
In altre parole Israele non ha una lira – o uno sheckel – per aumentare la spesa pubblica.
Fino a poco tempo fa Israele era uno stato marcatamente socialista, per esempio i prezzi delle case erano imposti per legge. Per una ragione e per l’altra Israele ha deciso di passare al liberismo, con molta cautela, e i prezzi delle case sono andati al cielo. 
Israele rimane comunque uno stato con una forte assistenza pubblica, nella istruzione e nella sanità per esempio, ma alcune spese sono diventate insostenibili.  Israele vuole vendere ai privati le sue aziende che producono componenti per missili e cose del genere. 
L’esercito è anche un mezzo per mantenere bassa la disoccupazione. La leva è obbligatoria, tre anni per i ragazzi e due anni per le ragazze, alla fine del periodo un anno di vacanza all’estero pagata. Poi ci sono i richiami annuali di un mese all’anno.  
La religione ebraica è religione di stato, con una casta di rabbini assai numerosa e mantenuta a far nulla.
Israele ha potuto godere dei soldi inviati dalla diaspora -  gli ebrei nel mondo – e dal Congresso Usa. Il congresso non ha più soldi, la diaspora si chiede s Israele sia ancora uno stato ebraico.
Per anni accadeva che un arabo – o un palestinese – tirasse sassi a un colono ebreo, il mondo si indignava, gli ebrei nel mondo piangevano e mandavano soldi. Ma la popolazione di Israele è sempre più costituita da nuovi emigranti sudamericani e russi, che forse hanno una nonna ebrea forse no. La diaspora è perplessa e chiude il borsellino.
L’arrivo degli emigranti russi ha sconvolto le tradizioni ebraiche. Questi russi sono disperati venuti a far soldi, hanno una diversa cultura - spesso non ne hanno affatto – se ne infischiano dei rabbini.  E’ arrivata anche la mafia russa, che in alcune città taglieggia i commercianti, in verità il fenomeno è molto circoscritto.
I russi nuovi arrivati vivono nelle periferie povere e hanno una morale tradizionale arcaica, i gay che vivono nel centro molto liberale e tollerante di Tel Aviv hanno il terrore di essere deportati nelle periferie a causa degli affitti troppo alti.   




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8 maggio 2011

Le ruote girano

In tutto il mondo le spiagge sono di tutti come regola, in Italia è l'eccezione. E' vero che ci sono le spiagge libere con l'obbligo delle spiagge vicine in concessione, a pagamento, di tenerle pulite, ma in realtà le spiagge libere sono la discarica delle spiagge a pagamento

  J G Sapodilla

Dietro la curva il mostro in agguato - Estate 2003

Dietro la curva il mostro è in agguato. Una vista orribile, un edificio di una ventina di piani, il gusto sbagliato nel posto sbagliato. Le facciate di color marroncino economico. Questa dunque è la dolce Francia? Come mai i francesi hanno permesso questo scempio sulla Costa Azzurra. Il piacere di avere attraversato una frontiera inesistente a Ventimiglia ci viene guastato da questo maledetto grattacielo nano. Tutto è vuoto alla frontiera, i caselli della dogana, i posti di blocco, i cambiavalute. Qui ci farei un bel monumento, una biblioteca di storia, e darei un nome allo spiazzo, Piazza Cose Impossibili. L’unico rammarico è che i francesi insistono a parlare la loro lingua, altrimenti potremmo diventare davvero un unico paese. Si, l’Europa manca di una lingua comune. Inglese? Latino? Entrambi direi, quale per certi argomenti, quale per altri. Ma insomma affrontiamo questo problema della lingua comune, ne abbiamo le tasche piene di quote-latte e armonizzazione delle imposte. Ma torniamo al mostro. I colpevoli non sono i francesi, il mostro edilizio è dentro Montecarlo. Come Montecarlo? Si, proprio quel Montecarlo con le signore in piume di struzzo e i gentlemen in frac. Si, proprio quei gentlemen che escono all’alba dal casinò, entrano nel bel giardino di fronte e si sparano, rovinati dal gioco. Ma a proposito di giardino sentite questa. Arriviamo in bici da corsa a Montecarlo, io, Pistilli e Cecconi, in un caldo torrido. Da uno che ha girato il mondo, e sopratutto le case dei parenti, ho l’immediata e impalpabile sensazione che non siamo graditi, ma non dico nulla ai ragazzi. Il Pistilli a metà discesa verso la spiaggia punta verso un magnifico giardino con tanto di panchine e fontanella. Ma la fontanella butta acqua tiepida e di cattivo sapore, altro segno che qui gli stranieri sono amati solo se vanno al bar La gente seduta sulle panchine è silenziosa e ovviamente ben vestita. Sembrano stare tutti come immobili in posa per la foto e sembrano dire ‘Non vedete quanto siamo ricchi e ben educati?’. Pistilli e Cecconi ancora non hanno capito, ma io si, e me rimango all’ingresso del giardino vicino alla fontanella, mentre i due si inoltrano felici e ignari verso le panchine. Non passano infatti che pochi secondi e arriva Furbo Guardiano, egli si ferma a un dieci metri da me, mi punta, sorride. Ricambio il sorriso e tiro fuori una busta che potrebbe contenere un panino, ma con calma, lentamente. Alle mie mosse Furbo Guardiano sorride beato, parmi sentire il suo pensiero, - Dai bello, tira fuori il panino, butta in terra le briciole e la carta oleata.- Ma dalla busta esce fuori il mio telefonino, me lo accosto all’orecchio e sorrido ancora di più a Furbo Guardiano. Accortosi il malvagio che trattasi non di panino ma di telefonino, il sorriso gli si smorza sulle labbra e gli si tramuta in ghigno amaro, nella notte avrà un attacco d’ulcera e sua moglie lo lascerà. Perso l’attacco contro di me, Furbo Guardiano ha uno scatto da cavallo sciancato e trotta alla volta di Pistilli e Cecconi, purtroppo nascosti a me dagli alberi. Mi perdo dunque la scena in diretta. Dal successivo indiretto racconto dei due vengo a sapere che Furbo Guardiano li ha scacciati gentilmente dal giardino dell’Eden con la scusa ufficiale che non sono ammesse le bici. Fossimo entrati con l’orologio avrebbe detto che è proibito guardare l’ora nel giardino. Sempre dal racconto dei due so che Pistilli ha masticato amaro assai, mentre il lecconi ha tentato un sarcasmo da quattro soldi, come segue.
Cecconi (indicando a Furbo Guardiano alcuni mostruosi palazzi nuovi) – Quelle sono le case popolari, vero?
Furbo Guardiano – Si, sono le case per i poveri.
A proposito di poveri, mi chiedo che gusto ci sia a essere ricchi a Montecarlo dove non ci sono poveri. Di cosa si compiace il ricco, se non ha poveri vicino a se? Mi ripropongo di mandargliene, ben pagati si intende.
Di palazzoni osceni il principe di Montecarlo ne ha fatti tirar su una dozzina almeno, non pochi considerato che Montecarlo sono quattro case. E a questo proposito ora io, se permettete, mi domando e dico. Mi domando e dico se questo principe di Montecarlo aveva tanto bisogno di quattrinelli da doversi dare alle speculazioni edilizie; se poi dovendosi dare alle speculazioni edilizie non poteva almeno assumere un architetto decente; se da ultimo si deve lasciar scempiare la più bella costa d’Europa in nome della proprietà privata e dello Stato di diritto. Il mondo alla fin fine è anche mio.
E per chiudere torniamo alle cose impossibili, come quella di avere sulle coste d’Italia la spiaggia libera, pulita, abbondante e attrezzata. Nella Costa Azzurra, in Francia, la spiaggia è tutta libera (no, a Montecarlo no); niente cabine, niente stabilimenti, recinti, steccati. La spiaggia francese è libera, pulita, con docce e servizi. Ma guarda tu dove vado a trovare il comunismo ben applicato in pratica, sulle spiagge della Costa Azzurra. O forse sarà una conseguenza della Rivoluzione Francese? _ 


 

 




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25 marzo 2011

Opinioni personali di un viaggiatore a Tripoli

viaggiatore anonimo       TRIPPOLI BEL SUOL D’AMORE – (Anno 2007)

Questo posto è un buco, come purtroppo ho dovuto constatare. Ci sono arrivato da alcuni mesi e mi considero una persona amichevole. Gli indigeni sono sempre ingrugniti e quasi mai parlano inglese. se sei così pazzo da guidare un’auto da queste parti, non ci sono cartelli stradali in inglese e non sai mai dove ti trovi, io non rischierei.

Non ho molto da dirvi, niente vita notturna, solo due o tre ristoranti con cattivo servizio e menù noioso, niente vino o alcolici, borsaioli e ladri a ogni angolo, strade sudici e vari odori che vengono su dall’acqua, non una spiaggia sulla quale valga la pena di sedersi, niente architettura, teatri o concerti. Meglio non girare la sera, nessun posto dove le donne o i ragazzi possono andare. Metto in guarda da venire in questa grande discarica di spazzatura, prego per la salvezza della vostra anima che non dobbiate venire qui.




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13 gennaio 2011

GIOVANNI contro EQUITALIA

 

GIOVANNI contro EQUITALIA
 
Giovanni non avrebbe mai saputo di essere stato condannato dopo due processi, se non fosse stato per l’ingiunzione di pagamento.
Procediamo con ordine altrimenti ci si confonde. Sarà stato forse l’anno 2000 quando un tanghero ignoto querela Giovanni per motivi sconosciuti. All’insaputa del nostro imputato Giovanni, si arriva a un primo processo nell’aula del giudice, dove Giovanni viene dichiarato assente, contumace, fuggiasco, irreperibile ma pure assolto. Ma il tanghero non si arrende e propone appello. Nel processo di appello Giovanni viene ahimè condannato, ed è proprio il caso di dire tante teste tante sentenze. Di tutto questo furioso divenire Giovanni rimane all’oscuro, come si diceva all’inizio, fin quando non gli arriva una ingiunzione di pagamento dal Tribunale di Roma, nella quale ingiunzione nulla gli si dice se non che è stato condannato a pagare una multa e deve tirare fuori i quattrini. Vedi tu la combinazione, quando si tratta di prendere quattrini il fuggitivo irreperibile lo trovano subito. Ma intanto il vento ha girato, un indulto è sopravvenuto, Giovanni è in pace con la giustizia.

Finisce qui? Nossignore, passano un cinque anni, anno più anno meno, Giovanni riceve una cartella esattoriale da Equitalia Recupero Crediti alla quale il tribunale ha passato il tormento. Equitalia chiede a Giovanni di pagare le spese della lettera con cui a suo tempo il tribunale gli imponeva di pagare la multa svanita con l’indulto. E quanto deve pagare Giovanni per quella lettera? Un milletrecento euro. Sarà stato applicato un francobollo raro da collezione?




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25 maggio 2010

INTERCITY NOTTE

 

Intercity Notte Torino Napoli. Un insolito cigolare, come un raspare, proviene dal corridoio: un finestrino malfermo? Qualcosa di più grave? Il passeggero si fa attento, si concentra. Il rumore sale dal pavimento con ritmo quasi periodico; forse cattiva manutenzione delle ruote, dio ne scampi, qui finisce che il vagone esce dai binari. Cauto il passeggero si muove in esplorazione e scopre l’origine delle sue paure. Una allegra e variopinta famigliola di immigrati romeni, distesa sopra i loro asciugamani sul pavimento, ronfa come fanfare di orsi in letargo. Il treno è più che pieno, il viaggio lungo. L’intercity Notte Torino Napoli è il treno degli stranieri immigrati, Italiani sono tre o quattro agenti di polizia ferroviaria e i controllori, tutti in divisa lucida da sfilata di moda.




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16 maggio 2010

TAXI DRIVER

 

TAXI DRIVER

La Commissione per i Taxi e le Limousine di New York sta cercando di togliere la licenza a 635 tassisti, i quali hanno usato ripetutamente il trucco di attivare al tassametro la tariffa del fuori città, anche per le corse nel perimetro urbano.

I passeggeri diventano sempre più furiosi e diffidenti.

Un tassista dichiara: - Il cliente ha contestato quanto leggeva sul tassametro, mi ha rotto gli occhiali con un pugno, mi ha buttato fuori il telefonino. -




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15 maggio 2010

Don Nicolino è fedele a Franceschiello

 

IL MIGLIOR modo di celebrare il Centenario è raccontare come andarono le cose.

I libri di storia dividono sempre in buoni a cattivi. A seconda di chi scrive, il buono può essere il piemontese Cavour, con Garibaldi, o al contrario Franceschiello re delle Due Sicilie. Un diario dell’epoca, capitato per un caso imprevisto nelle mani del vostro umile servo Sapodilla, rivela una realtà nuova. Il laborioso e buon popolo del Sud era diviso in buoni e cattivi, che si alternavano nelle parti e profittavano di ogni invasione straniera per scannarsi tra loro e regolare conti passati.

Una guerra civile strisciante, sotto la cenere, dal tempo della Rivoluzione Francese.

Sapodilla ha risciacquato e aggiunto un poco di fantasia al diario, ve ne propone venti righe .

Don Nicolino Coscia è fedele a Franceschiello

Il clero spera di cavarsela ancora una volta, si sente parte della terra e ha le chiavi del cielo, ma le gerarchie capiscono che questa volta è diverso e non trasmettono completa sicurezza al basso clero, come le volte precedenti. L’alleanza coi Borbone, tra trono e altare, esiste e resiste da molto tempo. Il clero possiede chiese, terre, conventi, monasteri, santuari, scuole, case, palazzi e oro. È il frutto nei secoli di acquisizioni, lasciti, concessioni e privilegi. Il prete è santo e guerriero, va a caccia e insegna. Il clero possiede le anime, specie quelle delle donne contadine. A Napoli regna il re, ma è attorniato da cardinali che governano spesso più dei ministri. In periferia i vescovi soccorrono il potere temporale e lo controllano in molte circostanze, senza apparire. Il prete fa parte della classe sociale che domina e sfrutta i contadini, non a caso i preti hanno il Don davanti al nome come i notabili. Il titolo di Don è contrazione dal medioevale donno, il dominus, il padrone in latino.

Tutto questo dovrebbe finire perché Garibaldi con mille banditi è sbarcato in Sicilia?

Don Nicolino non è un pretino timido e pauroso, di quelli che passeggiano in campagna gli occhi bassi sul breviario, presi da tremito se qualche brutto ceffo sbuca fuori e lo attende in fondo alla strada. Si è fatto prete per avere e per comandare, non per cercare rifugio prima in seminario e poi in chiesa. Ha recitato la funzione con le formule in latino a voce alta, ma intanto pensava a tutt’altro. Con voce sibilante ha bestemmiato e minacciato il chierichetto che gioca troppo coi turiboli d’incenso.

- Mannaggia a quella grandissima zoccola di tua madre, ti vuoi stare fermo.-

Ha rimproverato il Signore.

- Ma Padreterno mio, i Piemontesi scomunicati vengono qua, si prendono tutto e Tu che fai? Niente.-

Si è ripassato la lista dei traditori dei Borbone. A ognuno di loro ha predetto quello che gli sarebbe toccato di condanna e le proprietà che gli avrebbe preso. Poi si è fatto l’elenco dei preti che stanno sia di qua che di là aspettando a vedere chi vince. Dovranno venire in ginocchio a baciargli la mano. Il re Franceschiello gli farà fare carriera, a lui, a Don Nicolino, lo dovranno chiamare monsignore e baciare la terra dove passa, questi gran figli di zoccola di preti che si arruffianano di nascosto gli scomunicati e dicono di stare coi Borbone. E infine ha pensato agli ufficiali della Guardia Nazionale: devono finire tutti impiccati in mezzo alla Piazza e gli manderà i chierichetti a sputare sulle tombe.




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5 maggio 2010

UN INDIVIDUO MOLTO SOSPETTO

 

UN INDIVIDUO MOLTO SOSPETTO

Aeroporto internazionale. Piano partenze. L’uomo dal volto scuro pone sul sedile di plastica e apre con precauzione un valigino di finta pelle, forse cartone pressato. Qualche sguardo distratto degli altri passeggeri. Una bottiglia di vetro scuro senza etichette e piena di liquido esce lentamente dal valigino, l’uomo non la vuole agitare. Qualche sguardo perplesso degli altri passeggeri. L’uomo si siede e depone a terra la bottiglia. Una forma lucente, come di metallo, esce dal valigino. L’uomo la tiene con mano morbida. Intorno il vuoto. L’uomo fa per mettere di nuovo la mano nel valigino, ma una voce decisa ferma la mano.

-Fermo, cosa contiene la valigetta? -

L’uomo solleva la testa davvero molto perplesso. Vede due uomini di fronte e altri quattro vicini di lato, armati in uniforme. Il coperchio del valigino sollevato mostra alcuni oggetti avvolti con cura nella carta di giornale.

-Tira fuori tutto con calma, piano, togli la carta.Cosa c’è nella bottiglia?-

L’uomo non si ribella. Esegue gli ordini e richiude il coperchio. Tiene il valigino sulle ginocchia e vi allinea sopra ogni cosa con delicatezza:il piattino di porcellana, il bicchiere di cristallo, il panino col salame campagnolo, l’uovo sodo. Stappa la bottiglia e versa liquido rosso nel bicchiere.

Sorride a tutti.

-Non vado al bar. Mica sono scemo. Volete favorire?-




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5 maggio 2010

QUESTO SPIEGA MOLTE COSE


Tempo addietro, e non poco, Achille Cislaghi , gentiluomo napoletano e abile commerciante di cristallerie e ceramiche, fu fatto diventare imprenditore industriale per forza col pubblico denaro da non so che Cassa o Ente di Sviluppo e Salvataggio.

Achille e soci rilevarono a Salerno uno stabilimento dismesso per l’imbottigliamento della Coca Cola e ne fecero una fabbrica di tazzine, tazze e piatti, in materiale ceramico o qualcosa del genere. L'argilla materia prima veniva importata dalla Germania e forse serviva anche a convertire qualche capitaluccio da lire in marchi.

Imbroglio chiama imbroglio, la linea aerea di trasporto delle bottigliette di Coca Cola fu mantenuta, e spacciata per linea di trasporto dei pezzi in ceramica, ma era inattiva e occorreva fare attenzione a non sbatterci la testa contro. L’argilla importata dalla Germania dava luogo a pezzi di elegante disegno, una volta formata e cotta in forno. Spiccava la linea chiamata con fantasia Fondo di Bosco, ma tutta la produzione aveva qualcosa in comune, i pezzi si sbeccavano subito con l’uso. La fabbrica era obsoleta negli impianti e nel macchinario, aveva eccesso di manodopera e difetto di tecnologia rispetto ai concorrenti, suppongo che questo venisse chiamato Creazione di Posti di Lavoro.
Nessuno mostrava segni di ansia, non i finti azionisti, non i sindacati, non i dipendenti a parte i pochi buoni, men che mai le banche e il consiglio comunale.

La Ceramica Casate di Salerno, così si chiamava, presto scivolò, tutti i dipendenti finirono in Cassa Integrazione e infine in qualche modo gli si diede una pensione.




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2 maggio 2010

MUSULMANO VERACE

 

MUSULMANO VERACE

Creazione posti di lavoro.

L’uomo avveduto tramuta l’evento in denaro. Giovani e giovanette disoccupate di Napoli, fate buon uso di questo detto. Dimettete questi tristi usi di fare gli scippatori e le zoccole, o di farvi mantenere da mammà agli eterni studi in legge. Dove è finita la vostra fantasia? Dove la vostra inventiva? Tramutate l’evento in denaro.

Ma quale evento, cosa dobbiamo fare? voi chiedete.

L’evento.

Trovate uno squallido e sudicio quartiere in periferia, lo distruggete, vi erigete una moschea con l’alto minareto, intorno tante casette bianche con archetti moreschi e cancelli in ferro battuto. A questo scopo avrete certamente fondato una società ove ognuno avrà il suo compito. Le signore socie completamente coperte da capo a piedi di veli e burka, il mantellone musulmano, passeggiano per il quartiere a spettegolare e guardare le vetrine, arti che sempre le videro eccellere. I signori soci si lasciano riscrescere il pizzetto e i baffi ritorti, di tanto in tanto mettono la fronte a terra e pronunciano oscure parole di minaccia e preghiera.. Infine tre o quattro soci asceti, tonaca nera e falsa barba bianca, si alternano in cima al minareto per lamentarsi in coranico antico, una lingua dai significati e dagli accenti da molti interpretati e da nessuno compresi.

Il denaro.

Vi abbiamo descritto l’evento. Ma il denaro? voi ci chiedete.

Il denaro sono i turisti, il vostro futuro, benedetti figli di Partenope. Sappiate innanzi tutto che i veri musulmani integralisti e rigorosi sono animali in via di estinzione, nei loro paesi li sopportano perché li devono sopportare, come da noi i cattolici. Ma non girerà ancora molte volte il sole attorno alla moschea, che i turisti scesi dal pullman, a Kabul o nell’Oman, si troveranno di fronte ragazze indigene in minigonna e macchinetta digitale che sghignazzano e fotografano la Cicciona di Berlino o di Padova in camiciola fiorita e calzoncini. E i musulmani veraci sarete solo voi, figli e figlie del Vesuvio, preparatevi a trarne profitto.

O napoletani, non sono forse scuri i vostri volti? Non sono nenie arabe il vostro discorrere? Non sono opimi i fianchi delle vostre donne? Chi meglio di voi, dunque




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30 aprile 2010

L’UCCELLINO CANTA LA CANZONE DI CHI GLI DA' LE BRICIOLE

 

L’UCCELLINO CANTA LA CANZONE DI CHI GLI DA' LE BRICIOLE

Un’ora dopo l’alba. Gli occhi ancora chiusi, la mano si muove da sola verso il cestello a destra del bancone, dove ci sono i giornali appena consegnati. Vuoto. Gli occhi si spalancano increduli e fissano il giornalaio.

-Sciopero. Oggi i giornali sono in sciopero. –

Si può sbocconcellare il cornetto ripieno di crema e sorbire il caffè, senza tenere davanti il giornale fresco?

-Ti posso dare l’Osservatore Romano o un giornale di partito.-

Un salto nel buio. Giornale di partito?

Da un angolo del negozio viene fuori un grosso pacco di fogli stampati. Intatte le reggette. Ed è un fiorire di nomi di testate antiche e nuove sulle labbra del buon giornalaio.

-Le Grulle di Padania. La Campanella. Zeppole di Puglia. L’Edera. Il Campanile. Bandiera Rossa. Il Secolo d’Italia. –

Il Secolo d’Italia? Ma non è il giornale fondato da Benito Mussolini? L’Araba Fenice rinasce dalle ceneri. L’animo del lettore si fa incerto.

-Ma chi li compra?-

-Nessuno li compra. La mattina mi portano il pacco, la mattina dopo lo metto tra i resi e mi danno il pacco nuovo. –

Un lampo attraversa la mente ancora stordita. Sono i giornali finanziati dai quattrinelli pubblici. Le voci che libere giungono d’ogni parte del popolo. La legge prescrive che per avere i contributi l’editore del partito ne deve stampare e distribuire un tanto di copie. L’editore stampa e distribuisce.

Le Scienze, edizione italiana di Scientific American, è una rivista nota è apprezzata. Un giorno il direttore responsabile de Le Scienze pubblica uno sfogo accorato. Scorrendo la lista delle riviste ammesse ai contributi statali, egli ha visto depennata Le Scienze e inserita al suo posto L’Ippica, settimanale dedito ai suggerimenti agli scommettitori sui cavalli negli ippodromi.

 




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24 aprile 2010

TRENITALIA BREAKFAST

 

TRENITALIA BREAKFAST

Inverno 2010 TRENITALIA BREAKFAST Eurostar Genova Roma - Ho preso una decisione irrevocabile - D'ora in poi mi porto da casa il panino e il thermos col caffè, se devo fare un viaggio in treno. Questo dopo che al bar del treno ho preso una brioche di sapone e farina avariata con un thé delle piantagioni di Cinisello Balsamo. A parte questo l'eurostar è comodo, veloce, ragionevolmente puntuale, non lo devi neanche guidare.

Estate 2006 TRENITALIA TI RINFRESCA Pomeriggio torrido sull’Intercity Napoli-Savona . L’aria condizionata va e viene. Nella prima carrozza il bar è chiuso per mancanza di bevande e di personale. A Civitavecchia passa il carrello-ristoro.

-Coca Cola ghiacciata? -Finita.
 -Acqua ben fresca? -Finita. Ho un succo di pesca tiepido.
 -Sei messo male. Ti perdi un buon incasso.
-Non è colpa mia. Sono un dipendente della ditta Cremonini. L’organizzazione non dipende da me.

Salta fuori che Cremonini e un’altra azienda hanno il monopolio del ristoro su Trenitalia. Mi viene in mente la storia della signora Schimberni. La moglie anni addietro del presidente, o l’amministratore delegato delle FF.SS ferrovie dello stato, non ricordo bene.  A farla breve un giorno la moglie di Cesare Schimberni viaggia da Roma a Milano sull’Eurostar (che allora non si chiamava così), in prima classe, la colazione è inclusa nel biglietto. Le portano un vassoio di plastica con certi cibi strani, ella rifiuta il cibo orrendo e forse cerca di placare la fame mangiando il vassoio. Affamata e indignata scrive una lettera di reclamo al potente marito. Ma Cesare le risponde smarrito che alcuno mai è riuscito a entrare nei misteriosi passaggi segreti che portano agli appalti del ristoro sui treni.




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23 aprile 2010

ECONOMIA CINESE

 

                                                                  ECONOMIA CINESE

Chi mai oserebbe mettere in discussione il prezzo della bombola del gas? Sarebbe come andare su al tempio dove il fuoco viene tenuto acceso dalle Vergini Vestali, chiamarle sgualdrine e poi versare acqua nei tripodi. A quanto é dato sapere, il prezzo della bombola è stabilito dai sommi sacerdoti del sacro metano. Ma la questione presenta punti oscuri e misteriosi, come è giusto che sia. La consegna della bombola piena e il ritiro di quella vuota segue un rituale antico. Il bombolaio è invocato, veloce arriva il suo furgoncino o l'Ape a tre ruote, in silenzio il bombolaio esegue il rito della sostituzione e ritira euro 53 (cinquantatrè).

Ma questa volta voglio rompere il silenzio,

- Bombolaio, hai accumulato tanti soldi, perché non ti prendi un assistente, un aiutante? Un cinese magari.-

- Un cinese mai.-

- I cinesi sono lavoratori e costano poco.-

- Stai a sentire questa. Mi chiama un cinese, vuole una bombola, vado a casa sua con la bombola e il tipo mi chiede quanto costa. E io gli dico cinquantatré euro, regolare. E sai che mi risponde il cinese? Mi offre trenta euro. Me ne vado, se no gli spacco la bombola in faccia.-

Naturalmente questa storia lascia in sospeso alcune domande importanti. Dove avrà trovato il cinese una bombola a trenta euro? Avrà rinunciato a bollire il riso?




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19 aprile 2010

POVERO BIANCO

 

Alla cassa del bar della Stazione Termini - il bar vicino alla testa del Binario 22 - il negrone si muove con decisione ed efficienza, i ragazzi bianchi del servizio al banco hanno al contrario un'aria torpida di rassegnazione. Nelle precedenti gestioni, quando alla cassa c'era una ragazza di razza bianca, mi portavo sempre via un piattino, per compensarmi del prezzo alto e della qualità non eccezionale del panino, ma ora capisco che è prudente adeguarsi ai tempi, gli occhi del negrone saettano.




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17 aprile 2010

PAGARE LE TASSE? MA IO TI TAGLIO LA MANO

 

Mai sentito parlare di Brabo a scuola? No? Neanche io. Deve essere per via che Brabo era un belga, (diciamo meglio un fiammingo). A scuola ci hanno rimpinzato di Sigfrido e Barbarossa, dei belgi mai una parola, eppure sono lì a due passi. I belgi sono quelli che stanno vicino all’Olanda, gli olandesi sono quelli che hanno prosciugato i campi sotto il livello del mare, punto. Ma prima o poi le cose vengono fuori, ed ecco che vengo a sapere di questo Brabo, un tizio tosto di Anversa. Questo é Brabo, "il liberatore dei commercianti di mare nei tempi passati, ha tagliato la mano al Signore che riscuoteva le tasse e ora ha una sua statua in mezzo alla Piazza del Municipio." Brabo, il gettatore di mano, dalla cui azione la cui la città prende il nome.
Gettatore di mano? Brabo? Antwerp? Dove sta la connessione?
Anversa in fiammingo si dice Antwerpen e ciò deriverebbe da Hand (mano) e werpen (buttare).
Nel medio evo, a quanto dice la storia, un sordido e cattivo gigante si divertiva a controllare il traffico sulla Scelda. Una volta chiedeva un pedaggio esorbitante. Un’altra volta rifiutava di far passare.

Il gigante Birbaccione se ne stava a gambe larghe in mezzo al fiume aspettando la nave malcapitata. Che cosa avrebbe dovuto fare l’innocente popolo delle Fiandre? Ma ecco che arriva Brabo, Il giovane coraggioso colpisce il gigante e gli taglia la mano, che poi getta nel fiume. In quel punto fu fondata la città di Handwerpen, che vuol dire Buttare-la-mano (Hand-werpen). I fiamminghi qualche volta avevano muta la ‘H’ e pronunciavano Hand come Ant, per cui il nome si evolve in Antwerpen.




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